Diario di una giovinezza, dodicesima puntata

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FELICE BACCHIARELLO

Fame e freddo

Fame, freddo, febbre e sporcizia, unite a tutte le miserie possibili erano con noi, nemici più potenti dell’esercito russo stesso.
Resi così peggiori delle bestie, abbruttiti dal troppo soffrire, nulla restava più di umano e noi. Nulla. Tutto era impiegato nella lotta senza quartiere, senza limite, estrema ed angosciosa contro la morte, alla quale ognuno cercava affannosamente di sfuggire, guidato dall’istinto naturale di salvezza, sino a quando le forze non lo abbandonavano; ed allora si abbatteva a fianco di altri cadaveri che già si erano in precedenza abbattuti nel sonno eterno con gli occhi sbarrati nel vuoto, il viso terreo. Tristi visioni che sorgono come fantasmi nel pensiero del sopravvissuto ad ogni rimembranza.
Questa terrificante visione era la maggiore angoscia, ma nello stesso tempo anche la migliore spinta a proseguire nella lotta contro i molteplici e terribili nemici, contro l’abbattimento del corpo sfinito, pur di sfuggire ad una simile sorte. Il pensiero di trovarsi distesi sulla neve della steppa inospitale, gelati, calpestati inevitabilmente da coloro che seguivano, alla mercé di ogni animale rapace, il pensiero di rimanere colà per sempre, in terra lontana, nemica e straniera senza che una mano pietosa si fosse posata su di noi negli ultimi istanti, insepolti come cani rognosi, era terrificante, come più terribile ancora l’angoscia portata dal pensiero dei propri cari lontani, che in simili estremi momenti istintivamente si presentavano alla mente. Cosa terribile al punto da far perdere l’uso della ragione. Eppure questa non fu la scena di un sol giorno, bensì di 17 giorni, ed ogni giorno sempre peggiore, perché col passare del tempo, sfiniti, esausti, con le membra congelate, sempre maggiore era il numero delle vittime della triste catastrofe. Ogni giorno si vedeva la colonna, sulle prime normalmente numerosa, assottigliarsi con ritmo spaventoso sino a rendersi una fila indiana assai rada.

Per tre giorni si attese fuori della Sacca, noi primi arrivati, al punto di raccolta, l’arrivo dei compagni e per tre giorni arrivarono a gruppetti, soli, distanziati, uomini senza più alcun apparenza di civiltà. E di quella che era l’enorme colonna, più nulla se non una esigua rappresentanza.
Raccoltisi sui reparti, ne risultò che in salvo, tra sani, feriti e congelati, dei 25.000 uomini componenti la divisione effettiva in linea, si era appena circa 3000. E gli altri? Dormono il sonno eterno della morte nella steppa o nella immensa e gelida Siberia, poiché poco o nulla può essere sopravvissuto di quella che fu la massa dei prigionieri in mano russa, non essendo possibile sperare che in una lotta immane senza quartiere come quella, i Russi abbiano potuto in alcun modo arrestare o curare le cancrene da cui erano affetti prigionieri. Non solo, ma ammassati in campi di concentramento altro non avranno potuto essere che vittime delle epidemie, della fame e sterminati dal tremendo e micidiale tifo petecchiale, sviluppatosi nella seguente primavera. Troppo grande era il numero di coloro che giacevano al suolo, morti per arma da fuoco, per congelamento e per esaurimento di forze, perché numerosi abbiano ancora potuto essere i superstiti vitali in mani russe.

