RISPOSTA alla RISPOSTA di FRANCO RUSSO a FRANCO RUSSO

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Non conosco Franco Russo. Meglio: lo conosco così poco da farmene appena un’idea.

La sola volta che l’ho incontrato è stato qualche mese fa, alla fine di un mio “intervento” in un’aula del Liceo Classico Beccaria di Mondovì. Quel giorno, per motivi che esulano dalla sfera del razionale, avevo appena cominciato l’intervento che l’avevo già finito. Ero dunque ai piedi della cattedra, un po’ suonato, in mezzo a signori e signore che si preparavano a tornare a casa, quando, tra questi, si fa strada un signore che mi abbraccia. Ho saputo dopo che quel signore si chiamava Franco Russo.
L’abbraccio aveva dei connotati di complicità. «Non prendertela» sembrava dirmi. «Succede sovente agli ultimi oratori. Quando arrivano le cinque e mezza non ci sono santi che tengano: i bidelli vogliono chiudere il portone e andarsene a casa. Ti staccano il microfono anche se hai appena cominciato a parlare. Lo staccherebbero a Gesù Cristo.»
L’avevano staccato anche a me.
Ma l’abbraccio mi aveva colpito per via di altre particolarità. Primo, era stato molto forte. Virile al massimo, quasi soldatesco. Secondo, era stato rapido: contatto, breve stretta, distacco, allontanamento. Terzo, l’uomo, di cui non ricordo i connotati se non quello di una barba parecchio arruffata, aveva stretto le mie spalle con due mani-braccia che non mi erano sembrate totalmente umane. Ci ho pensato a lungo, dopo. L’impressione era di essere stato abbracciato da un bisonte, amichevole ma dalla forza colossale. Il bisonte mi aveva preso tra le sue corna – io ci stavo dentro stretto stretto – e mi aveva dato una microscopica scrollatina. Una manifestazione di amicizia di un decimo di millimetro di escursione. Di più mi avrebbe ucciso.

Il signore che mi aveva abbracciato mi incuriosisce. Faccio qualche indagine e vengo a sapere che Franco Russo scrive regolarmente su Margutte. La curiosità cresce. Per conoscerlo meglio, non mi resta che interrogare le pagine della non-rivista.

Attacco dunque a leggere un suo vecchio articolo intitolato La Bisalta, montagna simbolica.
Che la Bisalta sia una montagna simbolica è fuor di dubbio. Leggo infatti con piacere i termini disseminati qua e là nel testo: «… leggende, misteri, simboli, numerologi e cabalisti, superstiziosi e iettatori…» e poi, più in là, il numero «uno», il numero «due», il numero «tre» (la cabala? la massoneria? i Catari?) … e più in là ancora «… i fuochi sulle colline… il fuoco… menhir, dolmen, altari naturali e artificiali, antiche croci incise, sacre cerimonie… sculture antropomorfe con testa a sezione triangolare» che sembrano simbolizzare, chissà perché, l’unione del principio femmina, la Bisalta, con il lontano principio maschio, il Monviso.
Non è proprio la mia specialità, ma leggo di queste cose con simpatia.
C’è un punto, però, dove il buon Franco ha fatto suonare un campanello nella zona arcaica della mia mente. Il punto è dove lui, cuneese DOC, scrive: «La Bisalta è la montagna di Cuneo anche se, declinando verso est sembra cercare di raggiungere Mondovì».
Giubilo! Lo sanno in molti che da tempo mi sono autoproclamato cantautore delle Alpi Liguri in quanto montagne essenzialmente monregalesi. E Franco Russo mi stava offrendo la Bisalta. Anzi: non era lui ad offrirmela. Lui si limitava a dirmi che era lei, la Bisalta, che «…sta cercando di raggiungere Mondovì».
Grazie, Franco. Era da un po’ che la vedevo tirare. Mi sembrava perfino che si fosse allungata. Scriverlo è stato un vero regalo per me.

Quel Franco Russo comincia a interessarmi. Purtroppo, per andare avanti con questo discorso su di lui è assolutamente necessario fare un passo indietro nella mia infanzia.

