La versione di Eschilo

GABRIELLA MONGARDI

Atene, Grecia, anno 463/2 a.C. Uscita vincitrice dalle guerre persiane, quindici anni prima, Atene cerca l’egemonia tra le città-stato della Grecia, mentre in politica interna prende il sopravvento la parte democratica, con Efialte e poi con Pericle. Nel teatro ai piedi dell’Acropoli viene rappresentata la tragedia Le supplici, di Eschilo.

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La scena è ambientata nella città di Argo, nel Peloponneso, dove arrivano in fuga dall’Egitto cinquanta ragazze, le figlie di Danao o Danaidi, che rifiutano di sposare i loro cinquanta cugini, figli del fratello di Danao, Egitto. Le Danaidi costituiscono il coro di questa tragedia: gli altri personaggi dell’opera sono Danao, Pelasgo re di Argo e l’araldo dei figli di Egitto. A differenza che nelle altre tragedie, il coro qui non ha solo una funzione di commento del comportamento e delle parole dei personaggi, ma è il vero protagonista del dramma, costantemente impegnato sulla scena o in canti corali, in metri lirici, o in dialoghi con gli altri personaggi in trimetri giambici (recitati). Il ruolo portante del coro aveva inizialmente indotto gli studiosi a ritenere questa tragedia molto arcaica, ma una didascalia contenuta in un papiro di Ossirinco obbliga a situare il dramma tra il 466 e il 459, verosimilmente nel 463-462 a.C., alla fine cioè della carriera del tragediografo. La sua scelta non è certo casuale, e si carica di un chiaro significato ideologico, di un preciso “messaggio” indirizzato agli spettatori.

Il teatro antico aveva infatti un’eminente funzione civile e “politica”, in quanto riprendendo episodi del mito metteva in scena problemi di scottante attualità. E il pubblico dei cittadini-spettatori si sentiva direttamente interpellato  a condividere – o meno – la chiave di lettura del tragediografo. A volte, come in questo caso, l’autore affrontava problemi che ancora oggi non sappiamo risolvere: come quelli relativi alle donne, all’integrazione degli stranieri, al diritto di cittadinanza. E li affronta da una posizione che definire all’avanguardia è dire poco. Può darsi che a noi “la versione di Eschilo” giunga distorta dal fatto che sono andati perduti gli altri testi della trilogia a cui la tragedia – com’era la norma, nel teatro greco – apparteneva; l’interpretazione che ne diamo sarebbe forse diversa se avessimo gli altri drammi dedicati da Eschilo al mito delle Danaidi. Ma se solo questa tragedia della trilogia si è conservata potrebbe essere il segno che il solo il suo “messaggio” era universale e atemporale, e per questo ha trovato nei secoli copisti che l’hanno trascritta…

La versione di Eschilo si discosta dal mito per minimi tratti, ma essenziali, come l’omissione del fatto che, in altre versioni, il padre è contrario al matrimonio delle figlie perché gli è stato predetto che morirà per mano di un nipote. In Eschilo, sono le Danaidi a considerare il matrimonio con i cugini una vessazione, una violenza (vv.335-340) e il padre le asseconda – una cosa del tutto inusuale, addirittura inconcepibile a quei tempi. Padre e figlie fuggono perciò in nave dall’Egitto dove vivevano, e raggiungono Argo per chiedervi ospitalità e protezione. In altre versioni del mito Danao, appena giunto, avanza invece pretese sul trono di Argo, garantite da un’investitura oracolare: Danao discendeva infatti da Epafo, figlio di Io, la figlia del mitico re di Argo Inaco, amata da Zeus e per questo trasformata da Era, per vendetta, in giovenca. Niente di tutto questo nel dramma di Eschilo: lui fin dal titolo mette l’accento sulla richiesta di aiuto che le Danaidi (sono loro le “supplici”) e il loro padre, modello di equilibrata prudenza, rivolgono al re Pelasgo, da cui dipende il loro destino.

