Lo strano canto di Paolo e Francesca

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PAOLO LAMBERTI.
Per il lettore di oggi il V canto dell’Inferno è il più romantico dell’intera Commedia: una lettura non del tutto ingiustificata, dato che Dante lo intendeva come una riflessione sull’amor cortese, il fin’amor della tradizione provenzale, ma certamente molto più legata al Romanticismo dell’Ottocento che al vero senso che gli diede Dante.

È il Romanticismo a leggere la vicenda dei due amanti come una storia basata sul binomio Amore-Morte, quintessenza della visione romantica della vita. Già è Foscolo, al discrimine tra Settecento e Ottocento, a scrivere «[Dante] con arte attentissima non lascia(r) pensare all’incesto. La colpa è purificata dall’ardore della passione, e la verecondia abbellisce la confessione della libidine; e in tutti que’ versi la compassione pare l’unica musa».

Questa interpretazione ritorna, come nel dipinto di Dante Gabriel Rossetti in apertura (1855), o nella lettura di Francesco De Sanctis: «Dapprima la situazione è tragica: il motivo è la passione, dove la vita si manifesta in tutta la sua violenza; perché la passione raccoglie tutte le forze interiori, distratte e sparpagliate nell’uso quotidiano della vita, intorno a un punto solo, di modo che lo spirito acquista la coscienza della sua libertà infinita. Preso per se stesso lo spirito ed isolato dal fatto, la sua forza è infinita e non può esser vinta neppure da Dio, non potendo Dio fare ch’esso non creda, non senta e non voglia quello che crede, sente e vuole. Non vi è donnicciuola, così vile, che non si senta forza infinita, quando è stretta dalla passione. – Io ti amo e ti amerò sempre, e se dopo morte si ama, ed io ti amerò, e piuttosto con te in inferno che senza te in paradiso. – Queste sono le eloquenti bestemmie che traboccano da un cuore appassionato, e che rendono eroiche la timida Giulietta e la gentile Francesca … Ma nell’inferno l’anima è isolata dal fatto ed è pura passione e puro carattere, perciò inviolabile e onnipotente, e il fato è Dio, come eterna giustizia e legge morale: onde la prima parte dell’inferno, ove incontinenti e violenti, esseri tragici e appassionati, mantengono la loro passione di rincontro a Dio, è la tragedia delle tragedie, l’eterna collisione nelle sue epiche proporzioni».
Oppure: «[Francesca] donna e non altro che donna ed è una compiuta persona poetica; non è l’ideale di qualcos’altro, è l’ideale di se stessa. Quella donna che cerca in Paradiso, egli (Dante) l’ha trovata nell’Inferno. Francesca è l’umano e il terrestre, fragile, appassionato e colpevole».
Così la rivivranno Silvio Pellico e Doré, e D’Annunzio e Zandonai e mille altri.

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Dante sarebbe rimasto stupito, e indignato, da queste letture. Il V canto infatti va letto insieme al XXVI del Purgatorio, e inteso come una delle molte riflessioni/palinodie del Dante della Commedia rispetto alle sue opere precedenti.
Proprio l’amor cortese, e la sua celebrazione nella lirica, sono l’oggetto di un esame che ne rivela gli effetti funesti, e l’azione di allontanamento da Dio. Tramonta anche la donna angelo. E si abbandona il senso stesso dell’esperienza stilnovista e della Vita Nova: nel Purgatorio a purificarsi troveremo proprio i modelli del Dante fiorentino, Bonagiunta, Arnaut Daniel, Guido Guinizelli. Dante stesso proverà qui per l’unica volta la sofferenza delle anime, siano esse dannate o purganti.
Nulla è più estraneo a Dante delle parole di Foscolo o De Sanctis: né compassione né forza infinita che neppure Dio può vincere. Espressioni blasfeme per chi costruisce l’intera Commedia come allegoria: come nella lettera a Cangrande, il viaggio tra le anime è una contemplazione di come «homo, prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie premiandi aut puniendi obnoxius est». Compatire chi la perfetta giustizia divina ha condannato è pura insensatezza, è criticare quella giustizia in cui Dio stesso si identifica.
Il testo stesso del canto ci guida nell’interpretarlo, se bene intendi ciò che Dante ti nota:

Io venni in loco d’ogne luce muto, (v. 28)

