Boule de neige

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GIANNI PETRONIO

Quando ancora portavo i pantaloni corti, ma sognavo il tempo in cui li avrei portati lunghi, quando mi addormentavo girino sperando di svegliarmi rana, avevo costruito con i mattoni della fantasia un mio personalissimo pantheon.

Fra una moltitudine di eroi di carta ed inchiostro spiccavano, assisi sugli scranni posti più in alto, altri eroi che avevano vissuto il tempo della carne e del sangue, a cui era seguita l’immortalità adornata di gloria. Era, a pensarci, un ben strano coacervo di fisionomie, di capigliature, di armi, ma ciò che colpiva era soprattutto il miscuglio dei colori e delle diverse fogge dei costumi: sacre camicie rosse strette alle nivee tuniche dei Gracchi, i cenci del Balilla, e poco più in là, le fulgide armature dei cavalieri con i loro pennacchi variopinti, ondeggianti su elmi normanni, la divisa grigioverde di Toti e, uno scalino sotto, George Armstrong Custer – allora lo credevo un eroe – impettito nella sua giubba blu fregiata d’oro.
Ettore Fieramosca che umiliò la protervia francese, il conte Orlando figurato nel rantolo di morte, Alberto da Giussano, la spada puntata contro l’impero e Furio Camillo eternato nel vivido lampo con cui riscatta l’onore di Roma nel momento in cui Brenno ne pesa la viltà, non li avrei per nulla al mondo esclusi da quel consesso scaturito direttamente dal limpido sguardo di Nostro Signore.

Ma era mio padre, unico respiro terreno tra quegli afflati celesti, a raccogliere tutto ciò che vorticava nei pressi del mio piccolo e immacolato cuore.
Passavo i pomeriggi d’estate aspettando le prime ombre della sera per lasciare andare lo sguardo giù nella valle. Cercavo quella piccola macchia scura, che dopo una giornata di duro lavoro nei campi avrebbe iniziato il cammino verso casa. Appena intravista, mi scapicollavo come un matto giù per i pendii, per le ripide scarpate, per poi saltarle con l’agilità di un rospo fra le braccia tese; nonostante mio padre fosse stanco morto, il resto del tragitto gli toccava farselo con me sulle spalle.
“Pesi più di un sacco di patate”
“E quanto pesa un sacco di patate?”
“Pesa un po’ meno di te, no?”
“Eh già, che scemo!”
E giù a ridere.

Prima di entrare in casa ci sedevamo sempre un po’ sullo scalino dell’uscio. Le sue mani massicce e possenti come ganasce, che di giorno stringevano la zappa o la vanga per domare la riottosità della terra, per piegare le vene di tufo che si prendevano tutto il suo sudore, si facevano timide e leggere nell’accarezzarmi la nuca, e mentre con le dita mi districava i riccioli neri come fossero pensieri contorti da rendere semplici e lineari, sul suo volto adusto e cesellato dal lavorio continuo del sole e del vento, scarno e austero come quello di un anacoreta, s’apriva un sorriso grande come il mondo, nel quale io mi tuffavo a capofitto con le mani dietro alla schiena.
Stavamo lì.
Stavamo lì senza tante parole. Persi lungo il profilo frastagliato delle colline, fino a quando i bagliori dei rubiscenti respiri di esausti draghi scomparivano per lasciare posto ad un rosario di stelle sospeso su un piccolo rimasuglio di Eden.

C’era una cosa, però, che di lui mi dava fastidio. Anzi, addirittura mi faceva stare male. Buono come il pane, col cuore grande e generoso, incapace di fare male a chicchessia, mio padre era nondimeno ateo o – allora non capivo certo la differenza – un inconsapevole panteista. Ogni tanto se ne usciva con delle frasi che non riuscivo a catalogare, che mi turbavano non poco, del tipo: “Dio sta giù nei campi, non su in cielo” oppure “Oggi l’ho visto, era quel bello e grasso lombrico che s’attorcigliava alla zolla, e ben, l’ho lasciato stare”.
Apriti cielo.
Mia madre impallidiva incredula. La nonna strabuzzava gli occhi all’insù, come per dire al povero nonno: “Senti un po’ cosa dice tuo figlio!”, e nel frattempo ravanava nelle tasche senza fondo del grembiule per tirarne fuori un santino. Uno qualsiasi. Anche se non avevano letto quel famoso aforisma di Schopenhauer sul panteismo, sapevano entrambe che quella maniera di parlare significava congedare definitivamente Dio. Panteista lo era, adesso lo posso dire forte. Panteista fino al Dio midollo.
Alla domenica mattina, mentre il resto della famiglia andava in chiesa per la Messa grande, se ne stava piantato come un oplita alle Termopili, nel bel mezzo del capannello che sempre si radunava sul sagrato, dove gli agnostici se la facevano con i miscredenti. E, se al di là del confine delimitato dal Hic Domus Dei si srotolavano dimensioni escatologiche nell’attesa della “parusia”, al di qua quei sommi scellerati -non posso garantire che non partecipassero al gran sinedrio reprobi a vario titolo e inveterati farisei- disquisivano di vacche perennemente in procinto di partorire, del tempo che alla fine fa sempre cosa vuole e della tota Rosa che per ciò che concerne l’istituto della castità faceva di necessità virtù. Tutta gente, quella, che se mai gli fosse capitato un fulmine tra i piedi, beh, sicuro che l’avrebbero rimandato al mittente.
Io al contrario ero, anche grazie alla mamma e alla nonna, che scorgevano dappertutto la coda del maligno, diventato un pozzo di apostolico fervore. Ero sempre il primo ad arrivare la mattina per servire Messa. Al catechismo, poi, sciorinavo comandamenti, virtù cardinali e teologali con la prontezza di un chierico già tosato.