Per presentarmi a qualcuno che non mi conosce, mi basterebbe autodefinirmi così: l’acquasanta e il diavolo. Acquasanta a Mondovì tra zero e diciassette anni. Diavolo dopo i diciassette, in giro per il mondo. Tra i due, una zona grigia. Non mi si fraintenda: il mio diavolo non è mai stato Satana. Sono sempre stati diavolicchi minori, sovente antropomorfi, dispettosi, caciarosi, a volte noiosi, mai spaventosi. Diavolicchi provinciali che mi piaceva stuzzicare per farmi stuzzicare da loro.
A Mondovì la cosa è risaputa. Vedasi, per esempio, come mi aveva definito un amico editore che nel lontano 1990 si era degnato di pubblicare un mio libretto di racconti paesani: «Tentato nell’infanzia più dall’alto che dal basso, inseguito nell’adolescenza da colpi di origine misteriosa – il diavolo, probabilmente – acconciatosi infine ad un rigore cartesiano non del tutto immune da inquietudini e irrazionalità…»
Bello, vero? L’amico editore, pure buon pittore, aveva illustrato il mio libro con dei disegnini maliziosi. Guardate.

Nel contesto del racconto Il diavolo del Vallonasso, ecco cosa aveva inserito, tra le pagine del libro, il mio amico editore-illustratore.

gregoli-russo-1È una vecchia foto di anni fa, un po’ sfuocata, nero su varie tonalità di grigio. Rappresenta una porzione di quella bastionata di rocce che bordeggia, sulla sinistra salendo, il Vallonasso del Chambeyron. Luogo asperrimo dove si svolge il dramma notturno del mio racconto, dominato dalla presenza di un diavolo importuno.
L’inserto grafico è un disegnino di fantasia uscito dal pennello del detto editore-illustratore. È splendido. È lui: è proprio lui. È il mio diavolicchio. Il pittore l’avrà disegnato copiando dal vero, tra i miei pensieri, il mio archetipo di diavolo. Non c’è da stupirsi: lui di diavoli se ne intendeva, eccome. Due anni prima aveva pubblicato un romanzo-pietra miliare nel mondo esoterico-diabolico della Mondovì per bene. Volete sapere il titolo? Il diavolo in Piazza. Quando vi dico…

Nel contesto di un altro dei miei racconti, dal titolo La Prima Comunione, guardate un po’ come mi vede il solito editore, stavolta anche un po’ psicoanalista.

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Nel disegno di destra, un gruppo di chierichetti sta cantando un inno sacro davanti alla facciata di San Pietro a Mondovì Breo. Siamo ancora nel mio periodo acquasanta, ma l’editore-psicoanalista aveva già visto il seguito: la coda e i cornetti designano senz’ombra di dubbio, nella massa dei chierichetti ortodossi, un chierichetto anomalo con un altro destino.
Quel chierichetto aveva, già a quei tempi, una mente scientifica. Sentiva, imperioso, il bisogno di capire le cose poco chiare. Non poteva dunque rimanere insensibile al mistero del grande affresco sulla facciata di San Pietro (foto di sinistra, di Lorenzo Barberis) sotto cui passava diverse volte al giorno per motivi di scuola, di vagabondaggi, ma soprattutto di messe, vespri, compiete, novene e altre cerimonie devote.
Poche erano a quei tempi le sorgenti di conoscenza, e per un chierichetto curioso di nove o dieci anni poche erano le porte a cui bussare. La prima: “chiedere in giro”, era deludente. La seconda, già meglio, era il volume del Melzi Scientifico, che si trovava in un angolo della striminzita biblioteca di casa. La terza, il Google degli anni 40-50, era la versione completa dell’enciclopedia Treccani che si trovava in una stanzetta riservata della canonica di San Pietro. In quella stanzetta ero ammesso, ogni tanto e in via eccezionale, per soddisfare la mia naturale curiosità che i preti della parrocchia speravano di trasformare in vocazione sacerdotale. Si sbagliavano: non avevano visto la coda che usciva dalla sottana e non potevano nemmeno immaginare che qualche anno dopo, stufo di ignorare praticamente tutto del mistero della nascita dei bambini – argomento che i compagni cattivi padroneggiavano alla grande – io, quel mistero, l’avevo chiarito una volta per tutte, grazie ai volumi della Treccani della canonica. In quella stanzetta oscura, odorosa di vecchio legno e di vecchia carta, in pochi mesi, avevo acquisito di quel mistero una conoscenza anatomica, fisiologica e endocrinologica talmente approfondita da fare invidia a un ginecologo.
Ma torniamo alla facciata e al grande affresco monumentale ripreso negli ingrandimenti riportati qua sotto.

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Nella foto di sinistra si vede un uomo che maledice un altro uomo. Quest’ultimo, colpito dalla maledizione, muore cadendo da una scalinata marmorea. Lì vicino un altro uomo, con corona di alloro, alza le braccia al cielo.
Guardate adesso, da vicino, la meravigliosa stilizzazione del dramma pittorico nel disegno del mio editore-illustratore.

