L’uomo che raccontava della guerra del sale

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GABRIELLA MONGARDI.
Come definire questo libro? Romanzo storico, coro di tragedia greca, epos?

Del romanzo storico, secondo la celebre definizione manzoniana, ha senz’altro la caratteristica di essere “un misto di storia e di invenzione”: la storia – come ci informa l’introduzione storica firmata da Michele Ruggiero – è quella della cosiddetta Guerra del Sale, che si combatté alla fine del ’600 in quello sperduto angolo del Piemonte sud-occidentale che è il Monregalese, ma la struttura del libro non è certo romanzesca, non c’è suspense perché l’esito della vicenda – vittoria dell’esercito sabaudo, distruzione di boschi e borgate, strage di combattenti e civili, deportazione in massa dei sopravvissuti –  è ben noto a tutti ancor prima di aprire la prima pagina…

Per questo il pensiero va alla letteratura greca antica, al poema epico o alla tragedia, che ruotavano intorno a vicende o miti già noti agli spettatori. Di epico qui c’è senz’altro il tema della guerra (e il narratore accosta talvolta questi fatti all’Iliade), ma antiepico è il titolo (L’uomo che raccontava della guerra del sale), la consapevolezza che “ogni guerra è una guerra civile”, il senso di fraternità circolante tra le righe: si potrebbe piuttosto parlare di elegia, intesa come lamento funebre, o di coro di tragedia. L’io narrante, infatti, come il corifeo greco, commenta non per sé, ma a nome di tutta la comunità le vicende accadute sulla scena della storia durante la sua giovinezza: la sua posizione è quindi quella di un narratore-testimone, che ha partecipato di persona alla guerra e adesso che è vecchio sente il dovere di tramandarne la memoria. Teatrale è anche la situazione in cui avviene la narrazione: in una stalla ogni sera diversa, durante le tradizionali veglie contadine (vijà), come un monologo di attore davanti al suo pubblico – ma qui l’analogia col mondo antico finisce, e subentra il lirismo, il soggettivismo del poeta moderno, che si impone prepotentemente, si sovrappone al narratore del 1700, sentendosene giustamente erede, o controfigura.

Si scorge quasi, in filigrana, un discorso metaletterario – sulla poesia che fiorisce sulle rovine, in situazioni apocalittiche, alla fine del mondo (parole ricorrenti in questo libro, e in tutta l’opera di Bertolino e non solo: si pensi a Dante, o a Leopardi, o a Ungaretti…).  Perché solo la poesia può prendere la parola di fronte al trionfo della morte, o meglio dell’assassinio – che cos’è infatti una guerra, se non assassinio di massa legalizzato? Solo le inermi armi della poesia - una scrittura preziosa e rarefatta, l’accensione metaforica, l’attenzione ai colori - riescono a raccontare l’orrore, trasfigurandolo.

Più lingue si mescolano in queste pagine: il piemontese, il francese, l’italiano – ora alto e ispirato, ora venato di termini dialettali, ma il risultato è un amalgama di grande naturalezza, perché le lingue sono fatte per coesistere, confrontarsi, mescolarsi, e l’autore in tal modo si crea la propria inconfondibile lingua. Il suo timbro peculiare è dato dalla tensione analogica: metafore e similitudini rampollano di continuo dalla penna di Bertolino, anche qui con grande naturalezza, con la spontaneità con cui fioriscono in bocca a un bambino che veda per la prima volta il mondo: un fuoco di sterpi fischiava come un merlo lungo la siepe; il guscio del cielo si era rotto: nevicava fitto; nella cenere dell’alba… Il risultato è una preziosa leggerezza, una sorta di diluizione del negativo grazie al ‘gioco’ delle parole – e dei colori. Nero, bianco, rosso sono quelli dominanti, di intuitivo valore simbolico: a valle la bialera era una colata rossa che corrodeva il bianco del prato; ali nere di pipistrello hanno volteggiato alte su di noi

Viene in mente il poeta provenzale Bertran de Born e la sua attenzione alla dimensione spettacolare e cromatica della guerra, ma qui non c’è esaltazione della guerra, neanche si concepisce una ‘guerra giusta’ – e più che la testimonianza storica preme la meditazione, dolente di pietas, sull’insensatezza e la piccolezza dell’uomo di fronte a una natura impassibile nel suo splendore. Tutto il libro è giocato su un doppio contrappunto: quello tra natura e storia, che genera uno stridente contrasto, un senso di straniamento, a sottolineare ancor di più l’assurdità della guerra, e quello tra passato della guerra e presente del narratore. Ne scaturisce una doppia temporalità, quella del narrare e quella del narrato, il cui intreccio è evidenziato all’inizio di ogni capitolo: la temporalità della narrazione è lineare (il narratore comincia a sgranare il suo rosario di dolorosi ricordi nel cuore dell’inverno e termina nel gemmare di splendore e di speranza della Pasqua), quella della storia narrata è sghemba, è una spola che va e viene tra le atrocità di una guerra quasi ventennale seguendo misteriose “intermittenze del cuore”, lampi che squarciano il velo di oblio, voci che ronzano nelle orecchie mescolate al gorgogliare dell’acqua del Corsaglia, storie che affiorano da dentro… E ogni capitolo ci porta in una stalla diversa, in una diversa borgata tra quelle che compongono Montaldo – Calupo, Malborgo, Roapiana, Roamarenca, Roavolpi… così la narrazione si sposta non solo nel tempo, ma anche nello spazio.

Forse, per capire davvero questo libro, più che la storia bisogna conoscere la geografia. Bisogna conoscere Montaldo, che alta sullo spartiacque tra i torrenti Corsaglia e Roburentello domina la pianura padana fino agli estremi confini orientali del Piemonte; aver assorbito questo straordinario panorama che dà a qualunque borgata o baita sperduta sulle pendici delle Alpi Liguri l’illusione di essere in cielo e da lassù controllare il mondo; sapere i ripidi castagneti che scendono ispidi in fondovalle e sentirsi come loro – pungenti, inaccessibili ma generosi della più importante ricchezza, il loro frutto…

Viene il sospetto che la molla profonda della scrittura di Bertolino sia rendere omaggio, ancora una volta, a un mondo ormai estinto, agli uomini e alle donne che nei secoli hanno ‘addomesticato’ valli selvagge trovando in esse protezione, cibo, vita. Anche Bertolino, come l’uomo che raccontava della guerra del sale, ha avuto in dono la voce, e sa che la voce di un poeta pronunciando con amore i nomi di quei luoghi ignoti li rende mitici, come il nome di Troia. E questo suo libro è un segno tangibile di amore verso il paese incastonato nell’aureola azzurra delle Alpi: Montaldo.