Immagini di letterati: D’Annunzio.

 LORENZO BARBERIS

Inauguro con questo quella che spero diventi una piccola serie di post dedicati al rapporto tra letterati soprattutto italiani e immagini. Iniziare con D’Annunzio, ovviamente, non è casuale.

L’esteta D’Annunzio è infatti forse il primo letterato italiano a costruire così sapientemente un’immagine di sé curata in ogni dettaglio, a partire dal cambio del proprio prosastico cognome Rapagnetta in quello del ricco zio che lo aveva adottato alla morte del padre, D’Annunzio, presentandosi quasi come un nuovo arcangelo Gabriele annunciatore.

L’autopromozione comincia sedicenne, da “Primo Vere” (1878): il libro venne pubblicizzato dallo stesso D’Annunzio facendo diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l’effetto di richiamare l’attenzione del pubblico romano sul romantico studente abruzzese, facendone un personaggio molto discusso. Quindi, la creazione di un archetipo così preciso e costruito non poteva non implicare, nella modernità, una deformazione satirica.

Nel 1881 D’Annunzio è a Roma, giornalista per le Cronache Bizantine, cronache mondane di un’alta borghesia e aristocrazia decadente di cui riesce ad entrare a far parte, con un “matrimonio riparatore” con la nobildonna Maria Harduin duchessa di Gallese (1883), che continuerà a tradire per la nuova, grande e insuperata amante Barbara Leoni.

Nel 1889, a ventisei anni, arriva il grande successo con “Il Piacere”, in cui D’Annunzio riporta la sua turbinosa tensione tra le due donne, descrivendo in controluce quella Roma decadente di cui era stato cronista: “Roma, d’innanzi, si profondava in un silenzio quasi di morte, immobile, vacua, simile a una città addormentata da un potere fatale”, scrive della città nel romanzo.

Nel 1891 si trasferisce a Napoli, dove legge Nietzche e compone Le vergini delle rocce (1895), in cui appare per la prima volta il tema del Superuomo. Inizia anche la sua relazione con Eleonora Duse, detta “la Divina”, la più importante attrice teatrale del periodo. Si avvicina anche alla politica, eletto a destra nel 1897, con posizioni personali e sopra le righe.

Nel 1902 pubblica Le novelle della Pescara, le sue novelle di ispirazione manieristicamente verista, composte dal 1884, in cui esaspera il gusto per la violenza e la sensualità (non del tutto assente in Verga) per poi mettere tra parentesi questo esperimento.

Ne La pioggia nel pineto (1902) come nelle altre Laudi, si celebra la volontà di una fusione panistica nella natura, da superuomo classicheggiante.

Come a suo modo Verga, ma in modo radicalmente diverso, lo stesso D’Annunzio idea un grandioso ciclo dei suoi romanzi (in verità meno rigoroso nella sua struttura):

“‘romanzi della rosa”‘ (Il Piacere, L’innocente, Il trionfo della morte), che rappresentano la vittoria della sensualità sul protagonista, che non diviene così un vero superuomo.

“romanzi del giglio”, che rappresentano la purificazione dalla passione, di cui scrisse solo Le Vergini delle Rocce (1895), in cui il protagonista supera la passione erotica per volgersi ai suoi doveri superomistici di creare una grande stirpe.

“romanzi del melograno”, simbolo della rinata volontà: scrisse solo Il fuoco, in cui il protagonista Stelio Effrena riceve dalla giovane Foscarina l’ispirazione per la sua opera teatrale.

Nel 1904 pubblica così Il fuoco, che presenta la focosa relazione con la Duse, cosa che porta alla rottura di un legame ormai allentato. Il poeta si reca a Parigi, dove la sua figura affascina e seduce, erede dello scandaloso Huysmans di “A Rebours”, primo alfiere dell’estetismo francese. Amico/nemico del futurista Marinetti, che definirà “Un cretino fosforescente”: se questi rappresenta la tensione ipertecnologica verso il futuro, D’Annunzio imbelletta di classicità la novità tecnologica. La loro posizione è inconciliabile.

Nel 1907 Carducci vince il Nobel, il primo Nobel letterario italiano, e l’anno dopo muore (1908). Il posto di “Poeta Vate” della nuova Italia è libero, se lo contendono due figure: D’Annunzio, e l’allievo ed erede di Carducci, Giovanni Pascoli. D’Annunzio, come vediamo, è ormai quello che diverrà noto come icona: calvo, azzimato, affettato, lievemente ridicolo di suo nel suo dandysmo.

