Leggere Modiano in due

CON BIJOU ALLA RICERCA DELLA MADRE PERDUTA

Modiano Bijou

GABRIELLA VERGARI e GABRIELLA MONGARDI.

Un cappotto giallo, una silhouette tra la folla in attesa alla stazione del metrò Châtelet e la realtà va in frantumi, in una Parigi che diviene all’improvviso erratica e straniante.

I ricordi della protagonista cominciano ad accavallarsi, perdendo i contorni consolidati e scompaginandosi in una recherche, più che del tempo perduto, dell’identità smarrita e cristallizzata nel refrain: Mi chiamavano Bijou. Un nomignolo che con ironia tragica ora disvela l’altro suo omen: non “gioia” quanto piuttosto “gingillo” nelle mani di una madre sfuggente e pochissimo o nient’affatto amorevole, al punto da indurre adesso la figlia a voler “tagliare tutti i ponti” ed insieme a girare e rigirare in tondo in preda al timor panico, ma pure al desiderio sempre più impellente di conoscere una volta per tutte la verità sulla donna che l’ha messa al mondo e della quale si rende conto di non sapere niente. Né le vicende della sua giovinezza, né gli eventi relativi alla sua nascita, né tantomeno quelli successivi, prestissimo congelati nella notizia di una morte prematura in Marocco, una di quelle frasi che si sentono sin dall’infanzia, senza capirne del tutto il significato. Di quelle frasi, resta nella memoria solo la litania, come certe parole di canzoni che mi facevano paura. «Era un piccolo naviglio …» «Era morta in Marocco». Così, dentro la giovane Thérèse Cardères prende vita la sarabanda delle ipotesi e delle ricostruzioni, in una vorticosa ed  ondivaga frammentazione di immagini e memorie che, riaffiorando dolorosamente alla mente, riportano ad un passato fatto di stanze in affitto e precarietà, identità fittizie e falsi “zii”. Un fluire discontinuo, confuso e scomposto che trova l’ unico suo punto fermo  in una foto (perfino quella ritoccata) e in un ritratto: Mi aveva accompagnato per tutta l’infanzia. Era appeso alla parete della mia camera a Fossonbronne–la-Forêt. Mi avevano detto: «È il ritratto di tua madre»..  Questo e poco altro ancora, insufficiente a far nascere tra le due donne, e soprattutto in Thérèse, quello che lei stessa definirà il latte dell’umana tenerezza ma più che sufficiente a solcare di sofferenze e lacerazioni il rapporto con la vita della protagonista, perennemente in cerca di contatti umani. Ed ecco che tra un kir in un caffè di periferia, un’attesa ad una cabina telefonica, un’informazione strappata alla custode di un edificio dall’incombente massa scura, la figlia, vagando quasi ossessivamente e come trasportata lungo un corridoio senza fine, prova e riprova a seguire le tracce della madre senza tuttavia mai risolversi ad incontrarla davvero, bensì solo attraverso diaframmi fisici e simbolici, quasi non avesse (o non volesse avere) la forza di rompere la distanza venutasi a creare nel tempo. “Bisogna trovare un punto fermo affinché la vita smetta di essere questo fluttuare perpetuo …” l’ ammonirà Moreau-Badmaev, uno dei pochissimi altri personaggi del romanzo, conoscitore di una ventina di lingue e principalmente del “persiano delle praterie”, nel quale si ritrovava la carezza del vento tra l’erba e il rumore delle cascate. Ma prima di poter individuare questo fatidico punto fisso e riuscire a fare così i conti col proprio passato e i brandelli di sogni cattivi, il percorso sarà lungo e tortuoso fino addirittura a toccare l’ estrema via dell’auto-annientamento.

Coerentemente con l’impostazione introspettiva della narrazione, la scelta del monologo interiore — cui vanno intersecandosi sporadici dialoghi, segni essenziali ma incisivi dell’ interazione di  Thérèse con l’esterno e con gli altri – segue pertanto tutte le nuances umane e psicologiche di una protagonista assolutamente autentica, modellandosi con sapiente duttilità scrittoria sia sulla sua fragile vulnerabilità sia sulla sua tenacia nel voler fronteggiare, per quanto amara e deludente, la verità dell’abbandono subito.