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Guardate i segnetti con cui l’artista folgora il primo uomo, in piedi; il secondo, capovolto e atterrato; il terzo, sbalordito, da contorno. Grande arte è questa.
Ebbene, grazie al curato, al Melzi e alla Treccani, alla fin fine avevo capito il quadro.  Il maledicente era San Pietro. Il maledetto e atterrato era Simon Mago, l’eresiarca dei “simoniaci”, quelli che vendevano indulgenze in cambio di denaro. Il terzo, probabilmente Dante, era messo lì per fare figura. Quante volte avevo cabalizzato, come si suol dire, sul peccato di simonia e sulla punizione esemplare dell’inventore della stessa. Quante volte avevo scrollato la mia testa di chierichetto al sentire, di qua e di là: «… più soldi metti nella borsa del sagrestano che passa tra i banchi, più ti sottrai degli anni di Purgatorio da scontare nell’aldilà». Quante volte mi ero chiesto se non era simonia anche quella, anzi, simonia canonizzata, benedetta, costituzionalizzata. Insomma, e per farla breve, Simon Mago e le schiere dei suoi seguaci avevano per anni abitato la mia giovane mente di chierichetto all’acquasanta a cui, sempre più lunga, stava crescendo la coda del diavolicchio.
Mi si dirà: e allora? Dove vuoi arrivare? Non era di Franco Russo che volevi parlare? Aspettate. Un po’ di pazienza. Ci arriviamo.

Nel corso delle mie letture mi viene un giorno di voler contattare il suddetto. Gabriella Mongardi, sollecitata, mi dà la sua mail ma mi raccomanda di tener d’occhio lo Spam perché nell’indirizzo mail di Franco Russo appare la dicitura “simonmago”.
«Come hai detto? Cosa hai detto? Ripeti un po’: Simon Mago?» Ma da dove salta fuori, adesso, questo Mago? Qualcuno avrà letto nei miei pensieri? Non ne avevo mai parlato con nessuno, e tantomeno con Franco Russo che non conoscevo affatto. Come coincidenza sembra incredibile. Magia allora? Oppure sarà di nuovo uno di quei diavolicchi maligni che mi fa un tiro mancino? Non è possibile che Franco Russo, candido candido, sia andato a crearsi un indirizzo mail con dentro simonmago!
Non sto a raccontarvi le frenetiche consultazioni di Google, l’immersione nella grande palude della patristica, dei Vangeli apocrifi, delle filosofie esoteriche… Vengo a sapere che San Pietro e Simon Mago erano entrambi dei grandissimi maghi. Simon Mago, come mago, era più forte. Ma San Pietro, in più, faceva i miracoli: raddrizzava gli storpi, risuscitava i morti, allungava le gambe ai nani, faceva spuntare le braccia a chi era nato senza. Un giorno, Simon Mago fa a San Pietro una proposta indecente. Tu mi vendi i tuoi trucchi che fanno miracoli e io te li pago in lingotti d’oro. San Pietro, sdegnato, gli aveva risposto picche. L’altro aveva insistito, aveva aumentato la posta. Niente da fare. Avevano bisticciato di brutto. E così, per strafare, Simon Mago si era sollevato da terra e, sotto gli sguardi attoniti della folla, aveva cominciato a svolazzare sopra la testa di San Pietro prendendolo di balla: «Provaci» diceva. «Provaci, grande guaritore. Che cosa c’è di più grande, per un uomo, di saper volare?» A questo punto San Pietro non ci vede più: alza gli occhi al cielo e vede Gesù Cristo che gli invia un raggio. Bastava deviarlo verso il mago svolazzante. Detto, fatto. Il mago, folgorato in volo, cade a terra morto. Ai piedi di Pietro. Il quale si guarda bene dal risuscitarlo.
Simon Mago: forse la prima vittima di un raggio laser cielo-terra-aria che abbatte un bersaglio in volo.
Questa, ovviamente, la spiegazione canonica, quella della Madre Chiesa fondata da San Pietro in persona. Io ci vedo un conflitto di interessi, anche perché di spiegazioni ne ho lette altre, molto più favorevoli a Simon Mago. Tutte messe sistematicamente all’Indice e bollate come apocrife.
Mi viene un’idea: visto che siamo nel discorso, perché non invitare Franco Russo a discettare su questa rivista sulle ragioni che l’hanno spinto a scegliersi quel bizzarro indirizzo mail e Lorenzo Barberis, esperto sommo in eretici ed eresiarchi, a discettare sulle teorie gnostiche, agnostiche e prognostiche che hanno ispirato il pittore Luigi Morgari a dipingere quello splendido affresco che mi è volteggiato sulla testa per tutti gli anni dell’infanzia, adolescenza e gioventù sempre più ribelle?
Ecco fatto: sono stati invitati. Attendiamo riscontro.