Alla levità del fanciullino di Pascoli, sedotto dagli uccellini, si contrappone la pesante e faticosa zampogna montanara di D’Annunzio, che fatica a scalare la vetta dove l’altro vola leggero. Pascoli (anch’egli comunque interventista, nel clima bellicista di quegli anni) morirà però nel 1912, lasciando campo libero al Nuovo Vate.

1908, La Nave

La tragedia è l’ultima famosa del poeta, incentrata sul tema chiave dell’imperialismo europeo in Africa e in India. L’ammiraglio Marco di Venezia è una sorta di superuomo particolarmente malvagio che viene sedotto per vendetta da Basiliola, che vuole vendicarsi dei suoi torti alla di lei famiglia. Egli è condotto quasi alla follia, ma alla fine decide di darsi alla missione di conquista di un impero italico e Basiliola, vinta, si suicida.

1910, Forse Che Sì, Forse Che No

Ultimo romanzo dannunziano, è ambientato a Mantova, nel Palazzo Gonzaga, la cui iscrizione forse che sì forse che no, ha dato ispirazione al titolo. Il nobile Paolo Tarsis ha una relazione amorosa di passione con Isabella; a differenza degli altri superuomini dannunziani, comprende che è venuta l’età delle macchine. Quando nei reciproci tradimenti la storia naufraga (e la giovane nuova amante Vannina si suicida), Paolo compie una traversata aerea suicida, che riesce oltre ogni aspettativa, ed egli diviene un eroe.

Da questo momento in poi si attenua l’attività del D’Annunzio letterato, in favore di un D’Annunzio uomo d’azione, incarnazione diretta del “superuomo” e meno suo puro cantore.

Nel 1909 Marinetti aveva fondato il Manifesto del Futurismo, terzo incomodo in questo ring letterario, troppo avanzato per l’arretratezza italiana. Nel 1910 D’Annunzio precisa la scelta di campo aderendo alla nascente Associazione Nazionalista di Corradini. Favorevole alla guerra in Libia (1912), realizza i testi di Cabiria (1914) di Pastrone, primo kolossal della storia del cinema, che celebra i fasti bellici in Libia tramite il mito di Cartagine, offrendo subliminale appoggio all’intervento nel conflitto mondiale.

Celebri le imprese epiche di D’Annunzio, il Volo su Vienna (1915) a lanciare volantini con l’invito ad arrendersi: ferito in uno dei suoi epici voli e temporaneamente accecato, comporrà “Notturno” (1916), una delle sue opere più asciutte e potenti.

Ripresosi, nel 1918 compierà con pochi compagni una nuova beffa ai danni degli austriaci, la Beffa di Buccari, un assalto ardimentoso utilizzando un MAS, un Motoscafi-Armati-Siluranti da lui rinominati Memento Audere Semper, “ricordarsi di osare sempre”. Un’azione irrilevante da un punto di vista militare, ma notevole per la propaganda.

Finita la guerra, l’Italia non otterrebbe – per la sua modesta prestazione militare, e altrettanto modesta azione diplomatica – la città di Fiume: D’Annunzio la occuperà con l’Impresa di Fiume, a capo di un vasto manipolo d’arditi. L’impresa sarà il vero, profondo incubatore del fascismo, che nasceva intanto nello stesso anno come partito politico.

La sua figura non è ancora così definita: Gramsci ne elogia l’azione per Fiume, a suo modo, e Lenin lo definisce l’unico rivoluzionario in Italia.

Ma intanto è il Fascismo di Mussolini a divenire la guida dell’Italia nazionalista uscita dal cnnflitto, e D’Annunzio, da un lato celebrato, è temuto da Mussolini che non vuole che lo adombri nella fama.

D’Annunzio è rinchiuso, implicitamente, nella prigione dorata del Vittoriale degli Italiani, il suo grandioso palazzo dove trascorre una lunga decadenza. Quando nel 1933 Mussolini si alleerà con Hitler, lui definirà con sprezzo il secondo come “un buffone feroce”.


(1928)

Il futurismo di stato del fascismo lo celebra tuttavia come un mito, sia pure isolato e invecchiato. Morirà nel 1938, con grandiosi funerali di stato, alle soglie delle leggi razziali e poi del conflitto mondiale. Nel dopoguerra, il suo culto verrà ridimensionato anche in virtù di questa vicinanza al regime, di cui sicuramente per certi aspetti fu un anticipatore.

 

“Ho scritto cento libri / in verità mi tedia / chi tanto mi sovrasta / con solo una Commedia”.