Les anarchistes

Uno

Il maggio di Belgrado

Nel mese di maggio del ’99
i cittadini di Belgrado erano tutti astronomi
guardavano per aria, per aria guardavano
l’arrivo degli aerei d’occidente.
A terra tremavano, le pietre tremavano
più dei vecchi, dei cani e dei bambini tremavano.
Le bombe alla grafite tagliavano
l’elettricità, non la fraternità.

Quando cresce il pericolo
aumenta pure tutto ciò che salva.

Lo ha scritto un poeta
che non era a Belgrado
nel mese di maggio del ’99.
Era morto da un secolo e mezzo
ma stava con me, dentro una tasca
E mi sono salvato
con la contraerea dei poeti.

Quando cresce il pericolo
aumenta pure tutto ciò che salva.

Cantano i poeti la dimenticanza
Cantano il sangue cantano l’erranza
Cantano i poeti e non hanno memoria
Dell’inutilità e del danno della storia

Cantano i poeti la dimenticanza
Cantano il sangue cantano l’erranza
Cantano i poeti e si fanno memoria
Dell’inutilità e del danno della storia

***

Nel Giardino incolto

Adesso c’è un giardino incolto
Senza più i soliti colori
Una foto mangiata dal tempo
Un albero spogliato dal vento
Un sole dopo il tramonto
Un fuoco dopo ch’è stato spento
E io sto qui ad aspettare
Che la tua voce torni a risuonare

Fossimo presi per incantamento
E invece stai rinchiuso in un tormento
Come una pietra senza più tempo
Te ne stai muto senza un lamento
Raggomitolato nel tuo letto
Con un pugno serrato nel petto
Vivere Sentire Costruire
Sopravvivere Creare Vivere

Abbandonato senza più voce
senza libri e parole
Tutte quelle che avevi scritto
Indirizzandole a chissà chi
Abbandonate al di sopra del mondo
Abbandonate ad un pensiero

Nel buio più profondo e più oscuro
Stanno i tuoi ricordi e i tuoi pensieri
I dettagli più quotidiani
Il contorno della tua persona
Ed io sto qui ad aspettare
Che torni a risuonare il tuo pensiero

Nel verde di queste colline
Nel giardino che ti circonda
Quando questa nostra canzone
Smetterà di essere un sogno
Quando questo ricordo sarà
La forza di un nuovo ritorno.
(«Siamo stati tre giorni dentro il carcere di Volterra – il famoso Maschio di Volterra – per registrare assieme agli attori detenuti della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo le parti recitative e corali di Muss es sein? Es muss sein! – grido di libertà di Léo Ferré [...] Sabino Mongelli è uno di loro. Ha cantato con noi questa canzone che ha scritto quando un suo compagno stava facendo lo sciopero della fame per poter vedere suo figlio»)

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Tammuriata delle mondine

Alla mattina appena alzate
O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
Alla mattina appena alzate
in risaia ci tocca andar.

E fra gli insetti e le zanzare
O bella ciau…
E fra gli insetti e le zanzare
un dur lavoro ci tocca far.

Il capo in piedi col suo bastone
O bella ciau…
Il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.

O mamma mia, o che tormento!
O bella ciau…
O mamma mia, o che tormento
io ti invoco ogni doman.

Ma verrà un giorno che tutte quante
O bella ciau…
Ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà.

***

O Gorizia tu sei maledetta

La mattina del cinque d’agosto
si muovevan le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì

Sotto l’acqua che cadeva al rovescio
grandinavan le palle nemiche
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letto di lana
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir

Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì

Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col suo nome nel cuor

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l’avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

due

Muss es sein? es muss sein!

La Musica…La Musica…
Dov’era la musica?

Nei salotti lustrati da servi venerati
Nei concerti segreti dai segreti merletti
Nei templi invecchiati da ricordi sfottuti

È là che appassisce la Musica, è là che abortisce la Musica…

Noi…nelle strade la vogliamo la Musica

E ci verrà
E l’avremo la Musica

MUSS ES SEIN? ES MUSS SEIN!
Così dev’essere? Così è!

