Quel pomeriggio di un giorno da star

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LORENZO BARBERIS

Bello spettacolo al Teatro Baretti di Mondovì lo scorso 2 marzo, con una piéce che viene al taglio di questo mese di marzo giustamente dedicato alla femminilità, come diremo.

L’opera, come rivela già il titolo, è una gustosa parodia di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975) di Sidney Lumet, con Al Pacino mattatore nella parte di “Sonny”, un rapinatore sopra le righe (la traduzione è per una volta fedele, anche se l’originale inglese è più sintetico, ovviamente: “Dog Day Afternoon”).

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L’opera ricostruisce e romanza la giornata di una reale rapina newyorkese avvenuta nel 1972, e ha ottenuto l’Oscar per la sceneggiatura (di Frank Pierson) nel 1976. Ma, ancora di più, è divenuta quella che si definisce una “opera seminale”: infatti, su di essa si modella la classica “rapina da film americano” da allora in poi, solitamente riprendendone i passaggi cruciali con un rispetto assoluto.

Nello spettacolo teatrale, di Gianni Clementi (ma l’idea è di Corrado Tedeschi, il protagonista maschile in scena anche a Mondovì), viene ripresa non solo la struttura-base della “storia di rapina”, ma anche alcune citazioni di solito tralasciate. La guardia giurata con attacchi di panico, infatti, qui declinata in chiave comica, si comporta appunto come il personaggio dell’originale; similmente, il protagonista Sonny ha un amante transessuale, e in modo indiretto questo elemento è ripreso a suo modo in quest’opera, ovviamente in un registro umoristico.

Il protagonista, il classico imprenditore bauscia Fumagalli, interpretato magistralmente da Corrado Tedeschi, col suo segretario Colombo si decide a una rapina per ripianare i debiti della sua ditta di famiglia, sull’orlo del fallimento.

La banca vede la presenza della guardia giurata albanese, ai ferri corti col direttore leghista, che si contendono le attenzioni della bella e svampita impiegata, miss “culetto d’oro” in molteplici manifestazioni.

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Ma quando i due improvvisati rapinatori fanno il loro confusionario ingresso, la loro fortuna vuole che vi sia la pestifera cliente Carolina Giacobazzi, interpretata da Tosca d’Aquino, l’elemento innovativo rispetto trama originale.

Senza nulla togliere agli altri attori, soprattutto il magistrale Tedeschi, il copione fa sì che l’attenzione drammatica si accentri sulla vulcanica azione del personaggio della decaduta showgirl partenopea. Quando la rapina dei due fallimentari malviventi pare svanire, anche a fronte dell’assenza del denaro (come nell’originale) è lei che la riorganizza, stendendo un nuovo copione con cui far funzionare la rapina da un punto televisivo, riconquistando il suo sognato “25% di share” (arriverà anzi al 33%, all’apice della sua gloria).

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Ecco quindi che, in un crescendo surreale, rapinatori e vittime vengono fagocitate nel tritacarne mediatico, come testimonial di improbabili campagne pubblicitarie. La ditta del Fumagalli, produttrice di intimo sexy, decolla grazie alle grazie della procace impiegata, che viene così rilanciata nella sua carriera di miss da concorsi un poco osé. Il direttore otterrà una promozione, e la guardia albanese finirà a fare “i filmi”.

Solo Fumagalli e Colombo, alla fine, stanchi della trappola mediatica in cui si sono imprigionati, andranno contro la polizia armi di plastica in pugno, in un finale abbastanza amaro per una commedia dai toni, complessivamente, altalenanti nell’agrodolce. Il personaggio della D’Aquino finisce quindi legata e imbavagliata a una sedia dai due rapinatori, pur di far tacere la sua straripante inventiva e fame di successo (cosa che lei, ovviamente, dichiara di gradire: in fondo, è tutta manna per lo share).

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La D’Aquino risulta particolarmente abile a mettere in scena un personaggio adorabilmente “cattivo”: la sua video star sull’orlo del declino dal cellulare sempre in mano per movimentare i suoi molteplici residui contatti (a lei è dedicato il cambio di parola del titolo: dai reservoir dogs, i “cani da rapina”, alla Star) è infatti mossa da ideale in teoria spregevoli, e non è nemmeno riscattata da un passato difficile (quando, da convenzione letteraria, dichiara tra le finte lacrime che la sua spietatezza è frutto di un’infanzia difficile, svela subito di trattarsi dell’ennesima “maschera” in favore di telecamera).

Eppure, questo personaggio riesce a rendere in fondo estremamente simpatica la sua maschera pirandelliana, vittima che si trasforma in breve nel vero, divertente “carnefice”, costringendo al suo gioco anche gli altri cinque personaggi in cerca d’autore. A suo modo, un’eroina paradossalmente “femminista”, in cui la donna in carriera televisiva non viene banalmente stigmatizzata, ma viene colta nelle sue ragioni: il fulcro di una piacevole piéce, insomma, in grado di offrire una serata di divertimento.

E ci fa ricordare che il motto che regge ogni opera di finzione ben strutturata è di origine teatrale, il “Principio di Checov”: “Se c’è una pistola, deve sparare”.

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Foto dell’articolo di Laura Blengino