Fabiano Spessi: la poesia nasce dal confronto

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GABRIELLA MONGARDI

Quella di Fabiano Spessi è una poesia che si sporca le mani. Con piena avvertenza e deliberato consenso. Questo carattere, già evidente nella precedente raccolta, Una promessa di felicità, Ladolfi editore 2016, è ancora più accentuato in La seconda nascita, uscita sempre per Ladolfi a dicembre 2017.

La lunga poesia liminare di La seconda nascita, Un modo bugiardo di dire la verità, è un vero e proprio manifesto di poetica, a partire dal titolo ossimorico che è una splendida definizione della Letteratura, una definizione in cui si avverte l’eco dell’imperativo dickinsoniano “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”. Nel caso di Emily Dickinson, l’“obliquità” è data dalle metafore ardite, dalla sintassi spezzata che rendono la sua dizione ermetica, oscura; in Spessi invece sembra di avvertire quasi un’insofferenza proprio per la poesia intesa come “scrittura in versi”, come registro alto della lingua; e in effetti i suoi versi tendono alla prosa sia per le scelte lessicali, sia per l’assenza di rime, sia soprattutto per un “andare a capo” che sembra casuale, sbadato, a volte addirittura sbagliato.

Questo testo ci dà inoltre le coordinate dello spazio urbano e umano in cui si muove il poeta: “palazzi dalle / facciate scrostate, chiese / edificate in fretta, biblioteche / comunali dentro le quali / si dispiegano le ore di / studenti, anziani delle case / popolari e immigrati”, a cui si aggiungeranno nel corso della raccolta bar, sale da gioco, autogrill, centri commerciali, stazioni, ristoranti “all you can eat” – tutti i non-luoghi della “società liquida” che sembrano così “impoetici” e diventano invece un “pretesto / buono per scrivere / anche se il fuoco / dell’ispirazione è spento e la / mente viene costantemente presa / d’assalto da pensieri / che hanno / a che fare con la quotidianità / più spicciola”; ci indica anche il punto di osservazione e l’atteggiamento del poeta: “vedute non / dall’alto / ma a livello dei / marciapiedi”, in un “fecondo / confrontarsi con le altrui esistenze”. Ed ecco compirsi il miracolo, affiorare nell’andamento così prosastico della poesia-manifesto qualche endecasillabo, qualche rima al mezzo, qualche enjambement che dilata il respiro, e il fare poesia ritorna ad essere “un’insensata inesauribile / fonte di felicità proprio quando / i giorni corrono o si trascinano su binari lenti”, proprio quando la poesia sembra in via di estinzione, minacciata com’è dal vuoto della “chiacchiera” massmediatica… Se vogliamo, Spessi prosegue sulla via già indicata dalla lirica di Montale, nel suo abbassarsi dal “sublime” delle prime tre raccolte al “prosastico” delle successive, da Satura a Quaderno di quattro anni a Diario del ’71 e del ’72, aggiornando ovviamente temi e lessico al nuovo millennio. E introducendo una parola-chiave: “confronto”.

La sua non è la poesia del “poeta con il dolcevita nero”, che “scrive per sondare il mistero / della vita e della morte / ed è così ermetico / che lo capiscono solo quelli / della sua corte; è una poesia che vuole “mettersi in comunicazione” con la realtà osservata e con il lettore, e per questo usa una lingua apparentemente semplice, colloquiale, scontata – tranne qualche fulmineo, fulminante “scarto”, a gettare “di striscio” un fascio di luce nel buio…

A trascrivere alcuni titoli di queste poesie se ne ricava quasi l’indice di un libro di sociologia: Social network, Lettera di Vincenzo l’elettricista a Ludovica l’eterna stagista, Le dimissioni di Patrizia, Traslocatori di pianoforti, Affittasi, Davanti alla stazione, Ortomercato, La piscina, Lo stagista di 40 anni, Il male minore, L’ultimo giorno d’estate, Boy band, La domenica dello stop alle auto, Liposuzione, All you can eat, Pasolini 1975-2015, L’eterno ritorno dell’uguale, In balia degli eventi, Rimini, Piano quinquennale, L’indice di gradimento… E intercalati a questi, altri titoli più allusivi e intimistici: Il cielo sopra Berlino, Corpo intermedio, Canto della città, Arrivi e partenze, L’apparenza, Rinnovarsi, La fine delle domande, Il male minore, L’immaginario, Dev’esserci per forza qualcosa, Tutto qui, L’ultimo giorno d’estate, Settembre, Il nostro bisogno di trascendenza, Imprevedibile, L’arte degli incontri; e poi tre anni-titolo, anni di “svolta”: 1987 (il passaggio della “linea d’ombra” personale), 1994 (l’anno della Destra al governo), 2002 (la svolta nei gusti del cinefilo: mai più film “impegnati”).

La raccolta si presenta quindi come estremamente composita, anche perché nei singoli componimenti, a prescindere dal titolo, si mescolano quasi sempre temi “pubblici”, di denuncia sociale (il lavoro precario, la dispersione scolastica, la droga…) e “privati”, esistenziali (l’amore, la solitudine, il tempo…). Sul piano sociologico, questi “quadri d’insieme” gettano uno sguardo su realtà che molti si ostinano a non vedere; sono lievitati dall’ironia e dalla poesia, che gioca con le parole mescolando italiano e inglese e insegue un suo ritmo segreto; sul piano esistenziale, il messaggio che il poeta ci affida è quello di credere alla vita, alla sua “infinita altra possibilità” (L’ultimo giorno d’estate) – e alla poesia, “un atto più straniante che inutile” (La domenica dello stop alle auto): non inutile proprio perché straniante, perché ci arricchisce di uno sguardo diverso sul mondo e su noi stessi.

foto di Gabriella Mongardi

foto di Gabriella Mongardi

IL CIELO SOPRA BERLINO
Le prime luci dell’alba
strappano al sonno gli angeli che
scendono dalle panchine del parco
non visti da anima viva, giusto qualche
cane a passeggio ne percepisce la presenza,
avverte lo spostamento d’aria. Entrano nei
bar per ascoltare i discorsi delle infermiere
e degli autisti d’autobus e poi montano in
servizio con la grazia innaturale del volo.

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SOCIAL NETWORK
Per evitare errori madornali
nell’uso delle reti sociali
sarà il caso di presentarsi
per come si è veramente
o per come ci si comporta
di solito in mezzo alla ggente?
Meglio postare
foto dei propri piedi in riva al mare
oppure un primo piano
di un primo piatto succulento?
Più giusto
un proprio ritratto sorridente
con i capelli al vento
o un autoscatto
con la mano sotto il mento
da intellettuale tormentato per contratto?
Condividere o no
l’annuncio della gravidanza
e i momenti migliori
dell’ennesima vacanza?
E se la propria vita
assomiglia a una bicicletta senza sellino
meglio dirlo urbi et orbi
o fingere che ci si diverta
un casino?
La verità, vi prego, sui social network.