E pluribus unum

dal formaggio agli Stati Uniti d’America.

USA

FRANCO RUSSO.

…fan que’ cibi in perdendo lor virtute
   una di molte lor virtù perdute…      (G. Leopardi)

Quando un amico [1] chiede rispondi sì. Sì, subito e con il cuore. Poi provi a fare funzionare la testa e ti chiedi cosa scrivi.
Fedele spettatore di questi appuntamenti a Racconigi ho sempre apprezzato tutti i relatori perché o hanno scritto e detto  cose molto profonde e dotte oppure le hanno scritte e dette bene. O tutti e due.
E allora, se te lo chiede un amico, ti tocca. E ti tocca provare ad essere profondo, colto, originale.

“E pluribus unum”. La prima trasgressiva idea che mi è venuta è stata quella di scrivere e leggere solo “Franco Russo” e poi tacere e guardarvi. Guardarvi mentre ciascuno di voi, con maggiore o minore velocità, mi insultava o compativa mentalmente. Mi sembrava di vedere il mio ipertrofico ego sottoposto ad autopsia da parte vostra con l’imputazione di  vanità e presunzione. Con qualche caduta nella commiserazione da parte dei non amici e qualche indulgente riconoscimento a originalità superba da parte degli amici. E, in ogni caso, tutti, dopo, avreste dovuto riconoscere la mia capacità di essere diventato, per un attimo nel vostro giudizio su di me, la sintesi di pregi e difetti, vizi e virtù. “E pluribus unum”. Io. Missione compiuta.
Ma non sarei stato serio. E allora?

I tredici stati fondatori, il dollaro, “Noi crediamo in Dio”, Gesù e i dodici apostoli, Biancaneve e i sette nani, Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele e l’Unità d’Italia, l’euro: il sacro ed il profano, dai più all’uno. “E pluribs unum” è il motto che tiene nel becco l’aquila americana, che si trova, da sempre, su un verso di monete e banconote del Dollaro mentre, solo da qualche decennio, sull’altro verso si trova “In God we trust”.

dollar_bill

E allora andiamo a scrivere cose serie e guardiamo i rivoluzionari che, nel 1776, decisero che la proposta di Pierre Eugene Du Simitiere, studioso di biologia svizzero, era quella buona. E che, dalle tredici colonie, “e pluribus”, sarebbe dovuto nascere uno stato, “unum”. Chissà se sapevano che quel motto arrivava da lontano, da lontanissimo, forse dalla poesia greca tramite quella latina.

Intanto vi confesso che ho cominciato questo lavoro con molta leggerezza ma, lavorandoci, mi ci sono appassionato. E così, partito da “e pluribus unum” per cercare di capire come sia stato scelto come motto per la nascita degli Stati Uniti d’America, mi sono ritrovato a seguire un filo che non conoscevo.

Il “Moretum”, traduzione “La Torta”, è un poemetto scritto da un autore sconosciuto. Per un po’ si tentò di attribuirlo a Virgilio – i più prudenti a Virgilio giovane -  poi, come succede spesso, critici diversi sposarono tesi diverse: così nacque il partito dello pseudo-Virgilio, un anonimo poeta dai versi rusticani, quello di Svevio o di un Settimio Sereno. Ma a dargli particolare nobiltà fu Giacomo Leopardi. Il sommo poeta lesse che un Codice della Biblioteca Ambrosiana aveva un incipit con la dicitura “Parthenius Moretum scripsit in graeco, quem Virgilius imitatus est”. Partenius è Partenio di Nicea, poeta greco contemporaneo di Augusto. E così il Leopardi, innamorato della cultura classica ma convinto assertore del travaso della greca nella latina, decise di cimentarsi nella traduzione e, da par suo, la nobilitò.  Ho trascritto, in calce, i passi del testo latino e quelli della traduzione di Leopardi che mi sono sembrati significativi. E, come faccio sempre, ho provato ad incamminarmi sulla strada dei simboli.

