Un incontro fortunato: Corrado Ambrogio e San Francesco

MXXI, moltitudini raccolte

MXXI, moltitudini raccolte

FULVIA GIACOSA.

La chiesa cuneese di San Francesco incontra i lavori di Corrado Ambrogio ed è subito feeling: la sintonia tra luogo che accoglie e opere accolte consente di parlare di una visitazione-interpretazione dello spazio. La distribuzione dei lavori, attentamente studiata dall’autore, insieme ai curatori Giacomo Doglio e Massimiliano Cavallo, così come le luci e i coni d’ombra, ne fanno un’antologica site specific, capace di trasformare una semplice visita in un’esperienza stimolante.

All’edificio, dalle forme gotiche monumentali che predominano sulle aggiunte dei secoli successivi, ben s’accorda la sigla sacrale degli interventi contemporanei dell’autore che sceglie una serie di installazioni dai riferimenti a temi religiosi (croci, pietà, santi, flagellanti, concistori, iconostasi) in forme non certo confessionali o devozionali, ma latrici di una spiritualità laica.

S’aggira tra esse quell’ “animula vagula blandula, hospes comesque corporis” dei versi di Adriano imperatore, richiamati da Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano, un’anima vagabonda e nuda quando abbandona il corpo di cui è stata ospite e compagna rallegrandolo in vita. La sua struggente nudità, orfana di gioia, vaga qui alla ricerca di un nuovo corpo tra forme e materie offerte dalla natura (legni, tronchi, radiche, cartapesta, ferri) o create dalla mano dell’uomo (attrezzi, in specie quelli poveri come coloro che li hanno usati in tempi ormai lontani) che l’artista recupera e amorosamente “restaura” con combustioni, verniciature, strati di bitume, intagli, raschiature, per “far riaffiorare una vita che già è”, dice.

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Aveva ragione Marisa Vescovo quando parlava di “oggetti e cose che quasi sempre emanano un sentore di malinconia, o di morte, che per rinascere hanno bisogno delle sue attenzioni”. L’abbandono, premessa d’ogni finitudine, aleggia tra le navate della chiesa nel predominio dei neri e trova l’acme al fondo della nave destra in Shoah, 1016 paia di forme lignee da calzolaio, quelle che gli artigiani d’un tempo utilizzavano per sagomare le scarpe. L’allineamento sul bianco del fondo le fa apparire grandi falene che l’illuminazione traduce in ombre svolazzanti. Resti d’anime involate nei forni dei lager queste scarpe-falene hanno conosciuto il fuoco ingannatore, ch’è luce e morte insieme. Un volo di 135 corvi stilizzati in legno annerito (multipli del “corvo” contenuto nel Bestiario realizzato dall’artista nel 2013), appesi lungo la navata antistante, ne costituisce la funesta premessa; così come la vicina abside accoglie “Migranti (da un luogo senza nome)”, un’installazione di stracciati indumenti appesi su croci-stampelle a ricordare le morti dell’oggi in un dialogo muto con l’antico crocefisso della chiesa, mentre “Costellazioni (tornare a riveder le stelle)”, un grande “tappeto” appeso, nero come la notte rischiarata da minuscoli astri di luce, apre al possibile.

Già all’ingresso della mostra thanatos è presente in un tronco scavato che accoglie una piccola sfera d’ottone – luce nell’ombra – dal titolo frequente sulle tombe medievali dei condottieri (“Hic victus adest”) che non a caso è posizionato su una vera tomba antica visibile sotto il camminamento vetrato: un memento mori venato di mestizia. E, non lontano, un altro legno dialoga con questi segni silenti: una Pietà, tedesca nel titolo (“Vesperbild”) come nel ricordo delle sculture nordiche quattrocentesche amate dall’artista.

