Ferma il volo aurora opulenta

casa-piccolo

GABRIELLA VERGARI.

Ferma il volo Aurora opulenta
di frutto, di fiore,
balzata da rive vicine
diffondi ancora tremore
di conchiglie, di luci marine,
e le valli dove passasti alla danza
pastorale fra le ginestre
t’empirono le canestre
di folta, verde abbondanza

- a larghe onde di campane tessuta
venivi, dai fili di memorie, dai risvegli infantili

Traevi con te ne l’incanto
le mirabonde stagioni…

Questo l’incipit dell’Oratorio di Valverde, il primo componimento dei Canti Barocchi con cui il finissimo Lucio Piccolo (Palermo 1901 – Capo d’Orlando 1969) conquistò  Montale,  avviandosi così alla ribalta del mondo letterario del suo tempo.
Cosa del libretto – stampato a proprie spese dal suo autore nel 1954, presso una tipografia di Sant’Agata di Militello – convincesse e toccasse il poeta di Ossi di seppia è facile oggi apprenderlo, non solo dalla prefazione che egli fece alla successiva e più celebre raccolta, (pubblicata questa volta da Mondadori nel ’56), Canti barocchi e altre liriche, ma pure dal video, Il favoloso quotidiano, realizzato da Vanni Ronsisvalle per la Rai Radiotelevisione Italiana. Non mi soffermerò perciò sul punto, né sulla poetica di un nobile siciliano coltissimo – di una cultura quasi vertiginosa, confermerà Montale — che già negli anni ’20-’30 intratteneva scambi epistolari con W. B. Yeats e altri grandi autori sia nazionali che stranieri, ma su un commento, pure di Montale: Era venuto a Milano accompagnato da Lampedusa e da un servo muto, silenzioso. Avevano portato con sé molta roba, perfino i lenzuoli. Furono delle apparizioni strane che impressionarono tutti. Lampedusa non aveva ancora scritto Il Gattopardo e Piccolo era l’autore soltanto di 9 poesie.

Ecco, credo che la rarefazione e l’originalità del mondo dei Piccolo di Calanovella, ultimi discendenti di un’illustre casata siciliana, stiano ben racchiuse in queste poche ma intense battute. Recarsi nella loro Villa, divenuta fondazione, significa dunque davvero immergersi in un universo  a parte, rappreso in un’energia tutta propria e riposta, vitalissima se si sa percepirla e tuttavia sospesa nel tempo, tanto che – è ancora Montale a dirlo – sembra abitata da cari fantasmi familiari.

A cominciare da quello del cugino, Tomasi di Lampedusa appunto (nato il 23 dicembre 1896 e morto il 23 luglio 1957), che abitò per un certo periodo in una stanza, la più fredda a quanto pare della casa, e vi appese, portandoselo sotto il braccio dopo averlo sottratto alle macerie del suo palazzo palermitano, un capezzale che era appartenuto da tempo alla sua famiglia e ne restava un retaggio amato e prezioso.

Molte pagine del romanzo sono nate certamente  in questi luoghi, dove tra l’altro si scorge un panorama mozzafiato che dà dritto sulle Eolie e in particolare sull’ isola di Salina, ispiratrice forse non improbabile del  principato di Don Fabrizio. Da certi documenti, affrancatura del plico compresa, alcuni poi sostengono che il manoscritto de Il Gattopardo abbia da qui cominciato il suo lungo viaggio verso le case editrici del nord. Fu se non altro nella villa che venne di sicuro ideata e spedita la lettera a Montale, scritta dai due cugini un po’ sul serio un po’ per non lasciare nulla di intentato, senza ovviamente prevedere gli sviluppi che li avrebbero in futuro, e in vario modo, consacrati tra le voci più importanti della letteratura novecentesca.

cagnolino-piccoloPer non parlare dei cagnolini, non meno di quattordici a volta, che paiono ancora accompagnarti per la casa e spuntano da ogni immagine, ritratto o fotografia che si trovi alle pareti. A loro è riservato un luogo dal sapore tipicamente inglese, ovvero un cimitero dei cani, che accoglie il visitatore quasi fin  dall’ingresso del parco, a ricordargli che non in una dimora comune è entrato. Ad abitarla sono stati infatti, e per lunghi decenni, personaggi insoliti e particolari, ciascuno a modo proprio.