Mamma mia! Sono solo arrivato all’articolo L’impossibile arrampicata verso la Casa Bianca. Sbrighiamoci, altrimenti non arriverò mai in fondo.
L’articolo tratta di una richiesta amministrativa introdotta da Franco Russo per cambiare il nome della sua strada. Vado subito a informarmi con Google sul biotopo in cui tale richiesta cade. Cervasca, che non conosco, è una microcittadina diffusa. In realtà è composta da un gran numero di frazioni, dette “Roata”. Se Cervasca avesse un centro, tutt’attorno occhieggerebbero, acquattate, numerose Roata: Roata Budre, Roata Caviglia, Roata Massa, Roata Mura, Roata Tavella, Roata Maggiori, Roata Parola, Roata Perona, Roata Bruna… Io non le conosco, ma alla luce della mia profonda esperienza montagnina, tutte quelle Roata non mi dicono un gran bene. Io, se abitassi in quel posto, camminando mi guarderei all’intorno. Ogni tanto mi volterei per guardarmi alle spalle. Ebbene, in quel posto arcigno e acquattato, il nostro Franco Russo si era messo in testa di farsi cambiare il nome della strada che porta alla sua villetta isolata su un promontorio, nota, da anni, come la Ca bianca. Senza stare a parafrasare il simpatico articolo – che vi invito ad andare a rileggere – il fatto è semplice. Per motivi altamente logici e che non fanno una piega, Franco Russo voleva rinominare la deviazione detta: “via Asilo n° 13” che porta esclusivamente alla sua Ca bianca, con un nuovo nome, luminoso e icastico: “via Ca bianca n° 1”.

Come ho già detto, forte della mia lunga esperienza montagnina vissuta dall’interno, non posso reprimere un ghigno. «Bravo merlo» borbotto tra me e me. «Tu vuoi cambiare il nome della tua strada, quale appare da anni in tutti i registri comunali, con un nuovo nome, più figo (per te), più che se la tira, come si suol dire. Povero cocco! Hai un bell’essere preside di liceo in pensione, hai un bel leggere di greco e di latino, ma nelle cittadine diffuse ai piedi delle montagne cuneesi la legge non la fanno i forestieri, la fanno quelli del posto, quelli che si chiamano con quei tre o quattro cognomi che coprono il novanta percento dei registri anagrafici.» Me la ridevo, sicuro del risultato.
Vengo a sapere, qualche tempo dopo, che Franco Russo aveva vinto la causa e che se avessi voluto mandargli un plico – il che ho fatto – avrei dovuto mandarglielo al seguente indirizzo: Franco Russo, Via Ca bianca n° 1, 12010 Cervasca (CN).

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Questa sua vittoria, imprevista, mi spinge alla riflessione. So bene che i montagnini non si lasciano intimorire da due o tre lettere raccomandate spedite da un forestiero al sindaco del loro paese. Comincio così a sospettare che Franco Russo siano due. Uno, fatto di semplicità, di bonomia, di Bisalte, di boschi, di funghi e di abbracci virili; l’altro, Simon Mago, fatto di influenze, di poteri occulti, magari anche di occulte confraternite. Il simonmago del suo indirizzo mail sembra corroborare questa mia ipotesi.
Comincio veramente a pensare che quel Franco Russo che non conosco, non sia solo il gigante buono che mi ero immaginato. Avrebbe potuto essere un osso da rodere più duro di quanto credessi. Forse quel suo lontano abbraccio era stato un avvertimento: “Tu non sai chi sono io; attento a te, questo è solo un assaggio”.

Mi viene un po’ paura. Dopo aver letto un certo numero di altri suoi articoli – uno più magistrale dell’altro, uno più provocatorio dell’altro, uno più irriverente dell’altro, uno più iconoclasta dell’altro – alla paura comincia ad associarsi un vago complesso di inferiorità. Lo sento salire dal fondo del mio Io narcisistico. Sinceramente pensavo di essere l’unico a padroneggiare quei registri… almeno su Margutte…

