Capodanno

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FRANCO RUSSO.

Ricordo, nella mia ormai lunga vita, oltre cinquanta capodanni. Al mare ed in montagna, a Lerici e nelle Langhe, a Sampeyre e a Ventimiglia, a Upega e ad Albissola, a Reggio Emilia e a Cuneo. E a Cervasca. E veglioni, in tenuta goliardica, al Sociale e al Caprissi. In tempi passati se ne cominciava a parlare a ottobre: ristorante o casa, veglione sì veglione no, chi coinvolgere, il gioco delle coppie, evitare quelli che hanno troppi figli troppo rompiballe e quelli che hanno una cugina single che arriva da Voghera o un cognato disperato per essere stato abbandonato dalla moglie, io preparo il fagiano alla panna, io compro i dolci, io porto il vino, chi va ad accendere almeno tre giorni prima, come ci vestiamo, ricchi premi e cotillons. Immancabilmente mangiavamo male, bevevamo peggio, litigavamo tra di noi e, in genere, l’obbligo morale di tirare, ad ogni costo, l’alba lo vivevamo come un dovere/piacere ma, in realtà, era una fatica. Belli – ed eroici – i capodanni in cui ci era presa la follia che, dovunque avessimo celebrato la mezzanotte, al mattino dovevamo raggiungere il mare, di solito Cap Martin, e lì il primo bagno dell’anno. E solo le femminucce (a scanso di lapidazioni tardofemministe, dal Dizionario Garzanti: spreg.: uomo debole e pauroso) con muta o maglie e calze; i duri e puri in braghette – e magari anche senza – a sfidare i quattro/cinque gradi dell’acqua. Con mogli e morose che scuotevano la testa ma, pazientemente, ci aspettavano sul bagnasciuga con un ambito accappatoio. No grazie, sto benissimo, direi che è diversamente calda articolavamo battendo i denti e con le labbra viola. Ricordo che un anno c’era molta neve e il Colle di Tenda era chiuso. Dopo il brindisi caricammo gli sci da fondo sulle macchine e via fino ad appena dopo S. Anna di Valdieri dove la neve non era più tolta dalla strada. Sci ai piedi fino alle Terme, dove era raggiungibile la piscina all’aperto con acqua calda: via i vestiti e, nudi nell’acqua calda, circondati da muri di neve gelata. Fantastico osservare con solo gli occhi fuori dall’acqua, la luna e le stelle. E brindare con i bicchieri di plastica. Meno bello uscire, asciugarsi all’ingrosso, rivestirsi con calzettoni bagnati e scarponi che non entrano, ridiscendere con gli sci verso automobili gelate con il sogno di un letto caldo e il piacere  di aver archiviato un altro capodanno.

Passata la fase eroica, giovanile e cretina del capodanno da celebrare ad ogni costo, subentra, per fortuna, la fase ursina. Orso di casa: basta uscire, basta ristoranti, basta compagnie rumorose, veglioni, mangio a casa mia una cena normale, spaghetti e milanese con patate,  un normale brindisi a mezzanotte e via, a nanna.

E negli ultimi anni ho sempre condiviso il capodanno, a casa mia, con Umberto, un amico carissimo e fraterno, quello che ho sempre considerato un Maestro di vita. Classe 1930, dopo la scomparsa della sua adorata Giorgina, ho sempre condiviso il capodanno con lui. Adorava – e mia moglie gli cucinava sempre – lo stoccafisso alla messinese che era il piatto dei nostri auguri. Un cuore impazzito gli ha complicato gli ultimi anni e, con sublime ironia, quando ci salutavamo, mi diceva sempre beh anche questa è andata, scegliamo un tempo ravvicinato per il prossimo appuntamento perché il tempo non è più mio. Così è stato nel 2016 e l’appuntamento ravvicinato era per il suo ottantasettesimo compleanno, il 22 gennaio, ma il 18 gli dei dispettosi se lo sono preso. Per la verità, ai saluti, aveva detto a mia moglie il prossimo anno, se ci sarò, mi piacerebbe cambiare menu, mangerei volentieri la polenta con lo spezzatino, me la fai? Naturalmente sì, contaci.

E allora, contro il tempo, contro gli dei invidiosi, contro la morte, questo capodanno ho deciso di festeggiarlo con Umberto, preparandogli il solito posto a tavola, mangiando la polenta con lo spezzatino in due ma come se fossimo in tre. E, al brindisi, Marina ed io, insieme abbiamo detto cin cin Umberto, per te, dovunque tu sia. Ed è stato un bellissimo capodanno.