Intanto com’è che un biologo svizzero con un cognome inquietante – anche se in linea con la tradizione di questi convegni racconigesi – aveva letto il Moretum al punto da ricordarne la frase emblematica? E com’è che un biologo svizzero ha battezzato, in latino, i nascenti Stati Uniti? Obama lo sa?

Il primo passo riportato è dedicato a Cibale “fante Affricana… sua faccia di color pressoché nera” , che assiste con il suo lavoro il contadino Simulo mentre lo stesso, senza saperlo, si appresta a creare la sinfonia di colori che originerà la frase. È una schiava, è africana, di pelle nera, i capelli crespi ed il fisico forte. Un colore, il nero, che si fonderà con altri colori, “color est e pluribus unus”: un presagio di una società multirazziale?

Ma seguiamo Simulo (perché Leopardi traduce così Symelus?) che compone gli Stati Uniti d’America assistito dalla schiava di pelle nera.
Si procura gli ingredienti e i colori: aglio (bianco), punte di prezzemolo (verde), ruta indurita (giallo) ed esili coriandoli (rosso).  E scaglie di formaggio conservato nel sale. E pronti altri sapori, profumi e colori: il sale bianco, l’aceto rosa e l’olio verde.
Monda e disveste le verdure, le lava e, mentre con la destra impugna il pestello, si aiuta, con la sinistra, a tenere fermo lo straccio di grezzo lino che fascia il mortaio di pietra. Comincia a schiacciare l’aglio, poi le foglie superbe e ne ricava una poltiglia profumata. E, man mano che il pestello va, nota che il colore bianco si perde nel verde e il verde impallidisce e ne deriva un altro colore che segnala come perdendo la singola virtù se ne crei una del tutto nuova.
E sale il profumo intenso e va a ferire le narici di Simulo e gli strappa qualche lacrima che si asciuga col dorso della mano e qualche imprecazione.
Il pestello rallenta e segnala il momento di aggiungere qualche goccia di aceto ed abbondante olio prima della mescola finale. Aiutandosi con le dita trasporta l’impasto al centro del mortaio e, con la mano, lo sagoma in forma di torta.
Un uomo ed una donna, mani bianche e mani nere, profumi e sapori e colori, sudore e lacrime, olio e aceto e sale, imprecazioni ansimanti, pietra e lino.
Sessi, razze, colori, fatiche, attese: “e pluribus unum”.

La Storia, quella degli uomini, delle civiltà, dei popoli, spesso si diverte a gettare nel tempo, alla rinfusa, manciate di parole, di gesti, di simboli. E a lasciarli lì perché un giorno qualcuno li trovi e provi a seguirli. E, siccome è la Storia, non si risente né si offende se nessuno mai  li trova o se, trovandoli, li segue per strade sbagliate. Certa che qualcuno dopo ci riproverà.

Con inusuale modestia vi consegno questo piccolo lavoro al solo scopo di condividere con voi  una immagine suggestiva e beffarda della Storia. Che, come un grande croupier, getta sul tavolo del Mondo Casinò i suoi dadi. E sulle sei facce di uno sono raffigurati un poeta  greco, un poeta latino senza volto, un contadino bianco, una schiava nera, una torta di verdure e formaggi ed un biologo svizzero con un nome di morte. E, sulle facce dell’altro dado, George Washington, un simbolo massonico,  una Bibbia, la Casa Bianca, Geronimo e Obama. I dadi corrono, rimbalzano, rotolano e si fermano.

È l’America, bellezza!

e pluribus unum

Moretum – testo latino e traduzione di Leopardi

[1] Il dott. Mario Abrate, primario anatomopatologo dell’ospedale di Savigliano, animatore a Racconigi dell’Associazione Culturale umanistica “All’ombra del Monviso”  che, oltre a promuovere le opere del pittore Carlo Sismonda organizza una volta l’anno un pomeriggio di incontri su un tema alto, che ognuno dei relatori invitati svolge come vuole.