L’Anno di Shakespeare, Cervantes, Ariosto

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LORENZO BARBERIS

Ricorre in questo 23 aprile 2016 quello che potremmo definire il quarto centenario di una letteratura europea. Come noto, infatti, il 23 aprile 1616 è l’anniversario della morte dei due più grandi pilastri della letteratura del Seicento: l’inglese William Shakespeare e lo spagnolo Miguel de Cervantes, scomparsi entrambi il 23 aprile 1616 (Shakespeare era anche nato il 23 aprile del 1564, mentre all’università di Mondovì Giraldi Cinzio componeva la sua versione del Moro di Venezia, pubblicata nel 1565).

Una coincidenza incredibile, anche se in verità la data si riferisce a due diversi calendari: Cervantes muore secondo il nostro calendario gregoriano, introdotto da Gregorio XIII nel 1582 e prontamente adottato dalla cattolicissima Spagna; l’Inghilterra protestante di Enrico VIII e poi di Elisabetta I invece rifiuta l’imposizione papista, e le due date risultano così sfalsate di 10 giorni.

Curioso che tutto “Il pendolo di Foucault” di Eco ruoti intorno a tale cambio di data, che fa saltare l’incontro esoterico dei Rosacroce a Parigi nel 1623 (e proprio nel 1616 era uscito il manifesto dei Rosacroce, le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz). I redattori complottisti del “Pendolo” potrebbero aggiungere questa coincidenza al loro grande piano iniziatico, dove Shakespeare (e la corte elisabettiana) ha un ruolo centrale in tutta la parte del Seicento, e anche Cervantes (come vedremo…) ha un suo piccolo spazio.

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Se vogliamo sbilanciarci in paralleli meno esoterici, molti hanno notato come i due siano i “fondatori della modernità” per la loro capacità di cogliere il lato moderno della follia. Shakespeare, con l’Amleto, crea un moderno Edipo di Sofocle in cui il principe di Danimarca entra in conflitto col “nuovo padre putativo” che ha ucciso il re suo padre (il cui spettro lo perseguita nell’inconscio) e con la madre che giace col “nuovo padre”, il letto ancora caldo.

Cervantes ne crea, se vogliamo, la perfetta antitesi romanzesca, nel primo grande romanzo della letteratura europea, erede della tradizione picaresca che già col ’500 aveva avviato tale tendenza. Il Don Chisciotte infatti è stato visto da Pirandello come il fondamento di quel suo “umorismo” tragicomico su cui si fonda la complessità moderna, e Turgenev, nella sua opera omonima (vedi sopra), li valutava come i “due tipi umani fondamentali”.

Simmetrici i due anche nella produzione: Cervantes lascia un solo colossale capolavoro, mentre Shakespeare crea una galleria infinita di grandi figure. Tra queste, centrale, dopo Amleto, l’Otello, anch’egli resto folle, dalla gelosia.

“Ebro è Otel, ma Amleto è orbe” sentenziava con un palindromo Arrigo Boito: Otello è ebbro, ma Amleto è cieco. Due simmetrici eroi, eccesso di azione e di inazione. E proprio Otello, tra l’altro, crea una nota connessione col monregalese.

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Come notato già anche sull’Unione Monregalese di questi giorni, infatti, Shakespeare e Cervantes sembrano accomunati da un comune rimando a Mondovì: Shakespeare trae due opere (il notissimo “Otello” e la minore “Misura per Misura”) dagli Ecatommiti di Gianbattista “Cinzio” Giraldi (1565), composti e pubblicati quando egli insegnava letteratura all’università di Mondovì; invece Cervantes combatté nella battaglia di Lepanto, fortemente voluta da San Pio V, attuatore della controriforma come papa e, in precedenza, vescovo di Mondovì.

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(Ariosto visto da Tiziano, 1510)
Se poi davvero amiamo i parallelismi simbolici, il 22 aprile 1516, un giorno e un secolo prima della data di morte dei due grandi, veniva impressa a Ferrara la prima edizione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Il capolavoro della letteratura rinascimentale, amatissimo – tra gli altri – da Italo Calvino, è certo il pilastro su cui poggiano i due giganti del Seicento, in modi diversi. Per quanto riguarda il Cervantes, la connessione è plateale, in quanto proprio leggendo di Orlando e degli altri paladini Don Chisciotte giunge alla sua malinconica follia e ne imita le gesta in un mondo ove i “cavalieri antiqui” sono ormai fuori tempo massimo.

Shakespeare, invece, è forse più debitore dell’altro grande modello del poema cavalleresco italiano, Torquato Tasso, adorato in Inghilterra dove l’epopea crociata affascinava in particolar modo la cavalleria rusicrociana dell’epoca.

Lo stesso Amleto, con la sua follia, è per alcuni modellato sulla grandiosa follia del Tasso (e in effetti almeno la scena in cui Amleto pugnala Polonio nascosto dietro una tenda, per poi disperarsene, rimanda molto da vicino allo scatto di Tasso contro un servo da lui sospettato di spiarlo, che sarà la causa decisiva della sua detenzione psichiatrica a Sant’Anna).