Già esprime il contrario di quella luce che accompagna la donna dal viso cleri dei siciliani, o che fa tremare l’âre degli Stilnovisti; il contrappasso della tempesta che punisce la passione della lussuria colpisce tutti i dannati. Unica differenziazione la loro divisione in due schiere: quella capitanata da Semiramìs e da Cleopatra, peccatori pienamente volontari, e quella di Didone, cui appartengono i due amanti, che sono distinti in base alla categoria tomistica dei praevolentes, ovvero di quanti caddero nel peccato, cui comunque erano proclivi, per una spinta esterna. Ma non è un’attenuante: il peccato è comunque mortale, la distinzione però è funzionale al senso dell’intero discorso dantesco.
Che il bersaglio di Dante sia il mondo cortese si vede già in:

nomar le donne antiche e ’ cavalieri,  (v. 71)

verso che non a caso riprenderà Ariosto all’inizio del Furioso; Didone, Cleopatra sono personaggi classici, ma anche eroine dei poemi cavallereschi, e Semiramide compare negli affreschi del Castello della Manta; se poi riconosciamo in Parìs l’amante di Vienna nel ciclo bretone, associato a Tristano, ci ritroviamo nelle prose di romanzi rievocate non a caso in Purg. XXVI. Questo mondo delle corti non è certo toscano, ma domina ancora la cultura dell’antica Romandiola, le corti di Ravenna, Rimini, Forlì, Ferrara, dove non casualmente nascerà il poema cavalleresco italiano.

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Il primo discorso di Francesca è tutto elegantemente tramato di concetti del fin’amor, al De Amore di Andrea Cappellano, e peggio ancora di citazioni esplicite da Guinizelli:

Al cor gentil rempaira sempre amore

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende  (v. 100)

Versi che, come spesso nei dannati, tradiscono nel sottotesto l’intenzione peccaminosa:

prese costui de la bella persona (v. 101)

mi prese del costui piacer sì forte, (v. 104)

Al termine del discorso, abbiamo la prima forte incongruenza. Dante usa anch’egli un elegante formula di captatio benevolentiae:

Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio. (vv. 116/117)

Non è l’unica volta nell’Inferno in cui Dante si rivolge con rispetto ad un dannato: ma è una scelta puramente funzionale allo scopo di convincere il dannato a farsi suo malgrado exemplum del male e accusatore di se stesso: le anime dei peccatori hanno come scopo la vendetta verso i nemici e il desiderio di essere ricordate come vittime, Dante sfrutta questo istinto per mostrarle in realtà nella loro miseria morale. Si tratta di un reciproco gioco di seduzione ed inganno, in cui il vincitore è sempre il poeta: nelle forme eleganti di Francesca, o grottesche di Ciacco, per cui Dante usa, ironicamente quasi le stesse parole usate per Francesca (indizio enorme della loro insincerità):

Ciacco, il tuo affanno

mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; (Inf. VI, 58-59)

Questa “partecipazione” si trasforma in una domanda sconcertante: non, come vorrebbe la logica, la richiesta di particolari sulla morte, ma su un tipico topos del fin’amor:

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette Amore

che conosceste i dubbiosi disiri?». (vv. 118/120)

Dante costruisce la domanda in funzione di quella risposta che riassume il senso di tutto l’episodio:

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse (v. 137)

Qui confluisce tutto. Abbiamo Galeotto, ovvero Galehaut, lo scudiero che favorisce gli incontri clandestini di Ginevra e Lancillotto (che possiamo quindi immaginare anch’essi dannati nel II cerchio): conferma evidente di un rapporto amoroso reale, anzi, come ricordava Foscolo, incestuoso; e a torto Foscolo pensava «con arte attentissima a non lasciar pensare all’incesto». Il lettore medievale senza dubbio ci pensava, un’aposiopesi che grida. Capiamo qui la distinzione dei praevolentes: a Dante servono dei peccatori che ricevano l’ultima spinta verso il peccato da qualcosa di esterno. E la spinta viene dal libro: sono i poeti d’amore, tutti, anche il citato Guinizzelli e i suoi stilnovisti, a indurre al peccato ed alla dannazione; e se chi legge finisce all’Inferno, chi scrive cosa può meritare? Non stupisce che solo a questo punto

E caddi come corpo morto cade. (v. 142)

Dante vede non la dannazione di Francesca, ma la sua; vederla e capire gli permetteranno quel pentimento che gli concederà nel Purgatorio una salvezza, insieme ai suoi maestri, da pagare però con l’espiazione del fuoco. Se c’è compassione, non è per Francesca ma per sé.
Nel canto compare un’altra singolarità: il motivo per cui Dante, per un argomento così importante e personale, rievoca due figure che di fatto sono dei perfetti sconosciuti, nonostante quanto gli dirà Cacciaguida:

