I Fini dell’Europa

FINI

LORENZO BARBERIS.

Il piatto forte dei Dialoghi Eula di quest’anno (vedi qui per la passata edizione) è stato l’incontro dedicato alla crisi dell’Europa minacciata dal “sogno del Califfato”, con la presenza dell’ospite di maggior rilievo: l’ex presidente della camera Gianfranco Fini, autore, tra l’altro, della celebre legge sull’immigrazione Bossi-Fini, come lui stesso ha rivendicato, e leader storico della destra italiana.

Giovannini

A condurre la serata Eva Giovannini di Ballarò, con Fausto Raciti a tenere le parti della “sinistra”, ovvero del PD, e Francesco Galtieri, funzionario ONU, in qualità di “tecnico”.

Il primo intervento di Fini sulla questione è molto ingessato e istituzionale.

Sollecitato a rispondere sui vari fronti aperti ai confini d’Europa (la Libia di Al Sarray, la Turchia di Erdogan e via dicendo), Fini subito rifiuta il termine “invasione”, dicendo intanto che si deve parlare solo di “flusso eccezionale”.

In seguito, per i migranti economici, rivendica la propria Bossi-Fini (2002), che non rinnega per quel “momento storico”, ma che sostiene di aver poi scoperto, da ministro degli Esteri (2004-2006), le difficoltà di applicare le espulsioni rigide previste dalla sua legge (“scriverla fu facile, applicarla un’altra cosa”).

1970s

(Anni 1970: il primo Fini, il braccio destro di Almirante)

Tuttavia, specifica Fini, quello che avviene adesso rientra comunque in un’altra dinamica ancora: ci troviamo di fronte a profughi in fuga dalla destabilizzazione della loro area, cui non si può rispondere con la chiusura che, in teoria, si potrebbe opporre alle migrazioni economiche.

A questo punto, quindi, l’accordo con la Turchia è indispensabile e inevitabile per tamponare la situazione in attesa di una ristabilizzazione dell’area, necessaria per superare il momento emergenziale.

La chiusura di Schengen è il vero danno per l’Italia, che con ottomila chilometri di coste si troverebbe impossibilitata a chiudersi come stanno facendo le nazioni centrali. L’urgenza è la modifica del Trattato di Dublino, che vincolerebbe il profugo a fermarsi nel paese di arrivo, mentre bisognerebbe giungere a un visto europeo per i profughi stessi, e all’elaborazione di una polizia di frontiera unitaria, pagata collegialmente dai vari paesi UE (già oggi la limitata Frontex, diranno altri, costa 250 milioni di euro).

Chi blocca ogni decisione in proposito non sono, però, tanto gli organi europei in senso stretto, ma i rappresentanti dei singoli stati nazionali, che perseguono ancora ognuno il suo particulare.

Fini si ribadisce di destra, ma sostiene che è finita l’era del nazionalismo. Gli viene fatto notare come sia simmetrico alla Le Pen, che dichiara superate destra e sinistra ma si dichiara invece orgogliosamente nazionalista. Anche Fini in realtà dichiara il superamento di destra-sinistra, la sua dichiarazione di uomo di destra sembra più una “mozione degli affetti”.

1987

(Fini erede di Almirante come leader dell’MSI, 1987)

La Giovannini provoca a questo punto Raciti a spiegare se, “a sinistra”, è accettabile un atteggiamento di realpolitik sulla gestione dei profughi. Raciti fa un’ampia premessa circa il complesso dibattito interno al Partito Socialista Europeo, sottolineando l’opposizione interna tra partiti socialdemocratici del nord e del sud, sulla linea della demarcazione della palma citata da Sciascia (le Europe “del burro e dell’olio”, meglio ancora), che si traduce in un dualismo austerity contro investimento statale. In questo quadro generale, che presenta come il conflitto primario (non immediatamente rilevante sulla questione dei profughi), egli colloca poi, similmente, la necessità di una solidarietà in primis economica che si deve a suo avviso sollecitare dai partiti socialdemocratici del Nord Europa e quindi dai loro paesi. Fino a qui, non pare vi sia un abisso dalle posizioni di Fini (che del resto aveva dichiarato la sua sintonia, su tali temi, con Amato, D’Alema e molto del PD “storico” in Europa).

1995
(1995: Fini, al governo con B., risciacqua i panni in Fiuggi e fonda AN)

Gualtieri, chiamato a dare il suo parere di tecnico ONU specializzato nella gestione dei volontari, spiega come il conflitto si dipana tra enti centrali che di solito tendono a una certa passività, teoricità e distanza sul fenomeno e enti locali che si trovano investiti nel concreto dal fenomeno stesso: sindaci di paesi di 3000 abitanti sulla “rotta dell’est” che devono gestire un flusso costante di 10.000 persone nel loro paese, garantendo che l’attraversamento avvenga nel modo più indolore possibile con mezzi spesso scarsissimi.

