Pratiche collettive / Pratiche di collettività

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DOMINIKA MACHULSKA
«Un gruppo di persone che condivide un obiettivo comune può raggiungere l’impossibile» ovvero sull’importanza del lavoro collettivo.
«Come funzionano le associazioni? Quali sono i meccanismi e le circostanze che conducono alla costituzione dei gruppi e che ne condizionano le attività quando i collettivi si trasformano in organizzazioni convenzionali, dovendo in tal modo istituire le proprie regole e i propri principi gerarchici?» Sono queste e tante altre domande che si sono posti gli studiosi e i ricercatori internazionali durante il convegno Pratiche collettive / Pratiche di collettività (Pratiques collectives/ Pratiques du collectif) tenutosi a Montpellier dal 9 al 11 marzo 2016. Un convegno importante in quanto ha permesso non solo di osservare e informarsi sui gruppi funzionanti in varie parti del mondo ma ha anche lasciato lo spazio per un’autoriflessione dei partecipanti.

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L’incontro è stato organizzato dal gruppo di ricerca in civilizzazioni contemporanee del Sud del laboratorio LLACS dell’università Paul Valéry Montpellier 3, in collaborazione con il Centro di Documentazione e di Ricerca sulle alternative sociali di Lione (CEDRATS). Questo appuntamento ha proposto lo studio delle dinamiche e delle pratiche collettive, ma anche una riflessione sui raggruppamenti, associazioni, cooperative, comunità, comitati, ecc. che funzionano in modo autonomo e informale, senza rapporti gerarchici né relazioni autoritarie, seguendo solo un medesimo obiettivo fissato da loro stessi.

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Oltre alle dimensioni sociali e politiche, approfondite con molta attenzione durante le discussioni, sono state trattate anche le questioni riguardanti ambiti artistici e letterari, i loro aspetti tradizionali e il loro rapporto con le nuove tecnologie. In effetti, i ricercatori si sono anche interrogati sul ruolo e l’importanza di Internet e il suo impatto sulle pratiche collaborative, sulla semplificazione della comunicazione e sull’accelerazione dello scambio delle idee. Suscitando domande quali: «Come questo strumento, per molti diventato ormai indispensabile, ha cambiato l’ambito e il funzionamento delle associazioni? Come ha influenzato il loro sviluppo e lo svolgersi del loro lavoro?»
Durante le discussioni sono state analizzate le numerose esperienze internazionali dei ricercatori e degli artisti. Sono stati esaminati i problemi teorici e le questioni riguardanti vari paesi del Sud, non solo dell’Europa ma ben oltre i confini del vecchio continente. Si è parlato delle pratiche collettive nelle comunità zapatiste del Chiapas, del cinema testimone dei grandi eventi in America Latina, del gruppo teatrale Candelaria di Bogotà. Tutti gli interventi hanno arricchito le conoscenze dei partecipanti, lasciandogli lo spazio per una riflessione autonoma.

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Durante il secondo giorno è stato organizzato un avvenimento interessante: una tavola rotonda dedicata alle questioni della cultura. La discussione, preparata in modo di sicuro inconsueto, ha permesso di approfondire i lavori collettivi del gruppo italiano Wu Ming, dedicato alla letteratura, e di Àngels Aymar, attrice, regista e drammaturga di origine catalana che ha elaborato lo scenario per uno spettacolo straordinario, 100 FEMMES anónimas y protagonista.

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Il primo intervento della tavola rotonda era appunto dedicato a questa regista. Di fronte alla presentazione dello spettacolo che è incentrato su cento donne e sulle loro storie, esperienze, opinioni e mentalità diverse, gli ascoltatori si sono posti alcune domande: «Come e cosa può unire cento donne? Quale potrebbe essere il loro obiettivo comune?» Tutti hanno trovato le risposte seguendo l’intervento montpelleriano.

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Lo spettacolo, realizzato nelle diverse parti del mondo e con la partecipazione delle donne dei paesi ospitanti (Spagna, Paesi Bassi e Corea del Sud), è la prova riuscita di incontri e scambi tra persone allo scopo di formare qualcosa in comune. Sono infatti le cento donne a esprimere il loro punto di vista, il loro universo invisibile e a creare una comunità a partire da esso. Nelle sue scelte, la regista non ha voluto porre limiti di età, statura, educazione, esperienza teatrale; ha optato, invece, per la partecipazione volontaria e senza fini di lucro; le attrici dunque hanno avuto la possibilità di esprimersi come mai prima. Le donne hanno potuto raccontare le proprie esperienze senza i limiti imposti dalla società e ognuna nella propria lingua.