Esse dimostrano fin da subito il proprio desiderio di abbandonare natali egizi e costumi stranieri per entrare a far parte della polis greca (Argo o Atene che sia, purché democratica ovvero disponibile a una concezione aperta della partecipazione alla vita civica). In questo senso la tragedia – come ha sostenuto il prof. Cuniberti dell’Università di Torino, nella conferenza “Stranieri, donne e cittadinanza. I diritti degli altri nelle Supplici di Eschilo” tenuta a Mondovì per la Società Dante Alighieri – è un’importante testimonianza del nuovo clima politico che si instaura ad Atene alla fine degli anni sessanta del V sec. a.C. : la città si pone di fronte al problema degli stranieri, della loro accoglienza, delle relazioni con loro quali alleati di una polis che si pone come guida e tutela della grecità democratica.

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Nonostante le loro lontane ascendenze greche, Pelasgo sottolinea l’aspetto non autoctono delle Danaidi (vv. 279-280, siete molto più simili a donne libiche, e per nulla a donne del luogo); si scandalizza inoltre perché esse rifiutano a priori il matrimonio, che per la mentalità tradizionale rappresenta un accrescimento di forze per l’uomo: il contrasto fra lui e il coro delle donne non potrebbe esser più marcato. Pelasgo soppesa attentamente i rischi delle due alternative che gli si prospettano: integrare le donne fra i cittadini significava esporsi alle rappresaglie di Egitto e dei suoi figli; respingere la loro supplica avrebbe scatenato l’ira di Zeus, protettore degli ospiti (vv. 376-380; vv. 407-417). Ma alla fine il re rimette la decisione all’assemblea dei cittadini, parlando in favore dell’accoglienza, e l’assemblea delibera all’unanimità che Danao e le sue figlie si stabiliscano da liberi nella terra di Argo, e che nessuno, straniero o cittadino, li possa più cacciare o rapire. Qui Eschilo esalta la “grecità”, cioè le istituzioni della democrazia, soprattutto l’assemblea popolare, e il pubblico a teatro si sarà sentito orgogliosamente protagonista…

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Questi versi – è sempre il prof. Cuniberti ad asserirlo con passione – si dovrebbero considerare “patrimonio culturale dell’umanità”, perché in essi compaiono vicine per la prima volta le due parole che poi formeranno il termine “democrazia”. Si tratta dell’espressione “la mano sovrana del popolo”, in greco δήμου κρατου̃σα χείρ, ed è toccante l’immagine dell’aria che “freme per le destre alzate con slancio unanime” per approvare la mozione di Pelasgo e accogliere le donne straniere nella città.

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Ma l’elemento più nuovo e rilevante dell’intera tragedia è il rispetto della volontà delle donne, ossia la condanna del matrimonio per ratto e tramite violenza: è questo il motivo di fondo per cui alla fine Pelasgo e l’assemblea degli Argivi votano in favore delle supplici, perché sono vittime di violenza. Dunque per Eschilo anche il matrimonio cessa di essere un fatto privato, ma dev’essere regolato dall’intervento dello Stato: di uno Stato democratico come la polis, garante di libertà e giustizia e patria del diritto che si oppone alla violenza nei rapporti interpersonali, e in questo caso rifiuta il matrimonio per ratto come un costume arcaico e barbarico, indegno della civiltà greca.

Tanta novità di pensiero e di sentire si traduce in audace sperimentalismo teatrale e formale.
Se tutto il teatro greco è sostanzialmente un “teatro di parola”, stante che i fatti cruenti, violenti, non avvengono in scena sotto gli occhi degli spettatori, ma vengono raccontati, questa tragedia lo è in modo affatto speciale: non solo infatti Eschilo rovescia il ruolo del coro, che da paladino della morale corrente e del “buon senso” comune – com’è in genere nelle tragedie – diventa il vero eroe tragico, anticonformista e “ribelle” in nome di un più alto senso della libertà, della giustizia e della dignità individuale, ma la vera azione teatrale consiste appunto nel dialogo tra le Danaidi e Pelasgo, in cui le donne attivano tutta la loro capacità argomentativa, ribaltando, da supplici che erano, il rapporto di forza con il re argivo e “trascinandolo” dalla loro parte grazie alle armi della parola – e alla forza della disperazione. Per contro, Eschilo fa avvenire in teatro l’unica scena di violenza del dramma, l’arrivo dell’araldo di Egitto e il suo tentativo di trascinare via le Danaidi, per riportarle in Egitto: come nota con grande acutezza Paduano, è la materializzazione di “un sogno, un sogno nero” (v.888), è l’incubo peggiore delle Danaidi che diventa minaccia reale, in una scena di pathos sconvolgente proprio perché non narrato, ma rappresentato per così dire “in diretta”.

