Dal diario di una professoressa

a scuola 1

EMILIA DE ARGON.

Lunedì 9 giugno, sala insegnanti di un Liceo italiano, ore 15. Lo scrutinio precedente è in ritardo e siamo tanti, del Consiglio della 2D, in attesa: Carlo, fisica; Maria, matematica; Fausto, scienze; Enza, latino e greco; Giovanni, storia e filosofia e io, italiano. Praticamente potremmo fare un pre-scrutinio, mancano solo inglese e arte, educazione fisica e religione…

I miei colleghi – ottimi insegnanti, che credono ciecamente nel loro lavoro e vi si dedicano senza risparmio – parlano dei ragazzi: io ascolto stupita, dal di fuori, e mi sembra di non avere niente in comune con loro, di vivere su un altro pianeta!

Per loro gli alunni sono sostanzialmente degli “antagonisti” che cercano di fregarti in tutti i modi, da cui devi stare in guardia e che devi far stare in riga. Il rapporto docente-discente è sostanzialmente di tipo contabile: si può fare gli amiconi, ridere e scherzare con gli allievi, ma alla resa dei conti alla tale prestazione corrisponde la tale valutazione, se il voto è inferiore al sei sono problemi dell’alunno, l’insegnante non si mette minimamente in discussione, né a livello individuale né – men che meno – a livello collegiale. Il fatto è che anche molti alunni hanno questa concezione della scuola e del rapporto con gli insegnanti e – credo – gli va benissimo così.

Secondo me, invece, la scuola superiore, il liceo del terzo millennio dovrebbe essere radicalmente ripensato, anche per via della presenza sempre più massiccia di internet, sia nella strutturazione dei curricula che nell’organizzazione del lavoro scolastico, ma non è questo il punto.

Il punto è nel rapporto con gli alunni (e coi genitori), che andrebbe semplicemente rifondato, riducendo in primis il numero di alunni per classe, o abolendo del tutto le classi. Forse si dovrebbero anche abolire le attuali forme di valutazione, e appaltare tale funzione a una “agenzia esterna” che valuti congiuntamente l’alunno e il docente: perché è al momento della valutazione che emerge tutto l’antagonismo, per non dire l’ostilità tra i due contraenti del cosiddetto “patto educativo”.

I docenti dovrebbero essere, per dirla con una parola ‘moderna’, semplicemente dei booster, porsi in un rapporto di collaborazione, di servizio, con gli studenti, nel senso più nobile ed evangelico dei termini. E dovrebbero smetterla, tra di loro, di giocare al gioco de “la mia materia è più importante della tua”, quando non addirittura a quello del “io sono più bravo di te”: in un consiglio di classe basta un solo collega del genere (e in questo ce n’era più d’uno…) per far saltare tutti gli equilibri, e ridurre a vaso di coccio chi non ci sta, chi non si allinea, chi quel gioco non lo vuole proprio giocare…

Chi secondo me incarnava al 100% questo nuovo tipo di rapporto con gli alunni era Mauro, che è andato in pensione l’anno scorso, e forse sono insegnanti del genere Giulia e Marco: gli altri miei colleghi, perlomeno quelli che conosco un po’ di più, sono dei talebani, dei fanatici integralisti, che hanno un atteggiamento vendicativo verso gli alunni… E io? Che tipo di insegnante sono, in realtà?

Per applicare il modello-Mauro ci vuole un’energia vitale, un talento, una comunicatività che forse non ho mai avuto: così  sono rimasta un po’ in mezzo al guado, mi sono limitata a sopravvivere. Perché sono e resto sostanzialmente una timida, incapace di vincere il panico da palcoscenico, mentre per far bene l’insegnante bisogna essere anche dei bravi attori.

Secondo il mio alunno Vittorio, un bravo prof. è quello che ama la propria materia e ama insegnarla, trasmetterla agli altri, e ai suoi occhi io incarno perfettamente questo modello. Certo, quanto ad amore per la letteratura e la lingua, credo di non essere seconda a nessuno, ma mi manca la passione del proselitismo, o meglio: solo in alcuni casi amo comunicare agli altri la mia passione, solo con gli alunni con cui per qualche misteriosa ragione entro in sintonia: come Vittorio, appunto, o come la sua compagna Tiziana, che la sera dell’ultimo giorno di scuola mi ha scritto per mail: ”Ciò che un insegnante scrive sulla lavagna della vita non potrà mai essere cancellato”