“Oblio del racconto”. Personale di Grazia Gallo

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FULVIA GIACOSA

Alla Fondazione Peano, che ha sede nella villa di famiglia immersa in un poetico giardino alle porte di Cuneo, l’artista Grazia Gallo espone i lavori degli ultimi anni che segnano insieme una continuità ed una svolta sulla costante dell’oblio del racconto come recita il titolo. Curata da Alessandro Abrate, l’esposizione ha il pregio di presentarsi rarefatta con poche opere nella sala inferiore lasciate affiorare sul vuoto delle pareti e organizzata per gruppi omogenei nelle salette superiori che testimoniano il percorso dell’artista cuneese, in un’epoca in cui troppo spesso assistiamo a mostre bulimiche dove il troppo aggredisce gli sguardi. C’è dunque una coerenza tra l’allestimento e le opere di sottrazione narrativa attraverso un discorso indiretto ed episodico che trasforma ogni bagatella (cose le più banali e comuni) in veicoli di sensi multipli, spesso dicotomici.

Grazia Gallo viene da lavori memori di quel tachisme che aveva caratterizzato in Francia gli ultimi anni quaranta e i cinquanta, una pittura fatta di macchie di colore (taches) liberamente stese sul supporto di cui erano stati protagonisti Camille Bryen, Georges Mathieu, Jean Fautrier, Wols sostenuti dal critico Michel Tapié in Un Art autre (1952). Un informel storico che l’artista aveva recuperato fin dagli anni novanta sotto la spinta di giovanili urgenze espressive delle proprie pulsioni e alla ricerca del proprio io.
Esse sono ancora presenti in alcuni “Senza titolo” del 2016 nelle quali il colore a chiazze oppure colato e stratificato in successivi passaggi con graffiature segniche abbandona certe vertigini aggressive delle esperienze post-belliche per orientarsi verso una non-forma più sensuale ed allusiva, attenta al ritmo compositivo; inoltre, tra pennellate libere sospese in un oceano del nulla o più dinamicamente centrifughe, cominciano ad intravvedersi “figure” appartenenti al mondo delle cose che possono essere guardate ma non catturate nella loro coseità: da cui la loro larvale apparenza e la conseguente polisemia.

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Le opere del 2017 costituiscono un ulteriore messa a fuoco di oggetti – vecchi piatti con le loro rughe e nere ciotole lucenti, alcune impilate a moltiplicare un messaggio d’accoglienza – senza abbandonare il loro inserimento nella pittura pura che resta centrale nel percorso dell’artista. Prende corpo una dimensione meditativa, domestica e protettiva, immersa in bruni combusti o grigi perlacei, non priva di allusioni a simboli del femminino sacro come l’ostrica, la vulva, la mandorla e la vesica piscis citati in catalogo dal curatore a proposito dei piatti sovrapposti a rovescio nei quali egli legge “un possibile contenuto nascosto (racchiuso, conservato, protetto) appena indicato da quella fessura che si fa linea d’ombra e segna l’accostamento”.

Non manca – buona regola anche nella vita – un po’ di ironia: si guardino, ad esempio, quelle ciotole (la superiore capovolta su quella inferiore) che sfruttando piccoli punti-luce si trasformano in “faccine” dalle varie espressioni, un po’ come le “forchette parlanti” di Bruno Munari che invitavano ad una ginnastica mentale.

Le immagini che popolano le opere di Grazia non sono mai una cosa sola ma un insieme di possibili antitesi. Vi si fa strada anche il tema dell’Eros, più o meno pudicamente velato. Figure di oiran (le cortigiane d’alto rango delle stampe giapponesi del Mondo Fluttuante), semi-nascoste da striature di colore della stessa tonalità e asciuttezza dei fondi – quasi un affresco – nascono dall’accostamento di due diverse figure (basta osservare i chimoni per rendersene conto), un doppio che accresce la seduzione dell’ambiguo mascherato nell’eleganza di profili intuibili prima che visibili.  Microscopiche figure femminili compaiono poi nelle piccole tele della serie “Judas” (nel significato francese di “spioncino”), ammiccanti ad un voyeurismo inoffensivo, ancora una volta duplice: al nostro guardare rispondono con il loro essere sguardo che risucchia lo spettatore in un mondo di leicità, proibizione, desiderio, in sintesi la sfera occidentale dell’Eros che fin dalla sua origine denota ogni forma d’’ambivalenza.

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Nel loro insieme le opere di Grazia Gallo non hanno alcun intento dimostrativo ma suggeriscono il lento fluire di stimoli e suggestioni che lasciano tracce sulla pagina pittorica “mai per costruire, semplicemente per preservare”, proprio come per Micheau, artista e poeta dell’altrove.

INFO: la mostra ha sede alla Fondazione Peano, corso Francia 47, Cuneo; si può visitare gratuitamente dal giovedì alla domenica, ore 16-19, fino al 6 maggio.