Colombatto e la Montagna Assoluta

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LORENZO BARBERIS.

Arnaldo Colombatto è uno dei decani della pittura monregalese del secondo dopoguerra, uno dei pilastri di quella tradizione figurativa locale la cui influenza e autorevolezza si estende fino ad oggi.

In questi giorni, in occasione dei 150 anni del CAI, il Club Alpino Italiano, la città di Mondovì l’ha quindi giustamente omaggiato con una bella mostra nell’Antico Palazzo di Città, all’interno di una più vasta esposizione organizzata da Ernesto Billò e dedicata al CAI stesso.

Per un più ampio approfondimento, rimando qui sul web al bel sito ufficiale, www.colombatto.it, che ne continua la documentazione e la memoria: un vero e proprio portale per chiunque voglia avvicinarsi alla figura dell’artista.

Colombatto nasce dunque nel 1920 a Paesana, ai piedi del Monviso, da una famiglia originaria del Canavese. Il padre è un ingegnere impegnato a costruire una centrale elettrica. Il suo legame con Mondovì inizia però prestissimo: in città giunge, con la famiglia, nel 1933, a tredici anni, e vi frequenta il Liceo Classico.

Prosegue gli studi in Lettere Antiche, a Torino, dove si laurea nell’anno accademico 1946-7 con una tesi in Geografia Fisica sui fenomeni carsici delle valli dell’Ellero e del Pesio. Una tesi ricchissima di mappe, carte, minuziosi disegni documentari in cui già si nota la mano sicura e precisissima e l’interesse per la montagna, che sarà il tema principe delle sue opere.

Colombatto in verità saprà cimentarsi in tutti i temi principali della pittura figurativa: fiori, vedute e scorci, soprattutto monregalesi, ed anche alcune riuscite vedute marine (meno coltivata invece la figura umana, tema di minor interesse per l’autore). Ma il soggetto principe sarà ovviamente la Montagna.

La passione per la montagna risale come detto già dall’età giovanile: le escursioni, le scalate, lo scialpinismo si collegano all’esplorazione minuziosa del segno delle montagne. Quelle del monregalese, innanzitutto, ma anche del Piemonte in generale e della vicina Val d’Aosta, della Francia, delle Dolomiti e ai confini della Croazia, con un’indagine a tutto campo dell’arco delle Alpi.

L’area alpina, Piemonte e Lombardia in particolare, fu anche lo scenario principale delle sue attività espositive, iniziate con una mostra nel 1947 presso il Circolo Aurora di Mondovì (la prima personale, sempre a Mondovì, è del 1952); sia pur con presenze in tutta Italia e all’estero. Una esposizione a Cagliari e Sassari porterà a un grande riconoscimento e ammirazione per l’unicità del suo lavoro anche in Sardegna.

In quest’esame minuzioso della natura alpestre non manca uno studio accurato delle acque, ritenuto banco di prova di particolare difficoltà della pittura naturalistica, da lui reso magistralmente; il dettaglio dei fiori, delle piante, degli alberi, colti con precisione come anche gli elementi dell’intervento umano, le architetture alpine delle baite di montagna, ma anche i piccoli villaggi, i covoni, i lavatoi di pietra, gli steccati, le recinzioni, i piloni e le cappelle alpestri: mai generici elementi decorativi ma sempre ispezionati, nell’equilibrio estetico del quadro, come elemento di autentico verismo.

Ernesto Billò sottolinea come “gli aspetti più dimessi della natura lo incantavano quanto i più grandiosi”, evidenziando come al “macrocosmo” montano di Colombatto corrisponda un necessario compendio nel microcosmo naturale da egli indagato.

A riprova di questa precisione naturalistica, le sue dettagliate tavole sono servite infatti di illustrazione per la “Guida del Marguareis” (nelle due edizioni del 1962 e del 1972), per la rivista del CAI di Mondovì, “L’Alpinista”, e per il libro “Pietre di ieri” (L’Arciere, Cuneo, 1981).