La vita – pare però ricordarci Modiano – riesce sempre ad offrire delle seconde occasioni, rappresentate in questo specifico plot da una piccola (la bambina di cui ad un certo  punto della vicenda Thérèse accetta di occuparsi ed attraverso la quale riesce in qualche modo a rivivere i disagi ed il freddo della sua stessa infanzia), e dall’amorevole farmacista, grazie alla quale può finalmente  sperimentare una dolcezza ed una cura dagli inconfondibili tratti materni. Non può quindi stupire che la conclusione del romanzo – bellissima e di grande efficacia rappresentativa — sia ambientata in uno scenario dalla forte connotazione amniotica, una sorta di utero metaforico dove “il rombo lontano delle cascate” (una “rottura delle acque”?) udito a lungo dalla giovane assume vitalisticamente i contorni di un vero propemptikon verso una nuova, rigenerata (e si spera più serena e fortunata) esistenza. (G.V.)

«Erano passati una dozzina d’anni da quando non mi chiamavano più “Bijou” e mi trovavo alla stazione del metrò Châtelet all’ora di punta».

Questo l’inconfondibile incipit del primo capitolo, che contiene già tutti gli ‘ingredienti’ del romanzo, o meglio tutti i suoi temi (in senso musicale), come una vera ouverture: l’ambientazione parigina, un io narrante che in questo caso è una giovane donna, una fotografia della madre creduta morta in Marocco, l’incontro casuale con una donna dal cappotto giallo, e l’inizio della quête.

Messasi sulle tracce di quella donna che le ricorda sua madre, Bijou in realtà intraprende un viaggio nella memoria, per rimettere insieme i brandelli della sua “strana infanzia”, un’infanzia dolorosa e misteriosa, fatta di abbandoni e solitudini di cui la bambina non capiva la ragione. L’imperativo è: fare i conti col passato, a tutti i costi, per poter rinascere, per poter essere finalmente padrona della propria vita.

È inevitabile che, con tali premesse, il tempo del romanzo oscilli continuamente tra il presente e i vari passati, che come ere geologiche si sono stratificati nel Gran Canyon della memoria – e basta un niente a farli riaffiorare: un cappotto giallo intravisto nel metrò, la topografia di Parigi, la bambina di cui adesso Bijou è la babysitter, la luce verde di una radio… Ma non si tratta di madeleine proustiane, il passato ritrovato non arricchisce il presente, anzi, vi si sovrappone e interferisce con esso, imprigionando la protagonista in un labirinto senza uscita, dove “l’eterno ritorno dell’identico” è un incubo, non un punto fermo.

Due personaggi affiancano Bijou nella sua ricerca – che è piuttosto una fuga da un’indicibile oppressione: la farmacista che si prende cura di lei dopo un malore e il traduttore che parla almeno venti lingue straniere e la invita a confidarsi con lui, perché è “abituato a comprendere tutto”. Sono  incontri casuali, legami intermittenti, transitori: luci notturne che non rischiarano davvero il buio, ma per un attimo la fanno sentire meno sola nel suo abbandono, meno disorientata.

La narrazione è scandita da pause che non creano dei veri e propri capitoli, ma piuttosto dei movimenti in senso musicale, di durata e ritmo diversi, undici tempi di una suite francese. I primi sei, più brevi e incalzanti, pongono le basi per il dispiegarsi dei temi nelle successive tre partizioni, più ampie e lente; gli ultimi due sciolgono la storia per lo meno in senso ritmico, come clausole conclusive.

In questo modo Modiano sembra dirci che solo la scrittura, la scrittura di un romanzo, con la sua musicale architettura, può sciogliere i groppi interni, dipanare il groviglio degli inconsci rancori e risarcirci dell’amore perduto – non perché è finito, ma perché non ci è mai stato dato, come a Bijou non è mai stato dato l’amore fondamentale per un bambino, quello materno. 

«La cattiva sorte e i brutti ricordi si riassumevano per me in un solo volto, quello di mia madre»: la condanna è inappellabile, dato che nel romanzo tutto è filtrato dal punto di vista dell’io narrante, dall’ignoranza della bambina che gli adulti tenevano all’oscuro delle cose per proteggerla dal male (la droga? la guerra?).

La sua sarà allora una ricerca impossibile: non quella di un bene perduto, ma quella di un bene che non si è mai posseduto. Al lettore non resta che seguirla in una delle indagini “più incerte e commoventi che sia mai stata narrata”, in una storia malinconica tratteggiata con straordinaria delicatezza e levità. (G.M.)

P. Modiano, La petite Bijou, Gallimard, Paris 2001 (trad. it. Einaudi 2005)

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