Arrivo così all’articolo Tra peccati e virtu: il silenzio. Leggendolo penso: “Questo Russo è veramente grande”. Gioca con tutti i registri. Racconta aneddoti surreali su Pitagora; riferisce aforismi di Mozart; anatemizza i giovani escursionisti che vanno in montagna con le orecchie tappate dagli earpods; si commuove su se stesso, escursionista silenzioso; definisce La pioggia nel pineto come «il più grande e maestoso inno ai silenzi delle voci ed alle voci dei silenzi». Ed ecco, ecco, grazie a lui, nuovamente riaffiorare la mia giovinezza, l’amato Professor Ambrogio (quello in piedi, a sinistra, vestito di scuro, nella foto di classe qua sotto) e mi sembra ancora di udirlo mentre ci leggeva l’intera poesia, lentamente, quasi in silenzio, e noi sentivamo le gocce d’acqua cadere sulle “tamerici salmastre ed arse” … sui nostri “volti silvani” (ah, come mi piaceva quel “silvani”!) … e sentivamo i rumorini attutiti dei pini, dei mirti, dei ginepri, ed eravamo tutti innamorati di Eleonora Duse e con lei andavamo di fratta in fratta, “chi sa dove, chi sa dove!”

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Li sento ancora adesso, da questa infinita lontananza, quei due silenziosi “chi sa dove”, che sono poi la chiave di tutta la magnifica poesia. Grazie per quest’altro regalo Franco. Ti giuro, l’avevo quasi dimenticata la pioggia nel pineto. Ed è per questo che ti perdono la valanga di citazioni nel testo: citazioni di Carducci, De Gaulle, Pascal, Cervantes, Giusti, Stecchetti, Mina… Te la perdono anche per via di quel dotto excursus nella simbologia massonica – chissà perché – dove ci informi che “simbolo”, dal greco “sùn-bállein”, vuol dire “unire, mettere insieme, collegare” mentre “dià-bállein” in latino “dia-bolus” cioè diavolo, vuol dire il contrario: separare, dividere. «E allora, se il simbolo è il silenzio, il diavolo è rumore» conclude il Nostro, pensando di aver chiuso la bocca una volta per tutte al diavolo, in un articolo dedicato all’adorazione del silenzio.
E invece no, perché a me basta parlare di diavolo che mi si mette di buon umore.
E così, di ottimo umore, eccomi continuare la lettura e sorprenderti, come per magia, a cambiare rumorosamente registro. Per tessere l’elogio del silenzio ecco che Franco Russo fa scoppiare un pieno orchestrale di piatti, nacchere, triangoli, timpani, xilofoni, fischietti, sirene, tamburini, macchine a vento e altri strumenti a percussione… Siamo in piena tonalità maggiore, il timbro è trionfante. Hai messo il turbo, Franco. Perché parafrasare? Ascoltate il cuore e l’anima dell’elogio del silenzio di Franco Russo, poeta bifronte:
Chi frequenta gli stadi sa che tutte le volte che, in memoria di persone o fatti, si osserva il canonico minuto di silenzio, lo stesso dura, si e no, tre secondi perché scatta l’applauso. Lo stesso ignobile ed osceno applauso che scatta, all’uscita delle chiese, quando compare la bara di chiunque sia il morto “bravo, bravissimo, che gran cosa hai fatto a morire, se potessi ti chiederei l’autografo o di farti un selfie con me”. Mi aspetto che, prima o poi, nelle chiese cattoliche postconciliari – già violentate da chitarre e canzonette, da segni di pace falsi scambiati con sconosciuti – al momento dell’Elevazione scatti un bell’applauso per Padre, Figlio e Spirito Santo. Come sempre accade a Napoli per la liquefazione del sangue di San Gennaro. 

«Ah, ah!» rido. «Ecco il perché del simonmago nel suo indirizzo mail. Ah ah! Questo qui è un barbetto che metà basta!»

Rido, sì; ma nel frattempo quasi quasi mi dichiaro vinto. “È invincibile” penso. Cerco di convincermi di non essere mai entrato con Franco Russo in rivalità letteraria. “Quello là è un professionista” mi dico. “Lui sì che giostra con la consecutio temporum; non come succede a me che passo dal presente al passato remoto, dal futuro al trapassato, che, rileggendomi, viene la nausea anche a me. Come andare in autobus su una strada tutta a curve. Lui rappresenta, su di me, l’odiata supremazia dell’umanesimo sulla scienza, l’umanesimo con la corona d’alloro sulla testa e la scienza con le formule trigonometriche scritte su lavagne gessose da mediocri professori di matematica. «Ecco perché hanno creato l’AICC» mi dico con una punta di rancore. «Ecco perché quando arriva uno scientifico che si appresta a dargli del filo da torcere, gli staccano subito il microfono.»

E infatti, dagli abissi del mio Io narcisista salgono, come sbuffi di nebbia, insieme alla paura e al complesso di inferiorità, i primi sintomi di depressione.

