La filosofia postmoderna

Rimedio

STEFANO CASARINO.

Appena conclusa la lettura di “La coscienza di Andrew”(Andrew’s Brain, 2015) di E.L.Doctorow – autore statunitense scomparso a luglio dello scorso anno ed esaltato da Frederic Jameson come uno degli autori che più e meglio hanno saputo superare il postmoderno – mi imbatto nell’agile volumetto “La filosofia postmoderna” del caro amico Antonio Rimedio, col quale in tempi non troppo remoti ho condiviso le prime “scorribande” su tale non agevole campo, io occupandomene anzitutto ed esclusivamente dal punto di vista letterario e narrativo, lui da quello prettamente filosofico.

Leggere, perciò, quelle pagine dense di concetti e di riferimenti è stato un po’ come riprendere – con grande piacere – i confronti di idee e le conversazioni tra di noi, animate da entusiasmo critico e anche da un pizzico di partigianeria da parte di entrambi, lui tutto proteso a rivendicare il primato della Filosofia su ogni altra scienza ed io, un po’ per ripicca e un po’ per convinzione, quello invece della Letteratura.

Eppure, oggi che forse siamo andati oltre il postmoderno, oggi che quella stagione può considerarsi chiusa o almeno superata, ancora non sappiamo bene di cosa si tratti (o si sia trattato).

Suona sospetto quel prefisso “post” – come o più di “pre” o di “neo”? – che in buona sostanza potrebbe apporsi ad ogni movimento culturale; pare problematica la corretta collocazione temporale (da quando ha senso parlarne?) come pure quella geografica (in quali Paesi? è fenomeno prettamente americano oppure anche europeo? vale solo per l’Occidente?); è controversa la questione se sia (sia stata) una moda, una tendenza più o meno superficiale oppure un significativo cambiamento culturale.

Jacques Derrida

Jacques Derrida

Alcuni di questi interrogativi non sono elusi dall’opera di Rimedio, a cominciare dalla collocazione cronologica (p. 11: i termini postmoderno e postmodernismo incominciano a circolare a  partire dagli inizi degli anni Settanta) per arrivare alla puntuale e metodologicamente apprezzabile riflessione sull’ instabilità semantica del termine stesso, nell’ambigua accezione di “pre-moderno” e di “super-moderno” (ma anche, talvolta, a parere di chi scrive di “anti-moderno”, nonostante l’affermazione riportata a p. 17 di Gaetano Chiurazzi e riprendendo invece quanto ritiene Habermas, citato a p. 24).

Non ci si disperde, però, fortunatamente in lunghe disamine, ma si arriva dritti all’interrogativo che anima tutta l’opera e che compare netto a p. 17: “esiste il postmoderno in filosofia?”

Se questa domanda fosse posta per la letteratura, la risposta sarebbe, credo, più facile, sia per quanto riguarda l’elenco degli autori e delle opere che per la ricognizione delle tematiche. Tutt’altro, invece, il discorso per la filosofia: ed è questo che impegna Rimedio, nella duplice veste di didatta divulgatore e di preciso concettualizzatore.

Foucault, Michel

Michel Foucault

Se, come affermato a p. 22, in filosofia la postmodernità è la presa d’atto dei limiti della modernità, bisogna anzitutto chiedersi cosa ha sostanziato il concetto di “modernità”.

In prima battuta, si risponde, “l’idea di progresso”: giusto, ma anche qui varrebbe la pena di circoscrivere anche temporalmente il discorso, per non arrivare addirittura a trasformare Schopenhauer o Leopardi in pensatori postmoderni tout court.

Tutto ciò è piuttosto da collocare nella crisi del positivismo e del neopositivismo, nel tramonto dell’idea della “centralità della macchina” e della sua sostituzione, ancora semplicemente abbozzata e vaga, con la rete, come giustamente afferma Vattimo, citato a p. 31: non è solo il trionfo di una nuova, più aggressiva tecnologia, ma è un radicale cambiamento di modalità di apprendimento e di schemi di pensiero.

Il riduzionismo scientista cede rango e potere alla “complessità” e alla “liquidità” baumaniana, al “metodo non-metodico” di Kuhn e Feyerabend: subentrano anche in filosofia – in letteratura, autori come Borges e Calvino già le avevano introdotte da un pezzo!  – la sfida del labirinto, l’eclissi delle metanarrazioni e l’affermazione del gioco.