Immaginatevi quanto mi sentissi addolorato, tutte le volte che a cena il discorso scivolava sulla dipartita di un parente o di un conoscente, nel sentire mio padre: “Manco da morto voglio entrare là dentro, tra quei banchi camurà dove non batte mai il sole, fra quel tanfo di chiuso che si appiccica ai vestiti come una disgrazia”.
Con una mano s’arrotolava la sigaretta di trinciato e con l’altra mi serrava forte il braccio, continuando con le sue giaculatorie, nonostante lo sguardo di mia madre fosse una fucina di invettive a stento trattenute.
“Edoardino, guarda che mi fido di te. Quando capiterà, il carro non lo fare fermare a casa di Don Vincenzo, non lasciare mica fare a tua madre, mi raccomando, che quello per rilasciare il passaporto per l’aldilà è capace di chiedervi il dazio. Fallo tirare avanti fino al campo, niente loculi, neh. Per carità! Che dopo aver tanto preso alla terra, qualcosa dovrò pur lasciarglielo”.

Mi ricordo in particolar modo di una vigilia di Natale passata in quella piccola cucina tappezzata di miseria, ma dove i Lari e i Penati erano tenuti in gran conto e l’aggiungere un posto in più a tavola era, prima che un dovere, un enorme piacere. Sento ancora il bofonchiare delle pentole sul fuoco: umida alacrità che ci avvolgeva di caldo e amoroso vapore. Ebbene, quella sera mio padre attaccò con una veemenza che non gli era abituale – chissà cosa gli era preso -con la questione pauperistica. Alla stregua di un pataro o di un fraticello s’impuntò sulla povertà di Cristo. Disse che quel Signore lì era povero in canna e che non aveva neanche i soldi per far ballare un orso (disse proprio così: “Per far ballare un orso”). Mentre preti, vescovi e Vaticano…
Non la smetteva più, tanto che mia madre, brandendo il mestolo come fosse stato l’equivalente terreno della spada infuocata dell’Arcangelo Michele, alzò la voce e gli rispose per le rime: “Piantala lì, lo sai che non ti sopportiamo quando fai così. Si crede e si va in chiesa non per i preti, ma per noi; a parte che un pezzo di Messa non ha mai fatto male a nessuno. Tu che dici tanto, guarda tuo barba Attilio: bisogna ammazzare i preti qua, bruciare le chiese là… quando però ha sentito le ciocche suonargli in testa, mica ha mandato a chiamare il segretario comunale; Don Vincenzo ha chiamato. E Don Vincenzo è partito alle tre di notte con un boccettino d’olio e tanta tanta misericordia”.“Eh già! Proprio Don Vincenzo”, replicò mio padre, “quello è solo buono per la pagnotta, tanto che quando viene da noi, le galline scappano atterrite al fondo del pollaio. Ah, per mangiare, mangia! Oh, se mangia, con la scusa che in seminario faceva la fame”.
Me lo ricordo il nostro prete. Effettivamente le gote floride e rubiconde lo indiziavano di appropriazione indebita, mentre gli occhi cisposi, velati da una fame antica, gli concedevano le attenuanti del caso. In fondo, che ne dicesse mio padre, era un bravo cristo. Come tutti i preti di campagna, non faceva altro che ottemperare ai doveri contratti nei confronti di un prototipo letterario che, a torto o a ragione, è diventato più sacramentale del sacramento di cui sono investiti.
Toccò a me infilare un po’di saggezza nella discussione che stava prendendo una brutta piega. Sospinto dalla forza dell’innocenza, dissi: “Vi prego, non litigate proprio questa sera. Il Natale è la festa di tutti, di chi crede e anche di chi non crede. Finitela qui, per favore”. Saranno state quelle parole o il tono deciso con cui le pronunciai, o forse semplicemente la profonda e diffusa convinzione che neanche una polemica teologica valesse una minestra fredda, sta di fatto che ricominciammo a lavorare di cucchiaio. Salvo la nonna che, abbarbicata alla stufa come una lucertola alla pietra, si prese l’ultima parola. Lasciando perdere per una volta il dialetto, un po’mestamente annotò: “È proprio vero che nella nostra famiglia la fede è come il diabete: salta una generazione”.
Di lì a poco,con il panettone e il moscato, tornò la serenità. Mio padre, arrotolandosi l’ultima sigaretta della vigilia, con ampio atteggiamento longanime rivolgendosi a me disse: “Dai che manca poco, prendi quel povero diavolo e mettilo al calduccio nella paglia, tra l’asino e il bue. Loro sì che gli vogliono bene”.

Mi alzai, e tenendo Gesù Bambino fra le mani un po’ tremolanti per la paura di fargli male, come sempre mi succedeva con i pulcini, scostai la tenda della finestra: nevicava come non avevo mai visto e come non vidi mai più.
In lontananza batteva, ovattata, la mezzanotte.

(Illustrazione di Franco Blandino)