Per contro, di fronte a richieste di creare progetti per ricollocare cifre a suo dire ragionevoli di 4.9 milioni di profughi nei prossimi tre anni (“un 10% del necessario”), la disponibilità degli stati è pari a un decimo della cifra, l’1% del totale, mentre a suo avviso si dovrebbe pensare già a servizi anche avanzati da destinare ai profughi (ad esempio sussidi e supporto per chi desidera sviluppare una formazione universitaria).

Bisogna essere consapevoli, conclude Gualtieri, che la nazione non è fatta solo da quelli che abitano nel paese, ma anche da quelli che bussano alla porta, che devono godere, a suo avviso, di pari diritti di cittadinanza e pari rappresentanza da parte del ceto politico, in un modo o in un altro.

2003

(2003, un Fini pensieroso. Nel corso dei 2000 diviene favorevole al voto agli immigrati, visiterà Israele, definirà il fascismo “Male Assoluto”, vota in modo favorevole al referendum sulla fecondazione assistita…)

Fini a questo punto, che aveva in precedenza fatto un discorso con un’impostazione pragmatica, “di destra”, ma pienamente all’interno delle logiche attuali della burocrazia europea, si sbilancia maggiormente in un discorso ideologico, oggettivamente più interessante, anche se almeno in parte in contrasto con quanto da lui prima affermato (non a caso, lo ridimensiona preventivamente a “provocazione”).

Egli, sostiene infatti, non ritiene “da laico” che sia possibile comunque integrare l’Islam all’Europa. Egli avanza tre principali obiezioni sull’irriducibilità dell’Islam alla cultura europea.

In primis, non vi è cultura dello stato laico (eccetto in Turchia, dove però il partito islamista “moderato” di Erdogan ha ridimensionato la laicità più effettiva creata in origine dal fondatore Kemal Ataturk).

In secondo luogo, non vi è cultura dello stato nazionale: a dire di Fini, nell’Islam prevarrà sempre la dimensione religiosa sulla dimensione civile, in quanto la Umma, come comunità dei fedeli, prende una netta prevalenza.

Terzo aspetto è la visione femminile coranica che, a suo avviso, non è integrabile a quella laica europea.

I paralleli con la migrazione europea e italiana sono, a suo avviso, fallaci: in quanto i migranti europei si sono comunque integrati in paesi di cultura cristiana, se non cattolica (come nell’America del Sud); e comunque in territori ancora in gran parte “vergini” (“i nativi americani sono stati eliminati, si è ripartiti da una tabula rasa”, spiega).

2011
(2010. La rottura con Berlusconi poco dopo esser confluito nel Popolo della Libertà con AN, l’appoggio a Monti, la sparizione politica)

I due modelli di integrazione europei sono invece falliti con l’Islam: il modello multiculturalista inglese, ripreso solitamente dalla sinistra, ha prodotto il Londonistan con le Islamic Court che legiferano in un ambito di common law sempre più esteso; il modello assimilazionista francese comunque ha prodotto fondamentalisti di seconda generazione.

A ciò si aggiunga l’inevitabile elemento demografico, un’Europa “vecchio Continente”, anziano e in vertiginoso calo demografico, e un’Africa in crescita esponenziale, che aggrava col passare del tempo la situaizone.

Fini non esplicita una soluzione, ma dopo aver chiarito ancora una volta che non ci sono più destra e sinistra, spiega che l’unica soluzione è rinunciare all’eterno senso di colpa dell’Occidente, smetterla di porsi “col cappello in mano” e rivendicare con forza la propria identità europea, le sue radici cristiane e illuministiche, il crocifisso alla parete e la minigonna in strada.

Viene però il dubbio che questa rivendicazione d’orgoglio di “patriottismo europeo” sia più che altro una simbolica petizione di principio che, infatti, non trova poi uno sbocco nelle concrete proposte politiche di Fini, molto più cauto quando si tratta di passare a considerazione concrete (nonostante non sia più costretto a un ruolo istituzionale)..Infatti l’arringa dai toni appassionati con cui si conclude il secondo intervento non combacia con il freddo burocratese della prima parte.

Insomma, dubito che al di là del loro simbolico “Je Suis Charlie” (vedi anche il recente editoriale del giornale satirico francese, che assume posizioni molto simili: https://charliehebdo.fr/en/edito/how-did-we-end-up-here/), Fini e la sua destra possano poi fare qualcosa per rispondere all’evoluzione dei rapporti di forza, al di là della loro irrilevanza politica al momento.

Forse, per riecheggiare la provocazione finiana, i Dialoghi Eula del futuro dovranno intanto rinunciare a una satira come quella del primo aprile (vedi qui), con la disfida tra Spinoza e Lercio anche sui temi di satira religiosa a 360 gradi. O perlomeno a rendere tale appuntamento molto, molto più cauto.