Non sono più così motivato. Quasi quasi smetto di leggere e vado a farmi una lunga siesta. Eppure, avendo buttato l’occhio su un articolo con la foto di tre simpatiche scimmiette e dal titolo: Risposta a “Tra peccati e virtù: il silenzio”, di Franco Russo mi lascio ancora una volta vincere dalla curiosità.
Leggo: «Caro Franco…»
«Bene» mi dico. «Qui c’è qualcuno più coraggioso di me. Qualcuno che sta per rispondergli.» Mi frego le mani dalla soddisfazione. Mi siedo comodo sul divano e vedo subito, fin dalle prime righe, che l’articolo si annuncia come uno scontro.  L’incipit è denso di tirate al fiele.
Ci conosciamo bene ed io so che, in fondo, non ti dispiace tirartela da pensoso intellettuale, di quelli che avendo letto molto, molto pensato, molto elucubrato si compiacciono di tacere. Anche perché, in fondo, il silenzio è molto più figo che la caciara. 

Trattengo il fiato. Il tipo continua:
Naturalmente non c’è partita. E sono certo che la tua anima, in fondo aristocratica, si senta vicina a Machiavelli.

L’avevo immaginato anch’io. Ora la mia mente si apriva ad altre ipotesi: ma allora l’abbraccio era stato l’abbraccio di un aristocratico che si era fatto bisonte solo per abbracciare un povero plebeo del liceo scientifico (ma lì si sbagliava) che era stato maltrattato da altri plebei più plebei ancora di lui! Ma allora l’autore di questo articolo, indirettamente, mi stava vendicando! E che vendetta! Sto assistendo a una vera e propria strigliata. Sentite, sentite:
Non c’è partita, maledetti intellettuali del cavolo che, di giorno giocate a fingere di lavorare la terra, di passeggiare amabilmente conversando con la natura, di ascoltare il canto degli uccelli e lo stormire delle fronde e poi la sera, stanchi di una falsa stanchezza, aprite vecchi volumi, annotate pensose verità con inchiostro e pennino, sorbite – solo i plebei bevono – un caffè […] e, infine, spiegate a Dio come avrebbe dovuto organizzare il mondo. Il tutto in religioso, sommo ed aristocratico silenzio.
Ma, caro amico, dopo aver, se non demolito, almeno fatto traballare il tuo elogio del silenzio non foss’altro che per quella componente da aspiranti fighetti prova a seguirmi sul sentiero di altri silenzi.
Beh, intanto mi metto al tuo livello e, siccome so che ti piace citare (hai notato che quelli che hanno poche idee e poco da scrivere citano, tra virgolette, molto?) parto alla grande:

E qui, giù contro-citazioni assassine tratte dal Vangelo di Giovanni, da Feuerbach, da Pascarella, da Sciascia. Il buon Franco Russo ha trovato pane per i suoi denti. Ne provo quasi una piccola pena. Piccola pena che però fa un piccolo bene al mio Io narcisista uscito ammaccato dalle precedenti letture.
Mi viene in mente un documentario che avevo visto qualche giorno prima sui combattimenti degli elefanti di mare che stanno per riprodursi nelle desolate contrade antartiche. I due bestioni che si affrontano non hanno artigli, non hanno zanne, sono rotondi e pesano, ciascuno, tre tonnellate. Dispongono solo dei loro muscoli e della loro massa. Possono solo cozzare.

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E cozzano. Si guardano, si sfidano, prendono il fiato e poi: BU-U-UM! Tre tonnellate di grasso e di cotenna che sbattono frontalmente, l’uno contro l’altro, con la forza d’urto di due carri armati.

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Era questo lo scenario che mi si stava offrendo tra le pagine altamente perbene di Margutte.
E infatti, ecco l’autore della Risposta offrirmi un altro esempio di “cozzo” contro il suo rivale che non vedo, ma che mi appare chiaramente con le fattezze di un Franco Russo già parecchio ammaccato dai precedenti attacchi. Il nuovo cozzo prende l’aspetto di una lezione inflitta da un insegnante a un allievo.
“Deve essere dura” penso “per un ex preside di un Liceo classico alla moda”. E infatti:
Bene, recatoti il doveroso conforto della saggezza scritta da altri, proviamo a parlare del silenzio vile, del silenzio complice, del silenzio mafioso, del silenzio ipocrita? Quello che, erroneamente, identifichiamo con le tre scimmiette diventate, nell’immaginario collettivo, il simbolo del silenzio omertoso. Forse nemmeno tu sai che, invece, le tre scimmiette sono attrici di una favola shintoista positiva, sono le tre scimmie sagge, Misazaru copre gli occhi, Kikazaru le orecchie e Iwazaru la bocca perché, in quella buona religione, invitano gli uomini a non ascoltare il male, a non dire il male, a non guardare il male. E così noi che riusciamo a rovinare tutto abbiamo trasformato tre santi scimmiotti in tre mafiosi.

