Toscanini, o la religione della musica

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GABRIELLA MONGARDI

(Liberamente tratto da Toscanini, corps et âme” di Michel André, in “Books”, gennaio-febbraio 2018)

«Non sono un genio, non ho creato niente. Interpreto la musica scritta da altri. Sono soltanto un musicista.» Queste le parole con cui il grande direttore d’orchestra italiano, Arturo Toscanini (1867-1957), si schermiva dai complimenti. E non era falsa modestia, la sua: era perfezionismo. Pur essendo consapevole del proprio valore, non si sentiva mai all’altezza del suo compito; era insoddisfatto quando lavorava, ma ancor di più quando non lavorava; era scontento di sé come artista e come essere umano, insoddisfatto della sua vita, degli altri, del mondo.

Eppure Toscanini fu oggetto di un vero e proprio culto da parte dei suoi contemporanei. Tutti i musicisti concordemente definiscono il suonare sotto la sua direzione come la più esaltante esperienza artistica della loro vita. Tutti evocano il magnetismo del personaggio, il suo potere di seduzione, l’eccitazione che la sua semplice presenza induceva, la facoltà impareggiabile che aveva di farli suonare meglio di quanto avessero mai fatto, meglio di quanto si credessero capaci di fare – di suonare come se da questo dipendesse la loro vita.

Le sue interpretazioni spiccavano per la loro limpidezza e nitidezza, per l’equilibrio e la coerenza, per la potenza e l’energia; aveva una capacità straordinaria di sovrapporre i diversi piani musicali, di far risaltare i minimi dettagli e far emergere note spesso scomparse o sommerse nel fondo sonoro – con un fulgore che dava ai suonatori e agli ascoltatori la sensazione di riscoprire le opere più familiari.

Toscanini era dotato di un’eccezionale memoria musicale. Conoscendo a memoria qualcosa come 120 opere liriche e 480 opere sinfoniche, dirigeva senza spartito (anche per problemi di vista). Questa memoria non comune gli permetteva di rappresentarsi con grande chiarezza le parti dei differenti strumenti e di ricordarsi con stupefacente precisione, anche a distanza di molto tempo, le sfumature o gli errori delle precedenti esecuzioni.

Il suo repertorio era vasto e vario e non trascurava i compositori moderni: data la lunghezza della sua vita e della sua carriera, suoi contemporanei furono tanto Brahms, Chaikovskj, Wagner e Verdi quanto Strauss, Debussy, ­Ravel, Elgar, Dukas, Shostakovich, Stravinsky, le cui opere eseguì spesso per la prima volta. Non amava Mahler e provava per la scuola austriaca di musica dodecafonica e seriale un’avversione che si può facilmente comprendere, ma apprezzava compositori americani come Samuel Barber, Aaron Copland e George Gershwin.

Per lungo tempo Toscanini non si è invece fidato dell’invenzione dei “dischi rotanti su fonografo” (così li chiama Thomas Mann): per questo la maggior parte delle registrazioni che di lui si sono conservate risale agli ultimi vent’anni della sua vita. Le sue migliori interpretazioni sono quelle degli anni Venti e Trenta, gli anni della sua piena maturità; ma le sue ultime performance, come il concerto dedicato a Wagner del 1951 o altri dati nel 1952, a 85 anni (in programma Sibelius, Debussy, Rossini, Beethoven e Respighi), sono ancora impressionanti.

Come molti direttori d’orchestra del suo tempo, Toscanini aveva imparato il suo mestiere all’Opera. Nato a Parma da una famiglia povera, diplomatosi al Conservatorio della sua città, iniziò la sua carriera come violoncellista, facendosi notare per il suo straordinario talento musicale. Durante una tournée in Brasile dell’Orchestra del Teatro di Parma di cui faceva parte, il Sovrintendente, scontento delle prestazioni del direttore titolare, gli chiese di sostituirlo: anche se preso alla sprovvista, assicurò la direzione dell’Aida di Verdi e delle altre dodici opere in programma, che conosceva a memoria. Nel 1895 fu nominato direttore artistico al Teatro Regio di Torino, tre anni dopo alla Scala di Milano; per otto anni, dal 1938 al 1946, fu direttore del Metropolitan di New York, quando riparò in America perché considerato un nemico dal regime fascista.

Toscanini ha contribuito a fare all’opera lirica lo spettacolo che oggi conosciamo. Andando contro la tradizione italiana che ne faceva un divertimento basato sulle performance dei cantanti, che il pubblico ascoltava chiacchierando e flirtando, e ispirandosi alle idee di Wagner, ha imposto l’uso della fossa d’orchestra e le luci spente nel teatro, ha bandito i bis a scena aperta così spesso reclamati dal pubblico, ha messo l’accento sull’unità drammatica delle opere e sulla professionalità dell’orchestra, e contemporaneamente ha tenuto a freno il divismo delle cantanti e dei cantanti.

Allo stesso modo, ha inventato la direzione moderna, imponendo il rispetto dello spartito così “com’è scritto”. Andante – diceva – è andante, cioè “camminando”; non è adagio. Ma lui stesso non esitava a interpretare certe indicazioni con grande libertà, quando lo riteneva necessario, e addirittura a procedere a modificazioni dell’orchestrazione per aderire meglio a quelle che intuiva essere le intenzioni del compositore e lo spirito del pezzo, come ha fatto per La Mer di Debussy, a quanto pare con l’approvazione del compositore stesso.

Anche se viveva per la musica, a cui si era consacrato con profondissima devozione (diceva che bisognava dirigere l’Adagio della Nona Sinfonia di Beethoven in ginocchio), Toscanini non riteneva l’arte una sfera separata rispetto alla politica. Pur essendo stato un simpatizzante del fascismo agli inizi, quando appariva come una sorta di socialismo patriottico, prese rapidamente le distanze da esso. Pur essendo un ammiratore fervente di Wagner, di cui aveva messo in scena per la prima volta a Milano il Tristano e Isotta e il Crepuscolo degli Dei, pur essendo amico della famiglia del compositore tedesco e primo direttore straniero a essere stato invitato a Bayreuth, si rifiutò di continuare a suonare quando i Wagner si avvicinarono al regime nazista. L’antisemitismo dei regimi hitleriano e mussoliniano gli ispirava un’autentica ripugnanza e nel 1936 andò in Palestina a dirigere il concerto inaugurale dell’Orchestra Sinfonica di Palestina (oggi Orchestra Filarmonica d’Israele), dichiarando: «La condotta della mia vita è stata, è e sarà sempre l’eco e il riflesso della mia coscienza, che non conosce né dissimulazione né deviazione».

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