Poeti dal mondo, Amelia Licheva, Bulgaria

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Una volta

il mio bisnonno
mandò da Vienna una cartolina
con il Prater
e scrisse:
“Da vedere!”
E mia madre,
che non tenne la cartolina,
ma ricorda la storia
e ricorda d’aver sognato Vienna
mi parla di questa città
come centro dell’Europa,
che devo vedere
in un nuovo secolo,
vado a zonzo
in un parco enorme,
superando tiri a segno e giostre
e chioschi di zucchero filato
non è poi così diversa
dalla Sofia
e dal Boris Garden della mia infanzia
il gusto delle caramelle è quello
solo ci sono più lingue
e il divertimento è più intenso
Salgo sulla ruota panoramica
osservo Vienna ai miei piedi
e comprendo
ciò che il bisnonno aveva scritto e perché.

***

Ricordi

Mi rifiuto
di mangiare
un sandwich al Roquefort
perché ne preparai uno
per cena
il giorno
in cui realizzai per la prima volta
come arrivasse la morte,
comprare un profumo francese dozzinale
di una vaga marca
perché era
l’ultimo lusso
che mia nonna si permetteva,
mentre provava a respirare la vita
tra odori di morte,
vestirsi di bianco
perché è arrogante
e così
camuffa la sfida
dell’essere innocente e protetta,
e naturalmente
guardare foto,
di persone andate,
leggere vecchie lettere e cartoline
che si sbriciolano in mano,
entrare in vecchie case,
salire all’attico,
scendere nelle cantine …

Mi rifiuto di ricordare
ho cominciato a odiare cose specifiche
evito di reiterare situazioni

consento al mondo
di appiattirsi

(Traduzione di Giuliana Manfredi)

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Amelia Licheva è Professoressa di Teoria della Letteratura all’Università di Sofia “St. Kliment Ohridski”. Autrice di opere teoriche quali History of the voice (Storia della Voce) nel 2002 , Voices and Identities in Bulgarian poetry (Voci e Identità nella Poesia Bulgara) nel 2007, Policies of today (Politiche di oggi) nel 2010, e di Literature . Binoculars. Microscope (Letteratura. Binocoli. Microscopio) nel 2013, è altresì coautrice di Literary Theory (Teoria Letteraria), nel 2005, e del Glossary literary and linguistic terms ( Glossario di termini letterari e linguistici) nel 2012. Ha scritto inoltre le raccolte poetiche Eye, staring at the ear (L’occhio che fissa l’orecchio) nel 1992, Second Library of Babel (La seconda Biblioteca di Babele) nel1997, Alphabet (Alfabeto) nel 2002, My Europe (La mia Europa) nel 2007 and Must See (Da vedere) nel 2013. Le sue poesie sono state tradotte in francese, tedesco, spagnolo, polacco, slovacco, croato, ungherese. Oltre a essere editore del Literary Newspaper (Giornale Letterario) e del giornale Literature (Letteratura) è membro del Consiglio Editoriale del giornale Language Learning (Imparare la lingua).

Flash
di Amelia Licheva

Mettersi nei panni del critico della propria poesia è un’impresa che mette in difficoltà, ma allo stesso tempo lancia una sfida. Mette in difficoltà perché impone una condizione di sdoppiamento, e lancia una sfida perché spinge all’auto osservazione con lo sguardo di un estraneo, spinge a dimostrare l’effetto di straniamento, per dirla con Brecht. Proprio per questo è con grande piacere che entro nel ruolo di inquisitrice improvvisata e cercherò di parlare della mia poesia scegliendo la prospettiva offerta dal concetto di flash.

Semanticamente il termine flash equivale a lampo di luce abbagliante oppure al riflesso fulmineo rinviato da una superficie lucida. È proprio questo il punto: l’istantaneità, l’eccesso, il ricordo improvviso, la traccia. Le mie poesie – parsimoniose di parole, sostenute dall’immagine, imparentate con il silenzio, sono sempre scaturite da un lampo. Traggono spunto da un flashback che riporta a momenti dell’infanzia: il soffitto di una casa con oggetti bizzarri, ambasciatori del passato, disseminati qua e là; il gioco a nascondino, nel quale immancabilmente qualcuno si perde; la vita coi nonni che, pur avendo ormai fatto le valigie per il viaggio dal quale non ritorneranno, non si stancano di raccontare la storia dei sogni diventati veri, degli incantesimi. In questo scenario dell’infanzia fa capolino anche la bambina che proprio come Pippi Calzelunghe non vorrebbe crescere mai, che fa fatica a imparare l’alfabeto, che vuole conoscere solo le consonanti per essere più libera inventando le parole, che stabilisce leggi tutte sue con l’aiuto della punteggiatura, che tratta l’operazione matematica dell’addizione come l’occasione per un incontro, per una riunione e quando si innamora, non riesce mai a capire se è attratta dalla mente o dal corpo.

Flash è anche il lampo che illumina gli itinerari dell’io – quelli reali, per le città dell’Europa, e quelli immaginari attraverso le epoche e gli spazi temporali. La raccolta “Le mie Europe” è il percorso dell’io che si affanna a riscattare la storia del proprio Paese, strappato all’Europa con violenza dopo l’avvento del regime comunista in Bulgaria, e a dimostrare che anche qui le persone hanno una loro geografia personale che contiene in sé i tasselli della mappa europea. Ma è anche la storia dell’io che, alla prima occasione di viaggiare realmente, nel tessuto delle città europee legge i nuovi contenuti della condizione europea. In questo racconto Milano è la città che con il Duomo insegna l’essenza dell’umiltà; Vienna con il Prater propone una pinacoteca di immagini, mentre Salonicco si muove nel ritmo di un allegro viavai di colori.

Ma flash è anche il fulmine che, al desiderio dell’io di rispecchiarsi nei propri antenati e di attingere dal passato per scrivere il proprio curriculum, risponde aprendo la mente alla mitologia. Così nello specchio si intravvede Cassandra, orgogliosa del coraggio di respingere l’amore di un dio; Achille, deprivato dalla mano divina solo di ciò che aveva già egli stesso disprezzato. Ma anche poetesse come Emily Dickinson, Sylvia Plath, Edith Södergran. Eppure, qualunque sia l’immagine riflessa, lo specchio risulta sempre appannato e suggerisce il sospetto che il curriculum si debba scrivere solo al presente…

Scintilla, lampo, scatto, avvertimento improvviso, squarcio inatteso: la poesia si scopre nelle parole che vorrebbero sostituirsi alla fotografia e, soprattutto oggi quando le immagini si spostano sempre di più dalla carta al digitale, farci credere che le parole rimaste sul foglio di carta hanno sempre un futuro.

(Traduzione in italiano di Daria Karapetkova)