Bella la storia delle tre scimmiette. Però, povero Franco: quale arrogante lavata di capo ti stai beccando!
Mi passa per la mente di rispondere di rimando a questo panzerfaust dell’alta cultura. Avrei scritto una Risposta alla risposta che avrei subito pubblicato su Margutte. L’avrei scrollato io, come si deve. In fin dei conti, anche se il lontano abbraccio di Franco Russo era stato l’abbraccio di un aristocratico del pensiero (l’umanista) a un plebeo del pensiero (lo scientifico) sempre di abbraccio si era trattato. Un aiutino glielo dovevo.
Leggo intanto le ultime battute della Risposta. Le leggo una parola dopo l’altra. Sì, si trattava di una vera lezione di morale, di morale alta, di morale colta.
[…] Direi, soprattutto, per cercare la verità anzi, visto che hai fatto il liceo classico, per cercare aletheia. Che, come sai, non è quella brutta verità preconfezionata che si compra già cotta ma è, come hanno detto tanti filosofi, il disvelamento cioè la verità cercata, sofferta e conquistata. E questa operazione, col silenzio o con le parole, mi pare l’unica che rende la vita degna di essere vissuta e che fa diventare l’uomo Uomo.

FRANCO RUSSO

«Qui» mi dico subito «il redattore ha fatto un errore. La firma in calce all’articolo è un errore pacchiano, un grave errore. L’autore della Risposta  è il secondo elefante di mare, lo sfidante. Franco Russo è il primo elefante di mare, lo sfidato. Il redattore, o la redattrice, ha preso la firma del primo articolo e l’ha messa alla fine del secondo. Non sapremo mai il nome del secondo.
A meno che… a meno che…
Qualcosa di insidioso stava filtrando attraverso le nebbie della mia mente.
A meno che la firma vera non sia proprio quella…

Franco Russo… simonmago… Simon Mago…
FRANCO RUSSO che risponde a FRANCO RUSSO? L’impostore che risponde al vero? O il vero che risponde all’impostore? L’impostore che risponde all’impostore? O sono veri tutti e due? Il primo Franco Russo, quello dell’abbraccio del bisonte, era il primo o era già il secondo, l’aristocratico che se la tira con Machiavelli?
In ogni caso, ormai ne ero sicuro: la Risposta a “Tra peccati e virtù” era stato uno scherzo ordito e sapientemente coordinato da due malvagi impostori. I due maghi, avevano tessuto la loro tela ricamandola di aletheia, di sùn-bállein e di dià-bállein solo per farci cadere dentro i più gonzi. E io, povero cristo trigonometrico di via delle Ripe, ci ero caduto dentro.
Come un gonzo. Come un pesce. Come un pesce dell’Ellero.

CODA
(presto, crescendo)

Ero in Francia e ho commesso l’errore di volergli telefonare. Franco Russo non aveva il fisso e l’ho chiamato sul cellulare. Amabilità varie. Gli faccio parte del mio scorno, ridiamo insieme. Io ridevo di me, della mia ingenuità; e lui anche. Rideva silenziosamente, da aristocratico (in quel momento era il secondo).
Parlando, gli chiedo di poter mettere il suo numero di cellulare sul mio WhatsApp perché così parlare non ci costa niente. Lui è d’accordo. Facciamo entrambi le manipolazioni necessarie, ma uno dei due deve essersi sbagliato perché ecco, di colpo, apparire un’immagine sullo schermo del mio cellulare. «Dannazione, devo aver attivato il FaceTime, o la video di WhatsApp!» Nello schermo mi era apparsa una gran luce sulla parte alta e un qualcosa di indefinibile, irto, peloso e nerastro nella parte bassa. Si muoveva. Gli chiedo: «Ma sei tu quel coso nero e tutto peloso che vedo nello schermo?» Lo sento armeggiare e ridacchiare fra i peli della barba. Forse anche sul suo schermo era apparso qualcosa di poco cristiano.
Cerco di staccare la video, ma facendolo mi accorgo che l’occhietto della telecamera, acceso, guardava verso di me. Forse quel coso irto, peloso e nerastro ero io. Stacchiamo entrambi la video come se ci fosse apparso un dià-bállein. Chiusura della comunicazione con altre amabilità.
Quel coso irto, peloso e nerastro non ero né io né lui. So io che cosa era.