Una storia cominciata come tante, con il tradimento del padre, il barone Giuseppe Piccolo di Calanovella, invaghitosi di un’artista di teatro. E la decisione della madre, la contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, (sorella di Beatrice, la madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) di lasciare repentinamente Palermo, con i tre figlioletti, Lucio, Agata Giovanna e Casimiro, per tornare a vivere (o rinchiudersi?) nelle ataviche terre di famiglia. Se sotto il profilo economico e amministrativo la decisione di Teresa fu particolarmente avveduta e saggia e fece la fortuna non solo degli stretti familiari ma pure di tutta la parentela, dal punto di vista degli sviluppi sociali fu quanto meno un diaframma, materializzatosi nelle mura stesse di questa residenza-utero. Vero è che, grazie ai vicini scali commerciali e mercantili, il mobilio parla di contatti, anche con l’oriente, di servizi di piatti da migliaia di pezzi, di porcellane di Meissen e di Boemia, di oggetti e quadri scelti – di cui uno addirittura ricamato con capelli veri -, di un baule medievale e di un altare da viaggio in legno dipinto, ma la ricchissima biblioteca ricorda comunque il grande spazio riservato, da parte dei Piccolo, allo studio, alla lettura (persino in persiano), agli interessi coltivati in ore lunghe, silenziose e solitarie.
Agata Giovanna divenne un’esperta di botanica, Lucio si dedicò alla lettere e Casimiro…
Beh, dei tre Casimiro è certamente il più eccentrico e visionario.

Sul comodino della sua spartana stanza da letto si trovano ancora impilati numeri di riviste dedicate al paranormale e all’esoterismo, secondo una tendenza molto diffusa presso i cosiddetti ultimi Gattopardi, a cominciare da Raniero Alliata di Pietratagliata, cui il nipote Bent Parodi dedica il romanzo il Principe mago. Metamorfosi e dissoluzione degli ultimi Gattopardi, Sellerio, 1987. Perché, per diventare ‘Gattopardi’, ammonisce Vanni Ronsisvalle, occorrono secoli di infanzie nutrite dalla certezza che l’irreale sia meglio del reale, un luogo/non luogo dove andare a vivere. Soprattutto di notte.

Per questo il primogenito dei Piccolo preferiva dormire di giorno e spendere le ore abitualmente destinate al sonno e alla quiete immortalando gli spiriti elementari e quelli del giardino, le fate, gli gnomi, i folletti, con le sue sofisticatissime e avveniristiche macchine fotografiche. Mirava infatti a confermare scientificamente l’esistenza di queste presenze intermedie, rimaste il suo campo di indagine e ricerca fino alla morte. Quello che però rappresenta il suo lascito artistico più rilevante sono i cosiddetti acquerelli “magici”, realizzati tra il 1943 e il 1970, dove in modo assolutamente originale e pregevole prende vita quello che è stato definito un fantastico ‘itinerario della visione’. Dal grandissimo al piccolissimo, dal materiale all’immateriale, le immagini che Casimiro ci dona inquietano sì, un pochino, ma sono più di tutto moderne e a proprio modo lievi, con quel loro peculiarissimo modo di coniugare l’immaginario nordico  con la luce ed i colori mediterranei.

Danno la continua sensazione di confidare segreti e di ricercarne, ma il sapere di cui sono custodi  resta a ben vedere inafferrabile. Non ci si stancherebbe mai d’osservarli e davvero si rivelano felici ed autentici interpreti dei versi con cui Lucio Piccolo conclude l’ultimo componimento dei Canti Barocchi, La Notte:

spento il rigore dei versetti a poco a poco
il bujo è più denso – sembra riposo ma è febbre;

l’ombra pende al segreto
battere d’un immenso
Cuore
               di
                      fuoco.

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