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Nelle cappelle laterali, tra altre opere, si trovano un “San Sebastiano” che ancora parla di martirio (stecche da biliardo trafiggono un monco tronco d’albero, possente come il santo mantegnesco), ma anche una ieratica iconostasi (“San Giorgio e gli altri”) che schiera una serie di palot per le granaglie, frontali ed allineate come le immagini sante delle chiese di Bisanzio; un “Concistoro” ligneo che echeggia affreschi trecenteschi nei volumi curvi ed essenziali di legni-figure.

Sono tuttavia toccati anche altri temi, tra cui vi segnalo “Personaggi”, 16 tronchi su un parterre teatrale che, lungi dall’essere attori immobili e muti, rammentano il coro delle tragedie greche del quale par di vedere la danza e sentire il lamento rituale.

ambrogio-personaggi

Last but not least, l’installazione che riempie tutta la navata centrale chiarisce il  titolo della mostra (MXXI, ossia 1021 come i pezzi del lavoro): lunghe file ordinatissime di attrezzi per tagliare il fieno – quando ancora non si facevano le “balle” con mezzi meccanici – hanno al vertice delle aste quelle forme a becco di corvo che abbiamo incontrato appese lungo la nave laterale, umili arnesi contadini trasformati in un esercito compatto, pronto all’assurda inutilità d’ogni battaglia; e più che evocare il cinese esercito di terracotta, sovvengono le schiere truci di spartani o le ire omeriche e i lutti degli achei . Peraltro mi pare che in questo luogo ci ricordino anche la storia della chiesa, quando l’esercito napoleonico ne aveva fatto una guarnigione militare.

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L’autoritratto del 1996 posto proprio a destra dell’entrata funge quasi da incipit all’intera esposizione. Non ci si aspetti di vedere le fattezze dell’autore, se mai un metaforico ritratto del suo lavoro: su un vecchio supporto settecentesco annerito di bitume appeso al muro – il nulla – poggia un bastone processionale antico dall’elegante impugnatura dorata: l’autore si presenta come un viandante che attraversa la vita con la consapevolezza della sua fatale conclusione, ma anche come un pastore-pellegrino che aspira ad essere, con la sua arte, guida di quell’anima blandula da cui siamo partiti.

E qui mi fermo. Al visitatore scoprire i tanti lavori che arricchiscono una mostra toccante, il cui pregio è, tra gli altri, di dare allo spazio ecclesiale un surplus di sacralità per la monumentalità anti-mondana ottenuta con mezzi poveri e forme essenziali.

Dimenticavo: nel chiostro, tra la verzura infreddolita che abbisogna di cose più lievi, trovate due installazioni: una serie di acrobati su grandi cerchi ferrosi e uno stormo di fenicotteri di cui Ambrogio sembra voler evidenziare più che l’eleganza, una goffaggine amorosa.

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INFO: la mostra è promossa da Città di Cuneo, GrandArte, Associazione Amici Case del Cuore, in collaborazione con La Guida, con il patrocinio di Regione Piemonte, Provincia di Cuneo e con il contributo di Fondazione crc, Fondazione CRT. Inaugurata il 16 novembre, resterà aperta fino al 7 gennaio 2018, dal martedì alla domenica, ore 15,30-18,30 nel complesso di San Francesco, via Santa Maria 10, Cuneo

Corrado Ambrogio (Mondovì, 1957), ingegnere e docente, ha frequentato la pittura a partire dai primi anni settanta (soprattutto paesaggi, in china, pastello, tempera e tecniche miste), per passare poi a opere tridimensionali che caratterizzano la sua produzione dagli anni ottanta.  Ha anche realizzato un libro di fotografie dei suoi lavori ispirati ad un antico bestiario ed accompagnati da brevi testi di Laura Pariani (“De natura animalium. Bestiario fotografico “). Ha esposto i suoi lavori in mostre collettive e personali, con interventi critici – tra gli altri – di Roberto Baravalle,Lorenzo Barberis, Rossana Bossaglia, Angelo Dragone, Francesco Poli, Licia Tesio, Marco Vallora, Marisa Vescovo, Dario Voltolini