Il problema del gatto di casa

quadro di

quadro di Mischa Askenazy (1888-1961)

LUCA DE VIVO.

Notoriamente è un animale pigro, territoriale, estremamente territoriale, viveva la sua vita tentando di non farsi coinvolgere in attività che potrebbero nuocergli, ed evitava il più possibile contatti con i suoi simili. Osservava fuori dalla finestra e continuava ad interrogarsi sul che cos’era quello che vedeva fuori, e se fosse possibile raggiungerlo.
Il gatto aveva buoni motivi per interrogarsi: catapultato in quel posto, nessuno gli aveva detto cosa aspettarsi, che cosa avrebbe dovuto fare per prepararsi, gli eventuali problemi, dovuti alla noia, agli scarsi – se non addirittura assenti – divertimenti, senza poter conoscere, per tutta la vita, altri suoi simili. Il nostro gatto avrebbe continuato a credere, per tutta la durata della sua considerevolmente lunga esistenza – anche grazie ai cibi migliori, di gran lunga superiori a quelli
che troverebbe in natura, e alle cure veterinarie, che i suoi padroni si prodigano di dare a lui senza badare a spese, e a cui lui dovrebbe degnarsi almeno una volta di dire “grazie” – di essere il padrone, in quella casa. Egli vedeva tutti al suo servizio, nel cambio regolare della lettiera, nella grande scelta di cibi a disposizione, posti comodi dove dormire, in quella mezz’ora o poco meno di affetto che riceveva, nelle già citate cure mediche, e dopo tutto questo fa “due più due” per giungere alla conclusione di essere l’unico e il solo re del posto. La gente di casa era solita ricoprirlo di complimenti, sorrisi e strani versi che lui percepiva come pieni d’amore verso di lui, per qualunque cosa facesse, le sue doti atletiche, la sua furbizia, fino a ritenersi un artista a modo suo
geniale, speciale, di raro talento. A volte avrebbe voluto ricevere delle critiche, qualcosa di costruttivo, con cui ci si potesse migliorare, ma riceveva sempre in cambio quelle moine, quelle risatine, che finivano per venirgli a noia… gli sembravano false, tutto qui.
Tempo dopo, ormai adulto, quando la gente di casa aveva perso interesse in lui, egli dovette dedicarsi alla sovversione, lanciare un messaggio, forte, da far capire a tutti che lui esisteva. In quei casi, di solito, danneggiava la mobilia, faceva cadere qualche vaso, o saltava dove gli era proibito. Attirava l’attenzione verso di sé per qualche minuto, la gente si arrabbiava con lui, a volte doveva scappare sotto il letto, per quanto la gente si era arrabbiata, poi tutto tornava come prima. E ritornava quella mancanza di qualcosa. Saltare dappertutto non bastava più, voleva saltare ancora più in alto, e anche quando non ci riusciva, trovava l’aiuto della gente di casa la quale a volte lo sollevava per posizionarlo sul punto desiderato – era abituato a essere manipolato – per scoprire poi
che il soffitto era il massimo punto che poteva raggiungere e che non vi era modo di superarlo e che forse sarebbe stato meglio se non lo avesse mai saputo.

La situazione volse al peggio quando scoprì di non poter avere una vita sessuale. Improvvisamente, le sue libertà, fino al giorno prima ritenute da lui assolute, iniziavano a sgretolarsi. Scoprì di non poter marcare con le urine gli angoli della casa, nello stesso modo in cui prima ci strofinava il muso. Il suo territorio non era più il suo. Venne portato in un posto dove vedeva altri animali chiusi in gabbia. Questi venivano fatti entrare in una porta, venivano stesi su un tavolo, sentivano una piccola fitta dolorosa, dovuta ad uno strumento nelle mani degli uomini con il volto coperto, tutto diventava buio e quando si risvegliavano, sentivano che qualcosa era cambiato. Ad alcuni veniva detto che era per il loro bene, ma questi non ci avevano mai creduto. Eppure non aveva chiesto lui, di finire in quel luogo, quindi non comprendeva perché doveva subire quella cosa.Gli pareva di venire condannato solo perché possedeva degli istinti, dati da qualcuno, che lui non aveva mai conosciuto, di cui lui dubitava, e che anzi, non riteneva neppure esistere; un assoluto nulla. Ecco, questo faceva giungere il gatto al nocciolo della questione. L’impressione che il gatto si era fatto da qualche tempo a questa parte, ovverosia quella di vivere per nulla, a parte forse per il compiacimento della gente di casa. Da un giorno all’altro, le cose che faceva di solito, lavarsi con la lingua, dormire, spiare la gente di casa di nascosto, mangiare, saltare, correre, annusare i fiori dentro i vasi, defecare, eccetera, avevano perso di senso. Se forse questo gatto avesse potuto vivere la vita vera, fuori, in un altro habitat, a contatto con altri gatti come lui, gatti con i suoi stessi problemi, non gatti qualsiasi, ma gatti con cui ne valesse la pena, con cui avrebbe potuto discutere, miagolando, la notte, senza il timore di farsi gettare qualcosa addosso dai balconi cittadini, da qualche umano con poca pazienza, o di subire l’impeto di qualche automobile, ebbene, se questo desiderio, in fondo banale, si fosse avverato, sarebbe stato differente, oppure la stessa cosa? Non lo sapeva: ecco cosa lo tormentava, la sera, mentre sognava una vita da vero gatto, da vero randagio, una vita più difficile, più corta di sicuro, in preda alle malattie, alla sporcizia e alla fame. E lui che non la possedeva doveva rodersi nell’invidia e nella tristezza e continuare a mangiare, grasso com’era diventato. Il suo cuscino era comodo, caldo d’inverno e fresco d’estate. Fuori dalla finestra, un acquazzone estivo, di quelli che passano e vanno via, velocemente, così come sono arrivati.

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Luca De Vivo, trentatré anni, nato a Moncalieri in provincia di Torino, ama le arti in generale, fino a farne la sua ragione di vita, e in particolare si è dedicato alla scrittura.