Ma l’elemento che colpisce di più (almeno personalmente) è la Montagna in sé, la raggiera delle cime come denti della corona alpina, elemento onnipresente nella nostra realtà monregalese e piemontese, fondale inevitabile della nostra esistenza. Fin dai disegni infantili, la sequela seghettata delle nostre Alpi è la quinta teatrale inevitabile di ogni rappresentazione della nostra realtà.

Colombatto indagò a fondo il segno di quella montagna, con la perizia di qualcuno per cui quei monti sono presenza vissuta, appassionata, col corpo e con lo spirito: e in questo modo restituisce nelle sue opere tutta la profondità e la potenza che questo archetipo assume nel nostro immaginario (l’ammissione nel consesso degli scrittori e pittori di Montagna diviene, nel corso della sua carriera, un riconoscimento ufficiale di questo suo ruolo).

Sotto il profilo tecnico, Colombatto padroneggiava poi tutte le tecniche pittoriche tradizionali: partendo dal disegno, giunse poi ad esplorare anche la china e il carboncino, quindi l’acquarello e infine anche l’olio.

Un particolare rilievo ebbe ovviamente il lavoro sulla ceramica – indagata a fondo nella sua attività professionale. Nel secondo dopoguerra fu infatti assunto nel 1948 presso la Ceramica Besio di Mondovì, dove introdusse anche una tecnica graffita bianca, su fondo scuro, che costituì una innovazione nella produzione ceramica. Nel 1959 fu a Milano presso la Metal Lux, quindi ritornò nel monregalese, presso la Hellarval di Villanova, fino al pensionamento nel 1979. Anche dopo la pensione continuò ad operare in quest’ambito, anche con l’attività didattica presso la Cooperativa ceramica “Vecchia Mondovì” e presso la scuola media di Mondovì Breo, l’“Anna Frank”.

La forma espressiva preferita fu però l’acquarello (fu anche membro dell’associazione degli acquerellisti italiani), tecnica che trovò subito congeniale, nell’evoluzione artistica dei suoi primi schizzi di montagna, nell’esprimere con la dovuta levità la potenza delle montagne, una forza che in lui non è pesante e grave, cosa che più si adeguerebbe ad un uso, ad esempio, preminente dell’olio, ma leggera, eterea, quasi mistica. Il primo acquerello è del 1936, a soli sedici anni, il primo olio del 1940, e resterà come detto un elemento meno presente nella sua produzione. Le sue montagne forti e leggere diventano ascesa verso il cielo, punto di congiunzione con l’assoluto, scala verso il divino.

Un elemento colto anche da altri che ne scrissero: Remigio Bertolino parla di “tensione metafisica verso l’alto”, luce come “simbolo di tensione verso l’assoluto”; nella sua lirica (in piemontese) dedicata a Colombatto, il poeta Carlo Regis dice come “nella madia di roccia della Masca / impasta con il pennello / la nebbia / che nasce dal cuore della montagna”). Ezio Briatore spiega come i monti siano ormai per l’autore “giganti dagli umori più vari” (I “giganti della montagna” di pirandelliana memoria?).

Dunque, quella di Colombatto è la “montagna incantata” di Thomas Mann, la “montagna sacra” di Jodorowsky.

La pittura borghese, dall’Ottocento in poi, produrrà qui da noi una grande indagine del dato montuoso, ma per quanto Colombatto la tenesse presente, vi è quasi di più nelle sue opere qualcosa del romanticismo ermetico del Friedrich, le cui vedute usano esplicitamente la montagna come simbolo di innalzamento spirituale.

Colombatto è più contenuto, la montagna si dà come pura presenza, senza eccessive forzature; ma per questo ancora più mistica e primigenia, la divinità originale adorata, millenni fa, dai nostri remoti predecessori, via di ascesa verso il Sublime.