L’estetica del gigante: Mazzarò ne “La roba” di Verga

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LORENZO BARBERIS

“Margutte” è dedicato a un celebre (anche se meno di quanto dovrebbe) mezzo-gigante della letteratura italiana, co-protagonista con Morgante del poema eroicomico di Luigi Pulci, come abbiamo avuto molte volte modo di dire.

Ma il gigante è un tema letterario molto diffuso, e che si trova anche là dove è insospettabile. Ad esempio ne “La roba” di Giovanni Verga. Questa novella, al fondamento del verismo (appare nel 1883, in una seconda raccolta, “Novelle rusticane”, dopo la prima e più nota “Vita dei campi” del 1880), presenta un contadino indurito dalla vita e divenuto il simbolo stesso, parossistico, dell’avidità fine a sé stessa. Non di denaro, però, ma solo di “roba”: cioè in primis la terra. Insomma, una delle tante declinazioni del tema dell’Avaro, dall’Aulularia di Plauto all’Avaro di Moliere. Però, in qualcosa, rientra anche il mito del gigante: e precisamente nella magistrale introduzione al personaggio di Verga.

Come giusto, infatti, conosciamo Mazzarò tramite la sua “roba”: un viandante attraversa i suoi immensi territori e vede che da ogni parte tutto è di Mazzarò. E, nella conclusione di questo lungo crescendo (riportiamo qui la parte finale) quelle terre diventano Mazzarò.

E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell’acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella valle. – Tutta roba di Mazzarò. Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. – Invece egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì ch’era ricco come un maiale; ma aveva la testa ch’era un brillante, quell’uomo.

C’è qualcosa di gargantuesco in Mazzarò, in questo gigante che vuole quasi divorare anche il sole: e invece è solo un omiciattolo da due soldi, sia pure con la testa acuta come un diamante. Un mezzo gigante, in fondo, anche lui: come Margutte.