La sera vado in città per una degustazione vini. Una coppia di italo-francesi vuole vendere dei vini italiani a eventuali clienti italo-francesi. Io sono fra questi. Il tema di quella sera era: Vini biologici ottenuti da vitigni coltivati su suolo vulcanico.
Il vulcano, spento, era il Vesuvio. I vini erano vini avellinesi, tra cui il noto Greco di Tufo. Abbastanza buoni. La parola chiave era “Zolfo”. Bisognava sentire l’odore di zolfo che esalava dalla massa del vino. Non si trattava di porcherie solfitiche aggiunte durante la chimica della vinificazione. L’odore (il profumo) di zolfo era un costituente del vino, e anche il gusto di zolfo, e anche la sua eternità. «Questo vino potete berlo anche dopo dieci anni, venti anni, un’eternità. Lo zolfo del vulcano veglia su di lui e lo conserva vivo e giovane in eterno.»
E infatti, mettendo il naso nel bicchiere, sento odore di zolfo. Proprio così: “odore di zolfo”.
Dopo la degustazione parlo con un altro degustante. È un giovane egiziano, accessibile, simpatico. Io e lui eravamo gli unici ad avere comprato due scatole da sei bottiglie. Gli chiedo cosa fa a Nizza. Faccio l’elettricista, ma anche altre cose. Cosa? Dipingo. Dipingi cosa? Interpreto a modo mio dei quadri, già dipinti, di grandi pittori. E riesci a vendere qualcosa? Sì, va abbastanza bene. Cosa hai fatto ultimamente? Il diavolo di Picasso. Il diavolo di Picasso? – non mi sembrava che Picasso avesse disegnato dei diavoli. Sì sì; se vuoi ti faccio vedere il mio quadro – armeggia sul suo cellulare –: eccolo. È un disegno in bianco e nero. Rappresenta una testolina tonda – la forma è quella di una testa d’aglio – ma è tutta raggrinzita, spinosa, sembra un riccio di mare con due occhi spiritati. E due cornetti. E una barba arruffata. Simpatico. Quando arrivo a casa digito “diable picasso” e mi appare questa cosa qui.
gregoli-russo-11Il dipinto originale di Picasso è più bello dell’interpretazione dell’egiziano. Se non costasse più di centomila euro me lo comprerei. Ho anche pensato di mettere quella faccetta nel mio profilo WhatsApp.

Di colpo mi brilla un’idea. Prendo il cellulare, apro la pagina WhatsApp di Franco Russo e ingrandisco la foto del suo profilo.
Peccato! Non era come pensavo. Sarebbe stato troppo bello. La foto del suo profilo non è, come avrei sperato, il diavolo di Picasso. È un’altra, ma non banale.
Rappresenta una porta scorrevole, all’aperto, di ferro dipinto, a cinque pannelli. Il dipinto, di grande realismo è talmente pieno di sùn-bállein (alcuni dei quali rappresentano dei dià-bállein) che sembra di essere sulla Bisalta. Si intravedono corde,  nodi d’amore, occhi spalancati, triangoli, compassi, scacchiere in prospettiva, caproni che sembrano lupi… Si vede perfino una testolina sfumata che assomiglia al diavolo di Picasso.
Non vi basta? Sulla destra della porta c’è un pietrone e, infissa nel pietrone, una spada. Così, a occhio e croce, mi sembra difficile da estrarre. Forse c’è un trucco.

È dietro quella porta scorrevole che vive Franco Russo. Perfino io, razionalista osseo, se fossi un ladro, andrei a rubare da un’altra parte.
Adesso so perché gli hanno concesso di cambiare il nome della strada. Nessuna giunta comunale in provincia di Cuneo avrebbe avuto il coraggio di dirgli di no. Loro non sanno niente né di Simon Mago né del simonmago. Sanno però che dietro a una porta così deve vivere un Mascòn di classe trentatré, con tutta la sua corte di masche. E quindi hanno deciso di tenersi alla larga, di chiamare la strada che porta a quella porta: via Ca bianca n° 1. Come voleva lui.
Avesse voluto chiamarla via Althanòr Barabàk n° 666 glielo avrebbero egualmente concesso.

Caro Franco io non so a quale dei due Franchi dedicare questo mio scritto. So infatti per certo che siete due, ma non so quale dei due è l’impostore.
Forse tutti e due.
Bene: adesso siamo tre.

FRANCO RUSSO