Bisogna pensare che lo sterminio durò per la bellezza di circa 700 o 800 chilometri di strada, ed in certi punti in cui la resistenza russa operava con maggiore accanimento il terreno rimaneva letteralmente coperto di vittime. Inoltre è da considerare che bastava la benché minima ferita per essere cagione di morte sicura, perché chi non aveva tutti gli arti in piena efficienza poteva considerarsi pressoché perduto. Qualcuno indubbiamente sarà sopravvissuto oltre ai pochi prigionieri restituiti, ed ancora sarà nella gelida unione, ma certo, a parer mio, non è da credere alle propagande sbraitanti che centomila prigionieri italiani siano ancora in Russia. Vi saranno sì, ma non vivi.
Ciò serve allo scopo di non dover palesare pubblicamente l’immane tragedia, l’ecatombe di cui il governo fu responsabile, e per riversare tutto l’odio di decine di migliaia di famiglie italiane sul popolo russo, il quale, ad essere imparziale, stimo meno colpevole di tanto lutto che non il governo italiano, in quanto la strage avvenne non già per barbarie dell’esercito e della popolazione russi, ma bensì per colpa degli elementi naturali, peggiori nemici: freddo e fame. Nonché causata dalla disorganizzazione creatasi per il succedersi degli avvenimenti e per l’assoluta mancanza di equipaggiamento e armamento idonei alla località in cui ci avevano mandati; mentre l’esercito russo ha combattuto e vinto con ogni mezzo lecito né più né meno come avrebbe fatto ogni popolo per cacciare di casa propria un nemico invasore. E notorio come infatti i Russi, in genere, avessero un senso di compatimento anziché di odio vero e proprio verso noi Italiani e verso i Romeni, riversando invece tutta la loro antipatia sul Tedesco. Risulta infatti che in sulle prime molti Italiani catturati dai Russi furono disarmati e lasciati liberi. Cicai (andatevene).
Asserivano pure soldati rimasti uno o più giorni prigionieri dei Russi di aver visto questi medicare gli Italiani feriti, sdegnando i Tedeschi.
La maggior parte delle vittime in Russia sono da imputare al freddo più che al piombo nemico, quantunque questo abbia pure mietuto abbondantemente. Quanto sia il freddo potente e terribile da paralizzare ogni più energica volontà è incredibile. Ricordo che nel tempo di permanenza in linea sul Don si andavano a prelevare i viveri presso le sussistenze e le patate fornitrici erano talmente gelate da far credere che fossero noci. Ciononostante, con speciali riguardi, ce ne servivamo ugualmente. Una cosa poi che attirava la nostra attenzione e meraviglia era il fatto strano di vedere mettere il vino in sacchi comuni o in ceste! Era incredibile, eppure ciò avveniva; le botti di vino depositate presso le sussistenze venivano aperte con scuri e scalpelli per vederne saltare fuori il contenuto completamente gelato tanto da mantenere la forma del recipiente che lo aveva contenuto. Allora avveniva un’altra ridicola operazione, cioè quella di tagliare tale blocco ghiacciato con la scure e distribuirne la spettanza agli aventi diritto, che per il trasporto della bevanda usavano sacchi o cesti. In grosse marmitte presso il fuoco si provvedeva poi allo scioglimento, per poter effettuare la distribuzione individuale. Il pane era pure gelato a tal punto da rendersi immangiabile. A proposito di pane, non potrò mai dimenticare l’orrore di una scena accaduta nel periodo della ritirata e che qui voglio riportare, come so e posso, affinché, se mi saprò esprimere, si possa ancora una volta comprendere a quale eccessi porti la fame.