Ecco ormai da trent’anni
Eccomi ormai da dieci giorni
Eccomi ormai dalla tua gola
Eccomi ormai dalla tua fonte
Da quando tiro la mia corsa
Ergastolano nella notte
A patibolare la mia scorza

MUSS ES SEIN? ES MUSS SEIN!
Così dev’essere? Così è!

Sono un albero senza età
Da quando bevo sulla mia porta
E dall’inverno tu mi porti
Di che troncare l’avvenire
Da quando nulla si divora
Tranne le ombre sopra il muro
Da quando tu mi servi ancora
La disfatta sul sofà

MUSS ES SEIN? ES MUSS SEIN!
Così dev’essere? Così è!

Un ragno mi ha detto “buonasera”
Si trascinava nel crepuscolo
Da quando l’anima mi pencola
Verso paesi più meccanici
Da quando ingozzato di musica
Porto il mio grugno per il mondo
Un ragno m’ha detto “In fondo
Quel che conta è aver la pratica”

MUSS ES SEIN? ES MUSS SEIN!
Così dev’essere? Così è!

Ludwig! Ludwig! Sei sordo?
Ludwig la Gioia Ludwig la Pace
Ludwig! L’ortografia è stronza
E poi è carica di superbia
Ed il tuo vino rosso macchia
Il rigo dei tuoi contrabbassi
Ludwig! Rispondi! Sei sordo per Dio!

MUSS ES SEIN? ES MUSS SEIN!

La Musica…La Musica…
Dov’è oggi la Musica?

La Musica muore, Signora!

Credi davvero?

La Musica la trovi al Politecnico
Tra due equazioni, mia cara!
Con Boulez nel suo negozio
Ed un ministro all’occhiello

MUSS ES SEIN? ES MUSS SEIN!

Nelle strade, la Musica!
Music? In the street!

Dans la rue la Musique!
Nous l’aurons!

BEETHOVEN STRASSE
MUSS ES SEIN? ES MUSS SEIN!

COSI’ DEV’ESSERE? COSI’ E’!

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Quando e come avete deciso di creare la vostra band?
Io (Nicola Toscano) e Max Guerrero – tastierista e produttore di musica elettronica – collaboravamo già da qualche tempo in vari progetti di contaminazione musicale con arrangiamenti arditi mescolando grooves a sonorità acustiche di ispirazione folk contemporaneo in sintonia alla mia sensibilità chitarristica. E nel 2001 dopo un concerto tenuto a Carrara (la nostra città) da Antonello Salis – grande,visionario poeta della fisarmonica – e quindi insieme a lui, stimolati profondamente dal ricordo di un recital passato di Léo Ferré (forse uno degli ultimi) che tenne proprio a Carrara, città simbolo del movimento anarchico globale, ci venne in mente un progetto che prendesse corpo proprio dall’opera del grande chansonnier libertario italo-francese. Dopo poco tempo però, durante una torbida nottata passata in una osteria del Candia (annaffiata da un superbo vino bianco apuano) cantando a squarcia gola canti popolari anarchici delle nostre terre, tra polifonie sconclusionate, con vecchi personaggi della frasca, ci stupimmo molto delle voci ardite di due giovani amici, affiatatissimi e interessantissimi sia musicalmente che teatralmente. Non venivano da esperienze musicali specifiche, ma da varie altre situazioni differenti.
Da qui l’idea di rispondere finalmente alla domanda che ci aveva perseguitato per anni: – qual è veramente la nostra musica? la musica a quale apparteniamo, il suono della parola che emana la terra da dove siamo nati? Ebbene la risposta era tra quei canti potenti e bellissimi, grondanti di sudore e sporchi di sangue delle nostre terre apuane.
Riscoprire il nostro Canto Generale, è stata la scintilla che ci ha portato a creare questo gruppo d’ispirazione libertaria e rinnovativo nel linguaggio di riproposizione di questi antichi canti.
Non subivamo molto il fascino di quella canzone sociale e politica degli anni ’70, la cosiddetta canzone di protesta, piena di ideologia e simboli retorici, dalla quale volevamo distaccarci (ad esclusione forse solamente di Giovanna Marini, con la quale abbiamo infatti collaborato e registrato una bella canzone di quegli anni “La ballata dell’emigrazione”).
Poi finalmente, insieme a quelle due voci anarchiche, tirate allo spasimo, quelle della frasca del Candia, Alessandro Danelli e Marco Rovelli (poi fuoriuscito), abbiamo costruito intorno a noi la band.
Abbiamo pensato a due potenti fiati di ispirazione free-jazz (Lauro Rossi, Mauro Avanzini), un bassista pop-rock (Booz), ed a una macchina trascendentale del ritmo, il geniale percussore Mirko Sabatini, per chiudere il cerchio.

