Margherita

Margherita cow

GABRIELLA VERGARI.

Margherita fiutò nervosamente l’aria e seppe che anche quella sera sarebbe avvenuto. Gli odori recati dal tiepido vento vespertino erano inconfondibili e parlavano di sterco equino ancora fumante, cuoio, corde ed agitazione. Pensò stancamente di essere assai stufa di quell’attività.
E come darle torto? In fondo le mucche nascono per produrre latte e vitelli, pascolare nei prati, muggire, nutrirsi di trifoglio e foraggio, non certo per partecipare ai rodei ed essere aizzate a correre in cerchio come pesci rossi nella boccia di vetro, per sentirsi, infine, strangolare nel proprio slancio da un lazo inopportuno ed invadente. E questo per sere e sere di seguito, senza gratificazioni di sorta, senza un riconoscimento o che so io un segno di gratitudine.
E vabbene che l’uomo è un padrone tiranno, uno sfruttatore opportunista e spietato, privo di scrupoli e delicatezze, ma le sembrava che lì, nel piccolo recinto che racchiudeva tutto il suo mondo, si stesse proprio esagerando. Erano anni, ormai, che gli straordinari si andavano succedendo gli uni agli altri senza posa e, insomma, dopo aver partorito e svezzato ben dodici vitelli – tutti sani e robusti come tori – ed aver prodotto ettolitri ed ettolitri di latte, le pareva di aver pur diritto alla pensione. Intendiamoci, non la pensione che per le mucche equivale a macello, morte, squartamento ed inscatolamento, bensì quella che consente di continuare a muggire, cibarsi di trifoglio e pascolare, ma in santa pace, fino alla fine del secoli.
Strappò svogliatamente dell’erba e cominciò a ruminare. Uhm, il vitto non era poi tanto malaccio, e la mattina le piaceva ancora passeggiare in lungo e largo per lo sconfinato complesso alberghiero nel quale sorgeva il suo ranch…
Se solo non ci fosse stata quell’insensata corvée! E per chi, poi? Per turisti incompetenti e distratti, da intrattenere con qualsivoglia svago, purché adeguatamente costoso.
Già i cavalli nitrivano scalpitanti.
Lanciò un’occhiata d’intesa a Gelsomina, sua confidente di sempre e compagna di sventura. Stava sdraiata, placida, a pochi passi di distanza da lei e sembrava non essersi accorta di nulla. Tanto, non faceva mai caso a niente! Accettava tutto con buona pace, paga del fatto che le fosse concesso di campare. Poi si rilassò e capì che, probabilmente, quella sarebbe stata la prima esperienza di rodeo per suo figlio. Rimpianse di non averlo preparato a sufficienza per un passo di tal fatta. Molto del suo avvenire sarebbe dipeso da quel momento, chissà se si sarebbe fatto onore, se avrebbe corso a più non posso per sfuggire agli uomini a cavallo oppure se si sarebbe fermato impaurito e smarrito, provocando il riso freddo e distante degli spettatori.
E già, tanto che ne potevano sapere, loro, di ciò che si prova ad essere spinti, senza preavviso, verso il grande cerchio illuminato dai riflettori, inseguiti senza un perché, bloccati improvvisamente dalle corde, trascinati dietro ai cavalli e poi, così, ancora una volta immotivatamente, lasciati liberi e portati nella stalla dallo stesso cavallerizzo che poco prima ti ha dato la caccia e, magari, adesso ti accarezza amichevolmente? E meno male che l’uomo si proclama padrone dell’universo per via della ragione!
Comunque, la serata sarebbe andata come previsto e nessuno avrebbe potuto evitarlo. Il fatto era che con l’accenno di reumatismi che si ritrovava l’umidità notturna le appariva proprio deleteria e, poi, era sicurissima che correre sulla digestione fosse nocivo per le mucche della sua età. Pazienza! Quando sarebbe venuto il suo turno avrebbe fatto il minimo, del resto passava in fretta, meglio non drammatizzare!
E invece… Quando si ritrovò ancora una volta protagonista di quella farsa immotivata ed insulsa, di quella parodia per turisti ricchi e minchioni, sentì scattarle dentro qualcosa di nuovo ed imprevisto, una rabbia ribelle ed irrefrenabile che la fece correre, correre fino a scoppiare, fino a sentire il fiato rompersi in gola, il cuore pompare forsennato, tutta la muscolatura tendersi nello sforzo e le ossa scricchiolare doloranti, ma correre, correre fino all’annichilimento, all’annientamento, alla disintegrazione di ogni singola particella di materia.
Alla fine dovettero placcarla in sei.
«Ohè, Margherì,» muggì assai risentita Gelsomina quando la porta della stalla fu rinchiusa alle loro spalle, «ma che ti è preso, sembravi drogata! Io stessa stentavo a credere al miei occhi. Mi hai fatto fare una figura… Mi hanno preso dopo neanche due giri e tu lì a filare come una locomotiva! La prossima volta avverti prima, vanitosa esibizionista!»
E chi ci avrebbe mai riprovato! Vanità, esibizionismo? No, non era stato affatto per quello e sapeva bene che non ci sarebbe mai stata una seconda volta.
Era crollata, stremata, sul suo giaciglio e stava male da morire, ma si sentiva soddisfatta!
Chiuse gli occhi confidando in una lunga, ristoratrice dormita: l’indomani sarebbe stato un altro giorno.
Il vento fresco della sera le carezzò le narici con il profumo delle erbe familiari e gli odori della quiete.
In cielo brillavano, fulgide, le stelle.

Tratto da “Sirene, Chimere ed altri animali”, Solfanelli (Ch), 1993