Aritmetica famigliare

Considerazioni su una foto di famiglia

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SILVIA PIO

Le storie più avvincenti sono le saghe famigliari, con generazioni che si susseguono, amori e dolori, nascite e morti. Le letteratura ne è piena, ma anche il cinema e le serie televisive. Senza scomodare la letteratura, in tutte le famiglie si possono trovare storie intriganti, ma è difficile che qualcuno le sappia raccontare.

Se avessi il talento di Marquez o della Allende ne avrei da dire della mia, affollata e piena di vicende. Ma sono qui con l’album di foto e non sono capace che di sfogliarlo all’infinito. Ne prendo una.

Se dietro non ci fosse la data e il luogo si potrebbe fare un po’ di lavoro di deduzione, che risulterebbe facile vedendo chi c’è e chi manca. Proprio nel centro della foto si trova una bambina bionda in braccio ad un nonno molto orgoglioso (come lo era lui, di ogni bambino che arrivava: sangue del suo sangue): è la prima nipotina, nata nel 1952. Nello stesso anno, poche settimane prima era morta la prima figlia, a 24 anni, che infatti manca. La bambina bionda potrebbe avere un paio d’anni, quindi siamo nel 1954. In quel periodo la famiglia si era trasferita in una cascina che aveva preso a mezzadria, per poi tornare nelle terre avite qualche anno dopo.

Se non fossero loro, che conosco bene, se non fossi una di loro, arrivata dopo, la prima cosa che noterei sarebbe la scala dei maschi, dove tra il primo e l’ultimo ci saranno (e ci sono) vent’anni, mio padre è il maggiore, mentre invece le ragazze sembrano tutte della stessa età. Sorridono guardando l’obiettivo, più fiduciose dei maschi, già carichi di quel peso che le famiglie patriarcali comportano. La mamma li guarda, chioccia con i pulcini, e tiene vicino il piccolo e sa che sarà l’ultimo perché la sfilza di gravidanze, un anno sì e un anno no, si è finalmente interrotta.

I genitori hanno 48 e 54 anni, ma lui è già calvo, come l’ho sempre ricordato, e lei già consunta, con i capelli fermati a crocchia (in dialetto si chiama puciu), la pettinatura classica delle donne di campagna, che ha abbandonato solo da anziana quando anche in paese si usavano i capelli corti tra le donne. Nella foto non si vede, ma porta un grembiule sopra la gonna (i pantaloni non li ha mai indossati): quell’abitudine non l’ha lasciata fino all’ultimo, per non sporcare gli abiti quando ancora si cucinava i pasti.
Nella foto sembrano già vecchi, com’è cambiata la percezione dell’età… Vecchi lo sono diventati davvero.

Una famiglia numerosa dovrebbe crescere in maniera esponenziale, eppure più passa il tempo e meno figli si fanno. Dai nonni sono nati 10 figli vivi (e uno morto), da questi, 20 nipoti e 22 (finora) pronipoti. Alle addizioni si sono intervallate le sottrazioni, con una logica che non ha sempre seguito la legge del più vecchio. Tanti se ne sono andati giovani, ma i nonni sono stati (finora) i più longevi: quando ci hanno salutati lui aveva 90 anni e lei più di 100, e alla festa del centesimo compleanno ci è venuta con le sue gambe, messa e pranzo al ristorante compresi.
Ma avevano sotterrato tre figli e una nipote.
Le sottrazioni ora sono più delle addizioni nelle riunioni di famiglia. L’ultimo maschio è rimasto anche l’unico, mentre le donne hanno ereditato la longevità materna.

Siamo tutti qui a contare: quanti verranno al pranzo annuale, quanti non stanno tanto bene, che età hanno gli ultimi arrivati. Tra questi, mia figlia. Per lei metto giù questi calcoli, lei che non ricorda suo nonno mio padre e non capisce quando parliamo in dialetto. Che perde il conto quando inizio ad elencare gli zii e si inquieta al numero dei cugini. Un giorno forse vorrà saperne di più.

(Un’altra foto di famiglia si trova qui: Un paio di scarpe color avorio, numero 35)