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Fotografia di Mimmo Pucciarelli

E dopo una esperienza “battesimale” significativa, in acustico, nei giorni del G8 di Genova, siamo partiti. La creazione del nostro primo album “Figli di origine oscura” nel 2002, ci ha dato la forma definitiva.
L’album fu accolto con estremo entusiasmo dal pubblico e dalla critica, vinse anche il Premio Ciampi che fu una bella spinta.
L’incoraggiamento maggiore ce lo diede però la riuscita elaborazione del nostro progetto-manifesto artistico: dialogo estremo tra la canzone popolare di cent’anni prima (con le sue melodie intoccate) e il free-jazz e il rock d’avanguardia, aldilà da ogni etichettazione retorica, trovando con slancio una propria sonorità originale, rinnovandosi con aperture a ospiti dai linguaggi piu diversi.
Parliamo di musicisti come Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon, di Raiz degli Almamegretta; di Antonello Salis fino ad arrivare alla Compagnia dei carcerati della Fortezza di Volterra di Armando Punzo. E poi il dialogo con il cinema di Pippo Delbono, quello con Giovanna Marini già citata, con Steve Conte, Petra Magoni, Il Parto delle Nuvole Pesanti, Lucariello, Moni Ovadia e con molti altri fantastici artisti.

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Fotografia di Mimmo Pucciarelli

I vostri testi sono molto connotati politicamente e socialmente. Quali sono, secondo voi, gli spazi della musica impegnata nel panorama musicale attuale? Quali le potenzialità creative? Quale ruolo nei diversi movimenti di resistenza al “pensiero unico” dominante?
Si definiscono Anarchici in molti, nei più diversi movimenti, dagli anarchici vegani animalisti a chi crede al boicottaggio dei tralicci. E noi come gruppo musicale non siamo affiliati a nessuno di questi. Alla fine ciò che resta è un sentir comune, uno slancio di libertà, un credere che un mondo giusto e fraterno sia ancora possibile, una ricerca ovunque e comunque di bellezza e poesia. “Les Anarchistes” si chiamano così dal titolo del famoso pezzo di Léo Ferré, che definiva l’anarchia “amore”.

Leo Ferre Les Anarchistes

Certo, ai nostri concerti non vengono solo appassionati di musica ma anche compagni attivi nel “movimento” di quale esattamente non sappiamo, ma c’è sempre qualcuno che canta a memoria con noi pezzi come “Sante Caserio”, “Gorizia”, “Il galeone”, “Bella ciao”. Abbiamo scoperto che c’è anche una versione di “Bella ciao” in Giappone per non parlare di quella turca tutt’oggi molto popolare, inno del movimento di Taksim, la senti suonare tutti giorni sui traghetti dai ragazzi con la chitarra che attraversano il Bosforo ad Istanbul. Il nostro repertorio ha una carica altamente commossa e partecipata che attraversa i tempi e i confini nazionali. Alcuni pezzi si riferiscono a storie di più di cent’anni fa eppure ancora smuovono gli animi. “Sante Caserio”, forse non proprio tutti quelli che cantano questo pezzo a memoria sanno chi erano Sante Caserio o Pietro Gori eppure la calamita simbolica funziona e la commozione sale. Il compito di un musicista è portare la musica alla gente o meglio portare la gente alla sua musica, farla riconoscere, unire nel suono, sollevarla dalla quotidianità spesso dura, entrare nello straordinario. Ecco, è questo che fa un artista quando funziona quello che fa.

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http://www.lesanarchistes.org/LES_ANARCHISTES/LesAnarchistes.html

In copertina un disegno di Michel Julliard