Sul piano formale, la novità più vistosa è quella di un corifeo, il portavoce del coro, che anziché limitarsi a cantare recita anche. La tragedia classica doveva essere infatti molto simile alla nostra opera lirica, che alterna le parti recitate (con o senza accompagnamento musicale) alle parti cantate, dai solisti o dal coro. Quello che noi conserviamo delle tragedia antiche è l’equivalente del “libretto d’opera”, essendo la musica per noi perduta, quindi possiamo solo ricostruire dalla metrica del testo – e immaginare – quale “stranezza” abbia rappresentato sentire il corifeo scandire i trimetri giambici recitativi oltre ai docmi, ai coriambi, ai gliconei, agli enopli, agli anapesti, ai bacchei, usati nelle parti corali vere e proprie, cioè cantate; ma tra i versi lirici Eschilo utilizza addirittura i cretici (vv.418-427) – considerati non adatti allo stile elevato della tragedia – per “shoccare” gli spettatori e far loro “rivivere”dall’interno lo shock delle Danaidi costrette a nozze imposte.

Non sappiamo come abbia reagito il pubblico dei cittadini ateniesi, se si sia emotivamente identificato con il coro delle Danaidi, come il testo richiede, o se abbia prevalso lo sconcerto, il fastidio provocato da tali e tante novità. Non sappiamo se il pubblico si sia sentito urtato o si sia lasciato coinvolgere; se sia prevalsa l’approvazione, o se invece abbia avuto la meglio la mentalità maschilista, quindi lo stupore, lo scandalo per queste tesi eschilee: è noto infatti che nel mondo antico le donne non avevano diritto di parola in pubblico, mentre qui “parlano” dall’inizio alla fine, anche se non sono ammesse ad assistere all’assemblea che deciderà della loro sorte – così come non partecipavano alle assemblee della polis. Per di più queste donne sono, almeno in apparenza, straniere che chiedono asilo, e la loro lontana origine argiva sembra poco più che un éscamotage per rendere meno “urtante” la tesi di Eschilo: nessuno è straniero, in quanto siamo tutti esseri umani, protetti dagli stessi dei; abbiamo tutti l’α͗συλία  βροτω̃ν (asylia brotòn), il “diritto all’inviolabilità propria di ogni uomo”. L’unica deliberazione possibile in nome dell’umanità, per non tradire quella che Fenoglio chiama la “normale dimensione umana”, è quella che l’assemblea degli Argivi prende approvando la richiesta del re: l’accoglienza incondizionata di chi, uomo o donna, arriva da lontano per evitare una vita infernale. Gli dei di Eschilo stanno dalla sua parte.

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BIBLIOGRAFIA:
G. PADUANO, La volontà delle donne, prefazione a ESCHILO, Le supplici, traduzione e cura di G. Paduano, Edizioni ETS, Pisa 2016
G. CUNIBERTI, Le Supplici di Eschilo, la fuga dal maschio e l’inviolabilità della persona, “Museum Helveticum” 58, 2001, pp.140-156
U. ALBINI, Introduzione a ESCHILO, Prometeo incatenato, I Persiani, I Sette contro Tebe, Le supplici, a cura di E. Savino, Garzanti, Milano 1988
B.GENTILI, La metrica dei Greci, D’Anna, Messina – Firenze 1973.

(Si ringrazia il prof. Cuniberti per le immagini gentilmente concesse)