La danza che cura

LAURA BLENGINO.

Cura

Intervista a Alberta Assandri

1) Come nasce il suo approccio alla danza?

Il mio incontro con la danza è una storia che risale a molti anni fa: a 18 anni mi trovavo al Festival di Spoleto per un seminario teatrale, e ho visto il mio primo spettacolo di danza contemporanea e sono rimasta totalmente affascinata. Quando sono tornata a Genova, mi sono iscritta ad un corso   ed in seguito sono entrata a far parte della  compagnia  Spaziodanza  dove ho lavorato con coreografi italiani e stranieri. In quel periodo ho danzato molto, partecipando a seminari in giro per l’Italia e all’estero.

La danza contemporanea ha molta attenzione per un uso del corpo non distorto, ha una parte dedicata all’improvvisazione, all’espressione personale, a differenza della classica, in cui il corpo è forzato al servizio di una coreografia. Le stesse coreografie della danza contemporanea nascono spesso dall’improvvisazione, quasi come il jazz, o come una conversazione dove ognuno mette il proprio contributo, possibilmente ascoltando l’altro. La danzaterapia nasce appunto come evoluzione dalla danza contemporanea: non pone limiti, è una danza per tutti.

Oggi ancora molti pensano alla danza come alla classica, l’archetipo è la  ballerina col tutù: al contrario di altre culture in cui la danza è parte integrante della cultura. Ma anche qui da noi, una volta, le danze popolari erano pensate per tutti, senza scissioni di età, coinvolgevano i bambini i giovani, gli anziani. Oggi non c’è più uno spazio per molte persone che vogliono ballare, le discoteche sono un luogo molto particolare, non adatto a tutti: la danzaterapia offre questo spazio.

2) La danzaterapia può aiutare?

La danzaterapia si iscrive nel grande ambito dell’arteterapia: esprimersi suonando, cantando, dipingendo ci fa stare meglio.

Il vantaggio della danzaterapia è che lavora con tutto il corpo.

Il concetto di salute oggi, anche per l’OMS, indica un corpo che sta bene in relazione con gli altri, un benessere psicofisico. Quindi, la danzaterapia risponde molto bene a quest’esigenza: tu vai a utilizzare il corpo in un contesto di relazione. Muoverci fa bene, innanzitutto: poi non è richiesto un movimento forzato, obbligato, ma di danzare come ti senti. E infine sei in un contesto di gruppo, in un’ora di lavoro puoi entrare in relazione con l’altro, con molta facilità, tramite il movimento della danza. Attraverso la parola spesso ci troviamo in conflitto, mentre la fisicità rende più facile trovare l’incontro. Gruppi di sette, otto persone giungono a muoversi, nell’arco di un’ora, con un’armonia indicibile. I nostri corpi tendono a relazionarsi con i corpi degli  altri in modo naturale: in fondo i bisogni dei nostri corpi sono comuni, abbiamo tutti bisogno di sentirci bene con l’altro. Il compito del danzaterapeuta è soprattutto di rimuovere remore psicologiche, sociali e creare un ambiente dove sia possibile lasciarsi andare.

Poi, nello specifico, la danzaterapia opera anche in progetti psichiatrici, clinici, o con l’handicap, e allora lì si va a fare un progetto mirato.

3) Come riassumerebbe il suo libro?

Il mio libro è in sostanza la mia tesi di laurea. Mi sono laureata due anni fa, in Scienze dell’Educazione. È stata un’esperienza molto bella perché mi piace molto studiare.  Per varie vicende della vita ho dovuto interrompere il percorso e l’ho completato solo di recente, avendo una maggiore disponibilità di tempo. Quando ho dovuto scegliere l’argomento di discussione, ho visto che non esisteva una tesi sulla danzaterapia. La cosa mi ha stupito, avrei ipotizzato di dover già analizzare qualche argomento più specifico, invece l’unico lavoro italiano è un’altra tesi, di circa dodici anni fa, e comunque fuori commercio. La danzaterapia è relativamente recente, nasce negli anni ’40. Ho fatto una breve premessa sulla danza contemporanea, da cui nasce, poi ho esaminato le tre principali scuole di pensiero, e i vari differenti approcci al loro interno. Alla fine, ho analizzato alcuni esempi di progetti realmente attuati: alcuni nella scuola, uno con le mamme in attesa, una coi bambini sull’orticultura, uno di progetto terapeutico. In questo modo il lettore ha l’idea di come si sviluppa quest’esperienza in concreto. La danzaterapia subisce i pregiudizi che ci sono sulla danza, ma anche sulla terapia: infatti spesso io la definisco danza spontanea. La terapia è associata all’essere malato, mentre terapeutico è ciò che ci fa star meglio.

Quindi questa tesi è stata una bella esperienza, un’occasione di rileggermi i testi fondamentali, di una riflessione teorica sul mio lavoro. Non avrei pensato inizialmente a una pubblicazione, ma poi mi ha contattato la casa editrice ArabaFenice, poiché questo testo veniva a coprire un po’ una lacuna. Infatti il volume sta andando bene, può essere un primo riferimento per chi è interessato all’argomento.

4) La danza è più arte o attività fisica, secondo lei?

Meravigliosamente entrambe le cose, direi! Arte può sembrare una parola grossa, ma se per “arte” intendiamo l’espressione creativa di una persona, allora direi che può essere appropriato. Anche la parola “danza” è un problema. “Danza” implica tante cose. Quello a cui io penso come danza è una forma d’arte, comunque. Se poi parliamo della danza contemporanea come parte della cultura, va detto che, come ogni produzione culturale, sta patendo molto un periodo di crisi. Ma nelle mie lezioni devo dire che vedo molta bellezza. Come dice Trudi Schoop, una delle fondatrici della danzaterapia, lavoriamo con la parte più bella delle persone.

5) Ci sono tanti tipi di danza. Quale stile preferisce?

Credo di aver partecipato quasi a ogni tipo di seminario di danza, ho partecipato l’anno scorso ad esempio a un seminario di tarantella e pizzica. Da ogni forma c’è qualcosa da imparare, da apprendere: la mia forma preferita è la danza libera, quella che permette di esprimersi. Altrimenti, prediligo le forme più antiche, più tradizionali, come quelle africane, in cui la danza è espressione di una comunità. Se invece devo andare a vedere uno spettacolo, tendenzialmente vado a vedere un’opera di danza contemporanea.

 

Laura Blengino