Movimento Nullo

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LORENZO BARBERIS.

Riferiamo di un interessante esperimento di teatro performativo messo in scena a Ferrara nello scorso 2015: “Effimero Nullo 01. Confessioni di un artista di merda”.

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Due scatole, due individui, quarantott’ore di performance non stop. Questi gli elementi essenziali dell’evento performativo che va sotto il nome di Effimero Nullo, opera prima
di un movimento artistico privo di movimento: il Movimento Nullo
simboleggiato dal segno “Ø” – che Lucien Moreau e Giacomo Marighelli fondano e affermano, sulla scia di Jodorowsky, Arrabal, Topor e molti altri prima di loro.

Un luogo senza luogo, nel quale i due hanno costruito, giorno dopo giorno, l’installazione stessa. dandole vita: dormendo in essa. intervallando e fondendo arte, musica, letteratura, teatro, giochi concettuali, momenti di pura follia, meditazioni zen, interagendo tra di loro e con il pubblico o con l’assenza di pubblico.

Cambiandosi d’abito e truccandosi, per raggiungere uno stato di coscienza alterato dall’ispirazione. perdendosi per poi ritrovarsi prima senza nome, poi, vestiti di un’identità rinnovata. Così facendo, in funzione della narrazione i performer hanno riempito gli spazi, i vuoti della sala, in totale insindacabile libertà, lasciando al pubblico una disarmante confessione di semplicità, o un enigma da comprendere.

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Cinque sono le regole dell’Effimero Nullo: 1. tutto è in divenire; 2. lo spazio è soggetto alle
regole; 3. le regole sono invisibili; 4. il prima non è mai uguale al dopo; 5. il tempo e lo spazio
sono relativi.

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Durante tutto l’evento (giorno e notte) il pubblico ha potuto visitare l’installazione-spettacolo,
osservando lo stato di avanzamento della confessione, prendendone parte.

Il titolo è tratto dall’omonimo romanzo realistico di Philip K. Dick, composto nel 1959 e pubblicato solo nel 1975, in cui l’autore abbandona per una volta l’abituale fantascienza per una narrazione che ha molto di autobiografico, come il titolo lascia presagire.

Insomma, un’opera totalizzante sulla ricerca di sé, dove il performer vuole porsi come catalizzatore, cartina al tornasole della modernità. Più che ogni cosa, trovo affascinante, come al solito, la riflessione sui confini possibili del dire artistico, che quest’opera – nel solco della lunga tradizione performativa – contribuisce ad indagare e, nel modo che le è proprio, ad estendere.