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Durante l’intervento Àngels Aymar ha esposto le sue idee relative allo spettacolo, alla sua struttura e all’organizzazione, ai problemi e alle sfide incontrate durante l’allestimento. Partendo da un questionario composto da dieci domande e compilato dalle sue cento protagoniste, la regista è riuscita a creare uno spettacolo unico nel suo genere: ogni volta diverso, ogni volta sorprendente. Benché la sceneggiatura debba seguire una stessa struttura, ogni recita si sviluppa in modo autonomo.

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Un aspetto molto importante è anche la rappresentazione della tradizione e della cultura del posto dove lo spettacolo si svolge. Così in Corea del Sud, durante la rappresentazione si assisteva alla cerimonia del tè e all’incontro simbolico tra le Coree del Nord e del Sud. Ad Eindhoven era evocata sulla scena la fabbrica Philips, che ha largamente determinato la storia economica della città nel secondo dopoguerra. A Barcellona, invece, il punto focale della rappresentazione è diventato l’edificio abbandonato, onnipresente nel panorama della città catalana.
Àngels Aymar inoltre ha fatto vedere come, durante il processo creativo che prende forma all’interno del “coro” delle donne, ognuna si esprime sia individualmente che collettivamente. In questa duplicità ogni attrice in quanto parte del collettivo, si esprime attraverso la voce comune, ma, allo stesso tempo, parla di sé, proiettando la propria esperienza e la propria identità. Vivendo insieme questi dodici giorni di esperienza, le cento donne, per un totale di milleduecento giorni, conquistano i propri spazi, scoprono i propri limiti, nonché i confini imposti dalla società, dialogando con il gruppo ma anche, e forse soprattutto, con sé stesse, alla ricerca dei sogni e delle speranze di ciascuna.

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Un intervento particolare è stato quello di Giovanni Cattabriga, un membro del gruppo Wu Ming operante in Italia dal 1995. Ha illustrato ai partecipanti del convegno gli aspetti pratici della scrittura collettiva e certe esperienze italiane in merito. Per dare una risposta esaustiva alla questione di come si organizza una scrittura a più mani e come più persone possano collaborare nella creazione di un’opera unica, ha riportato l’esempio del suo gruppo bolognese e il successo del libro Q che esso ha pubblicato. Questo titolo, che finora è stato tradotto in quindici lingue diverse, ha incoraggiato gli stessi artisti a continuare l’opera. In questo modo sono stati redatti altri cinque romanzi, ognuno scritto a dieci mani, corrispondenti principalmente, ma non esclusivamente, al numero attuale dei membri del gruppo.

L'invisibile ovunque

Nell’intervento siamo entrati nel loro mondo. Con parole chiare e dense di passione, Cattabriga ha spiegato che la collaborazione di più persone nella creazione di un romanzo non è un processo affatto facile. Rispetto al lavoro solitario, il lavoro procede più lentamente, ma si tratta di un’esperienza preziosa, durante la quale le idee e gli stili diversi si incontrano. Come si svolge il lavoro? Per gli ascoltatori questa è forse la domanda più interessante e insieme inquietante. All’inizio, dopo aver deciso in termini generali la trama e i personaggi, ciascun autore prende un capitolo per sé e lavora su una prima stesura di esso. Poi comincia la circolazione delle stesse: a questo punto diventa importante lo scambio continuo delle idee e delle critiche, in generale incoraggianti, talvolta negative. Tutto diventa creazione. Bisogna prendere in considerazione le opinioni dei coautori per realizzare un testo coerente. Non avendo una leadership stabile, tutti i membri sono ugualmente coinvolti nel processo, non esiste nessun tipo di divisione, le decisioni vengono prese all’unanimità.
Wu Ming- senza nome- è di sicuro un gruppo da apprezzare e da seguire. Aspettiamo con impazienza i futuri progetti che possono dimostrarci che la scrittura collettiva non solo è possibile, ma è anche bella e stimolante.

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A cosa servono, dunque, le associazioni? E qual è lo scopo delle pratiche collettive? Questo evento singolare, il convegno dedicato al collettivo, ha dato le risposte a tutte queste domande. Ha dimostrato che il lavoro collettivo è necessario. La collaborazione fra le persone con un bagaglio di esperienze diverso è sempre un momento stimolante e prezioso, un momento dello scambio di idee e opinioni diverse, un momento in cui scopriamo molte cose sul funzionamento della società ma anche, e forse soprattutto, su noi stessi.