Jean-François Lyotard

Jean-François Lyotard

Molto spazio Rimedio riserva – né avrebbe potuto essere altrimenti! – a Derrida (il decostruzionismo ha, ovviamente, pieno diritto di cittadinanza all’interno del postmoderno: ma le osservazioni più interessanti e stimolanti sono quelle riservate al concetto di “ospitalità”, con l’affascinante ripresa e rilettura della vicenda sofoclea dell’ Edipo a Colono), a Foucault (“antiumanesimo” e “morte del soggetto” costituiscono certamente aspetti particolarmente problematici del postmoderno), a Lyotard (del quale più che “La condizione postmoderna”, 1979, viene analizzato ed apprezzato “Il dissidio” del 1983), al già ricordato Vattimo (il postmoderno è, a tutti gli effetti, “pensiero debole”?).

Grande merito dell’opera (e dello stile espositivo di Rimedio) è quello di non rinunciare a riprendere (e a spiegare con veloce chiarezza, da ottimo didatta) concetti essenziali del patrimonio filosofico occidentale, senza la comprensione dei quali vana sarebbe qualunque prosecuzione nella trattazione.

Gianni Vattimo

Gianni Vattimo

Mi limito a citare, un po’ disordinatamente, la nascita dell’idea stessa di “concetto” in Platone e in Aristotele; la riflessione nietzschiana sulla “morte di Dio” (Nietzsche è uno degli autori più amati e studiati dall’amico Antonio e ricordo anche qui con piacere le nostre discussioni in merito, accompagnate dall’ascolto integrale della Carmen di Bizet a casa mia!); la ripresa puntuale di molte suggestioni heideggeriane (si vedano in particolare p. 68 ss.).

Libro, quindi, dinamico e fecondo di spunti e riflessioni, da riprendere in successive discussioni e magari in altri approfondimenti: personalmente, ritengo vadano ancora esplorati i rapporti tra postmoderno e rivoluzione digitale, superando l’impostazione lyotardiana e la contrapposizione troppo frontale di Lipotevskij, e quelli tra postmoderno letterario e filosofico, stante le molteplici interconnessioni, interferenze, rimandi, ecc…

Ciò, ovviamente, non poteva avvenire in un libro di dimensioni volutamente ridotte e che si prefigge l’obiettivo – a mio parere, pienamente raggiunto – di essere una guida, chiara ed essenziale, ad una prima ricognizione dei tanti problemi elencati.

In definitiva, però, esiste, è esistita una filosofia postmoderna? Come si risponde a tale domanda, a lettura ultimata dell’opera?

Dalle ceneri della modernità sono nate tante riflessioni, più o meno coerenti e convincenti (nessun sistema filosofico, però, il che non solo non è un male, forse è addirittura una fortuna, almeno a parere di chi scrive!), che hanno spostato il baricentro più sull’etica che sulla speculazione.

Perché ci sono altre ceneri che ci interrogano e ci mettono in irreparabile crisi, quelle dei deportati di Auschwitz.

Auschwitz

Molto forti – e risonanti di un’eco particolare proprio ora che abbiamo appena celebrato la Giornata della Memoria – sono le pagine conclusive, proprio dedicate allo “scandalo di Auschwitz” che approdano a questa conclusione:

Auschwitz dà testimonianza di un drammatico dissidio tra ragione ed etica, «dissidio tra la fase etica (l’infinito) e la frase speculativa (totalità)», che è poi dissidio tra l’Altro inteso come Trascendenza e la Ragione intesa come Identità.

Ma qui non si tratta più di “filosofia postmoderna”. È il classico, eterno interrogativo sul perché ci sia il Male nella storia degli uomini, Male che ogni tanto irrompe in modi inconcepibili e di fronte al quale si può solo restare ammutoliti.

E proprio per questo, aldilà di idee e parole, tentare almeno di trovare una conciliazione, un accordo tra l’Io e l’Altro, tra Identità e Trascendenza dev’essere l’imperativo categorico di questi nostri tempi, funestati da ignoranza ed integralismo, da facili fedi nell’ hic et nunc e nella pecunia imperatrix mundi.

E a questo dovrebbero concorrere e dare il loro contributo tutte le umane occupazioni, dall’Arte alla Scienza, dalla Filosofia alla Letteratura.

Perché dall’antiumanesimo di Auschwitz (ma anche di Hiroshima e delle Torri Gemelle) nasca quel nuovo umanesimo sostenuto, ad esempio, da Edgard Morin, e del quale, credo, abbiamo più che mai urgente bisogno.

ANTONIO RIMEDIO, La filosofia postmoderna, Diogene Multimedia, Bologna 2015

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