Però ti son mostrate in queste rote,

nel monte e ne la valle dolorosa

pur l’anime che son di fama note, (Par. XVII, vv. 136/138)

Abbiamo pochissimi dati, scavati a fatica dai commentatori, che ci parlano di Francesca da Polenta, maritata a Gianni “Ciotto” Malatesta intorno al 1276/82, uccisa intorno al 1283/86. Tutto il romance successivo è frutto dei commentatori, ovviamente Boccaccio in primis, che tanto amava storie come questa.
La scelta deve essere riportata alle esperienze personali di Dante. Un primo legame si può ritrovare nella carica di Capitano del Popolo che Paolo Malatesta ricoprì a Firenze tra il febbraio 1282 e il febbraio 1283: Dante non è ancora diciottenne, difficilmente si può pensare a rapporti personali, piuttosto ad una conoscenza generica.
Un secondo motivo può ritrovarsi nelle vicende di Dante successive all’esilio: se Forlì con Scarpetta degli Ordelaffi è fondamentale punto di appoggio per i Bianchi esiliati, i Malatesta di Rimini sono intransigentemente guelfi, e in altri passi della Commedia (si vedano Inf. XXVII, 46/48 e XXVIII, 82/84) compaiono sempre come traditori. Sono guelfi al pari dei Da Polenta, che pure molti anni dopo la stesura del V canto ospiteranno gli ultimi anni di Dante.
Ma la ragione più cogente va ritrovata in un legame personale: quando Dante ha abbandonato i Bianchi, e cerca di riavvicinarsi ai guelfi, dopo il 1307, si trasferisce nel Casentino ospite dei vari rami dei Conti Guidi. Sposa di Aghinolfo dei conti Guidi di Romena era proprio Margherita, figlia di Paolo Malatesta: deve essere lei la fonte di Dante.
Questo può spiegare due altri elementi singolari del canto. Il primo è il silenzio di Paolo: è vero che il canto dei lussuriosi vede comunque come protagonisti figure femminili, secondo la misogina opinione medievale che vedeva le donne incapaci di resistere alla lussuria:

Femina d’omo non si può tenere (Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima v. 35)

Ma è anche, questo silenzio, un modo di lasciare nell’ombra la sua figura: già mettere all’Inferno il padre della tua ospite non è facile, almeno così si attenua il suo ruolo.
Ma si chiarisce anche un verso altrimenti poco comprensibile:

Caina attende chi a vita ci spense (v. 108)

Perché mai Gianciotto dovrebbe finire tra i traditori della famiglia? Al limite, è lui il tradito, e anche ammettendo che sia punito per quello che fino a pochi anni fa in Italia era ancora il “delitto d’onore”, meritevole di assoluzione o al massimo di una mite pena, logica lo porrebbe con gli altri assassini, nel VII cerchio, I girone.
Il verso invece lascia trasparire una verità più profonda di quella dell’adulterio: Gianciotto uccide il fratello a tradimento, con il pretesto del (preteso) adulterio, ma lo fa per interesse. L’interesse è politico/patrimoniale: Paolo aveva sposato Beatrice Orabile, ultima erede della contea di Ghiaggiolo o Giaggiolo. Un feudo sull’appennino forlivese, in precedenza già controllato da quel Guido da Montefeltro ben noto a Dante, che a sua volta aveva sposato una Manentessa di Ghiaggiolo. Feudo quindi ghibellino e strategico, controllando l’Appennino alle spalle della ghibellina Forlì.
Il matrimonio di Paolo è un brillante colpo dei guelfi Malatesta che inseriscono un cuneo tra Montefeltro e Forlì: però il verso dantesco lascia intuire che Gianciotto ne volesse il controllo completo, non fidandosi del fratello. Forse non a torto perché il feudo passerà al figlio di Paolo, Uberto II conte di Ghiaggiolo, che per vendicare il padre passa ai ghibellini, e combatte per tutta la vita contro i parenti Malatesta.  Verrà ucciso a tradimento nel 1324 dallo zio Pandolfo Malatesta, dopo aver cercato di impadronirsi di Rimini. Decisamente Caina può diventare ben a ragione un feudo dei Malatesta.
Strano canto, il V dell’Inferno: e di sicuro poco romantico.