Ariosto è per alcuni, con la sua commedia “I suppositi” (1509), la fonte dell’importante “Bisbetica Domata” (1585), in cui ritorna il tema shakespeariano della simulazione (sempre ambigua) della follia.

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Ma curiosamente Shakespeare e Cervantes hanno una specifica connessione anche con Margutte.

Di Shakespeare, avevo già detto in questo articolo qui: http://www.margutte.com/?p=15696.

La critica ottocentesca italiana aveva, con un briciolo di nazionalismo, visto nel Margutte il modello di un altro centrale eroe shakespeariano, il Falstaff.

La letteratura italiana di Sabrina Torno e Giuseppe Vottari, ad esempio, individua alcune corrispondenze tra Margutte e il Don Chisciotte, pur lasciando la cosa a livello di accenno non meglio precisato (vedi immagine sopra).

Il Pellegrini invece (vedi articolo linkato sopra, su Shakespeare) nella sua opera su Margutte riporta che il Pulci era conosciuto da Cervantes ed apprezzato: Don Chisciotte ha tra i suoi libri il “Morgante” e apprezza Margutte: “del quale Don Chisciotte parlava con molta lode, perché, quantunque appartenesse alla razza dei giganti, era affabile e garbato.”

Infatti Margutte, pur più noto come crapulone, è erudito nell’arte del canto e della poesia amorosa e cavalleresca.

La connessione è però più rilevante che una semplice citazione: l’episodio più noto del Don Chisciotte, divenuto addirittura proverbiale, è quello in cui egli combatte contro dei mulini a vento credendoli dei giganti. Ora, era indispensabile il rimando al Morgante (e con un rimando anche a Margutte) da parte di Cervantes, poiché “c’è del metodo nella follia” di Don Chisciotte, ed egli deriva le sue allucinazioni dai poemi cavallereschi (e non da altre fonti). Quindi quei giganti/mulini a vento sono la proiezione della possibile esistenza dei giganti nel cosmo cavalleresco per la mediazione, sopra ogni cosa, del Morgante stesso.

Certo altri giganti esistevano in altri passi del corpus carolingio, naturalmente: ma nessuno autorevole quanto i due di messer Pulci, che andava dunque necessariamente citato.

E poi, in effetti, Margutte è seminale anche nell’anticipare il tema della follia: la follia del riso di Margutte che muore al vedere le bizzarrie di una scimmia è un’altra sfumatura della folle gelosia amorosa di Orlando e di Othello e della follia visionaria di Don Chisciotte.

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E concludiamo con un divertissment esoterico, quello con cui abbiamo aperto, circa le simmetrie tra Cervantes e Shakespeare: tra l’innumerevole mole di speculazioni iniziatiche più o meno credibili, il compianto Eco del “Pendolo” cita anche questo:

“Un altro caso curioso di crittografia fu presentato al pubblico
nel 1917 da uno dei migliori storiografi di Bacone,
il dottor Alfred Von Weber Ebenhoff di Vienna. Basandosi
sugli stessi sistemi già provati sulle opere di Shakespeare,
iniziò ad applicarli sulle opere di Cervantes…
Proseguendo l’indagine scoprì una sconvolgente prova
materiale: la prima traduzione inglese del Don Chisciotte
fatta da Shelton porta correzioni a mano fatte da Bacone.
Ne ha concluso che questa versione inglese sarebbe l’originale
del romanzo e che Cervantes ne avrebbe pubblicato
una versione spagnola.
(J. Duchaussoy, Bacon, Shakespeare ou Saint-Germain?,
Paris, La Colombe, 1962, p. 122)”

Shakespeare e Cervantes sono quindi due maschere, nel “Pendolo”, di Francis Bacon, incarnazione di Saint Germain, e la lettura che se ne deve compiere è iniziatica (sfugge dall’equazione l’Ariosto, citato in chiave negativa quando Casaubon inizia a intravvedere un Piano nell’azione del Templari che prima trattava con laica e calviniana ironia: ”Patetici campioni della fede, ultimo esempio di una cavalleria al tramonto, perché comportarmi con loro come un Ariosto qualsiasi, quando avrei potuto essere il loro Joinville?”. Meglio il Tasso, di cui si cita “Goffredo il gran sepolcro adora e scioglie il voto”).

E concludiamo così questo breve divertissment sui tre grandi, fiduciosi che potremo aggirarci ammirati nei loro colossali labirinti testuali per tutto il prossimo mezzo millennio, e oltre ancora.

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Su Cervantes si veda anche “Intervista (si spera) Impossibile ovvero Della Saggezza; sull’Orlando FuriosoAriosto, 500 anni dopo…“; su Shakespeare “Un barbaro non privo d’ingegno: William Shakespeare