Ai nuovi nati, nominare la vita che viene

Incisione Alejandro Fernandez Centeno

Incisione Alejandro Fernandez Centeno

Christian Tito, Ai nuovi nati
FIORI DI TORCHIO
Amici del Libro d’Artista Seregn de la Memoria, Circolo Culturale

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Così chiedo agli avi i futuri codici
per attraversarla senza perdere niente questa nostra vita
per mettere in mio figlio e in tutti i figli
una traccia di senso possibile, un amore, una passione
per non perdermi pur perdendo continuamente
poiché la vittoria appare chiara e vacua in questo mondo
e a noi piace la piena ombra

poesia come massimo grado della sconfitta
poesia come massima distanza dalla resa

camminare a piccoli passi ma camminare
dire poche parole, ma dirle

perché noi crediamo nella parola
e forse più in quella data
prima ancora che scritta.

***

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici
la terra ruota sotto le nostre suole
e mentre gira e tutti noi giriamo
sento il battito del mio secondo figlio

perso dentro quel ritmo penso al mio amico
ha un tumore al di sotto del cranio

perso
penso
prego che tra non molto
mani di uomini esperti,
ma spero anche buoni,
estraggano la vita dal ventre di mia moglie
e la morte dal cervello del mio amico

lui di figli ne ha già due
e i padri buoni sono pochi.

 copertina

Introduzione di Corrado Bagnoli
Nei testi di Christian Tito che compongono questo breve inno c’è una consegna, attraverso le parole, ma ancor prima attraverso i gesti, di un padre ai figli; e c’è il lascito, contemporaneamente, dello scrittore ai lettori. Queste poesie si dispongono come una piccola sceneggiatura dentro la quale il poeta si spende nell’unico vero compito della poesia: egli nomina la vita che viene, riconoscendola sacra per il solo fatto che c’è. Al figlio rivela poi come quella vita, così mutevole e indecifrabile, sia propriamente ciò che occorre custodire, difendere dalle minacce; e chiede alla tradizione che lo ha messo dentro questa stessa vita il codice, la bussola per poterla attraversare, consapevole però che il viaggio sarà ogni giorno nuovo, che le istruzioni per l’uso non basteranno, che ci vuole un amore al fuoco che ci brucia dentro e che portiamo in giro, sapendo che un giorno lo dovremo riconsegnare alla terra. C’è tutta la tensione tra la consapevolezza di avere ricevuto un dono e l’urgenza, la necessità della sua restituzione, in questo dramma, in questa avventura in cui siamo stati gettati e dentro la quale, a nostra volta, noi lanciamo altri uomini. Il poeta sa che niente è nostro, che tutto ci viene dato come un regalo, un mistero di cui avere cura, di cui non siamo mai padroni e che dobbiamo dare indietro: nella vita, intanto; ma poi, per chi compie questo viaggio attraverso la sua voce in poesia, nella parola stessa. Così, nella piena certezza che l’esperienza umana si condensa in una sorta di circolo virtuoso, in un lavoro e in una fatica quotidiani; attorno a un nodo che è il tenersi eppure anche il lasciare andare, si può anche non perdersi pur perdendosi; si può anche imparare ad amare il destino dell’altro, la sua libertà. E imparare a chiedere che possa essere sconfitto il male che può assalire un padre, che un miracolo avvenga ancora, come quello di un figlio che, appunto, viene ancora. Il muto lavoro di vivere, i suoi gesti semplici attraverso cui viene comunicato il senso profondo, il valore di tutta la realtà che ci circonda, si accompagnano alla parola poetica che, per mantenere fede al suo difficile compito, deve costruire case, ascoltare crescere l’erba e raccontare tutto il rumore, il dolore e l’amore che fa. Così come fanno le parole di Christian Tito che, proprio perché sono capaci di guardare dritto negli occhi il passato e il presente, sono in grado di aprire cancelli, di spalancare finestre da cui figli e lettori possono osservare un mondo complesso e pieno di mistero, desiderando però di contribuire a renderlo migliore e sapendo
tutta la forza,
tutta la fragilità
se vuoi che si plasmi in forma d’uomo il tuo viso.

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