Si era circa al dodicesimo giorno di ritirata e precisamente si transitava per la città di Achtyrka, pressoché in testa alla colonna; già da altrettanti giorni in generale nessuno di noi aveva più assaggiato pane, quando si vide qualche pagnottone circolare tra le file. Come a chiunque, a me pure vennero gli occhi grossi, sprizzanti fuori dall’orbita a tale inusitata vista, sotto l’impero assillante della fame, regina nostra in quei giorni. Fu uno sbandarsi per le vie laterali in cerca del miracolo. Finalmente all’estremità di una via, quasi fuori dall’abitato centrale, vidi un assembramento di forsennati innanzi a una grandiosa e moderna costruzione ed allora compresi essere quello il posto che cercavo io stesso, perché quelli che mi avevano preceduto vi erano giunti spinti dallo stesso pensiero che ivi aveva condotto me.
Il locale era stato effettivamente abbandonato da poco, non so se da Russi o Italiani, poco allora importava; il fatto era che oltre le mensole e stadere piene zeppe di pane (evidentemente preparato per truppe, a giudicare dalle forme, forse per le russe fuggite al nostro sopraggiungere) eravi il pane ancora nei forni che bruciava e la pasta pronta nelle madie. I primi sopraggiunti, spinti nell’interno del locale seguiti da centinaia di altri, fecero in tempo ad uscirne prima che la folla degli affamati facesse ressa alla porta dal di fuori, allo scopo di entrare.
Ognuno può benissimo comprendere il pigia pigia che ne è successo alla porta: spintoni, urti, urla, imprecazioni ed ogni altro improperio uscivano dalla bocca dei deliranti per la fame, per il desiderio e per l’esaltazione di avere la probabilità di sfamarsi una volta a pane. In un batter d’occhio furono sfondate anche le finestre e pure da queste avvenne una irruzione di uomini ad accrescere la già ormai soffocante pressa dell’interno; una folla in cui ognuno stringeva a sé il maggior numero di pagnottone, senza più la possibilità di muoversi per la sempre maggiore pressione che veniva dall’esterno.
Coloro che rompevano dalle finestre non avevano altra via di entrare se non passando entro le madie piene di pasta. Mentre l’attesa di quelli ancora fuori, sempre in maggior numero, diventava impaziente, dentro non era più possibile vivere in quel modo: urli selvaggi, pianti, maledizioni si levarono dall’interno e dall’esterno, gli uni perché volevano uscire, gli altri per entrare, senza fare il più logico ragionamento. Gente che graffiava, si mordeva a vicenda o che si voleva far largo con le armi, addirittura. Il pandemonio, le scene e le voci inumane di cui fui testimone in quel luogo non mi sento affatto di descriverle, ognuno cerchi di immaginare qualcosa di spaventoso, di orribile, le strida più assordanti, più disumane. Tutto ciò colà avvenne in un caos indescrivibile. Persino colpi di arma da fuoco furono sparati.
Mai in vita mia mi ero immaginato potesse succedere una simile scena. Ogni cosa ha il suo termine, ed anche questa per fortuna ebbe la sua fine. La folla interna rifornita di pane, finalmente poté trovare la via d’uscita, ma appena fuori altro guaio attendeva poiché sempre nuovi sopraggiungenti, nel dubbio di essere in ritardo, si avventarono come belve su coloro che già erano forniti di pane per toglierglielo dalle mani; così avvenivano zuffe tremende, pianti e disperazione del più debole che talvolta rimaneva completamente privo di pane dopo tanta fatica per provvedersene. Sballottato in quella irragionevole folla già disperavo davvero di poter arrivare in tempo alla meta, quando un caso provvidenziale mi venne in aiuto. Fra i due litiganti il terzo gode. Infatti un soldato stava uscendo con tre pagnotte quando fu fermato da un secondo che gli chiese parte di quel pane. Neanche a dirsi successe una zuffa tra i due e, buon per me, in quella un pane scivolò dal nascondiglio del proprietario ed in tutta fretta, senza nemmeno lasciarlo cadere a terra né chiedere di chi fosse, me ne appropriai dandomi alla fuga a gambe levate, nascondendomi il prezioso tesoro sotto il pastrano perché nessuno me lo vedesse; riuscii nel mio intento ma il cuore mi batté ben forte per un pezzo.
Così potei lasciare quel luogo orrendo di lotta, chissà quale scene selvagge e brutali saranno seguite! A quale punto deve essere ridotto l’uomo! Per quale motivo poi? Per chi?

(Continua)

Nella foto: colonna di prigionieri dell’Asse catturati dai sovietici durante l’offensiva dell’inverno 1942-1943 (Wikipedia).

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