Amor mi mosse, che mi fa parlare

 Dante-locandina

GABRIELLA MONGARDI.

Ho scelto come titolo un verso di Dante stesso (Inf. II, 72) per due motivi: innanzitutto perché se “mi sono mossa” e ho osato prendere la parola in questa specialissima ‘festa di compleanno’ è solo appunto per amore… di Dante, perché più lo si legge più lo si ama; il secondo motivo emergerà dal seguito del mio intervento.

Non so se vi siate mai chiesti quale sia la molla profonda del narrare: se cioè si narri per ‘mantenere vivo’ il vissuto, o piuttosto per risarcirsi di ciò che non si è vissuto.

Nel caso di Dante, Borges propende per questa seconda ipotesi. Dante avrebbe scritto il suo poema per vivere un sogno impossibile, il sogno dell’amore di Beatrice per lui: viverlo nell’unico modo che gli era consentito, attraverso quell’attività visionaria che è la letteratura, grazie al suo potere di rendere il fittizio più vero del vero. Non voglio adesso discutere dell’accettabilità o meno, per i dantisti, dell’interpretazione borgesiana, non voglio disquisire della sua legittimità filologica e storica: mi basta farla mia e condividerla con voi, perché è troppo ‘umana’ e toccante e suggestiva per essere ignorata. Non solo: la rafforzerò con un terzo riferimento testuale, che da Borges non viene preso in considerazione. Lui si è occupato di due passi, uno nel canto XXX del Purgatorio e l’altro nel XXXI del Paradiso; io aggiungerò le parole di Beatrice a Virgilio che Dante riporta nel II canto dell’Inferno, e che culminano nel verso che ho usato come titolo.

Borges dedica al canto XXX del Purgatorio il saggio L’incontro in un sogno, dove scrive: «Innamorarsi significa creare una religione il cui dio è fallibile. Dante, sicuramente, adorò, quasi idolatrò Beatrice e, dopo la sua morte, giocò con la finzione di incontrarla, per mitigare la propria tristezza». «Noi propendiamo per pietà, per venerazione, a dimenticare la compassionevole discordia che era indimenticabile per Dante, una “discordia” che rimane un dato di fatto: Beatrice rappresentò tutto per Dante, Dante invece non significò nulla per lei». Sulla base di queste premesse Borges afferma che Dante “edificò la triplice architettura del suo poema per interpolarvi quell’incontro”, ossia l’incontro con Beatrice nel Paradiso Terrestre, narrato appunto nel canto XXX del Purgatorio.

Dante, dopo aver salito la montagna del Purgatorio cornice per cornice, purificandosi dei suoi peccati insieme con le anime espianti, giunge nel Paradiso Terrestre, in riva al fiume Letè; qui vede, sulla riva opposta, una misteriosa processione, che ha al centro un carro trionfale tirato da un grifone. Sul carro appare una donna velata, con un vestito color del fuoco, e Dante la riconosce come Beatrice perché avverte in sé lo stesso stupore e lo stesso tremore che lo prendevano per le vie di Firenze, quando gli appariva la “gentilissima”.

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d’antico amor sentì la gran potenza.

(Pg XXX, 34-39)

Ma quella che incontra adesso non è più una ragazzina eterea e muta, è una donna autorevole, che lo chiama per nome e lo costringe a un rigoroso esame di coscienza. Commenta Borges: «Rifiutato per sempre da Beatrice, sognò di Beatrice, ma la sognò severissima, inaccessibile, su un carro tirato da un leone che era un uccello, un mostro. Il sogno si trasformò in un incubo – la processione allegorica che inizia nel canto precedente, fa da sfondo a questo e al successivo e occupa con le sue figurazioni ripugnanti il canto XXXII».

La stessa ipotesi sulla genesi della Commedia (che tutto il poema non sia che un’interpolazione, in cui “un sorriso e una voce, che egli sa perduti, sono la cosa fondamentale”) ritorna nel saggio L’ultimo sorriso di Beatrice, con cui Borges intende commentare “i versi più patetici che la letteratura ci abbia dato”, per far comprendere a tutti il dolore che nessuno è riuscito a leggervi – dolore appartenente “meno a Dante protagonista che a Dante redattore o inventore”. Si tratta dei vv.91-93 del canto XXXI del Paradiso, i versi del congedo definitivo di Dante da Beatrice, che gli è stata guida e maestra nei cieli del paradiso:

Così orai; e quella, sì lontana

come parea, sorrise e riguardommi;

poi si tornò all’etterna fontana.

 Borges riconsidera la scena dall’inizio: «La scomparsa di Beatrice, il vecchio (S. Bernardo) che ne prende il posto, la sua brusca elevazione alla Rosa dei Beati, la fugacità del sorriso e dello sguardo, il volgersi eterno del volto» gli paiono «circostanze atroci, tanto più infernali in quanto avvengono nell’Empireo»: di nuovo, per Dante, un sogno di felicità si è tramutato in un incubo, la coscienza della definitiva, eterna lontananza da Beatrice ha deformato la visione, e nelle parole traspare l’orrore, per cui «come parea si riferisce a lontana ma contamina sorrise; anche etterna sembra contaminare tornò».

A sostegno della tesi di Borges si può citare ancora un altro passo, nel canto II dell’Inferno, il cosiddetto “prologo in cielo”, quando si narra della catena di salvezza costituita dalle tre donne benedette a favore di Dante: Maria, Santa Lucia e Beatrice appunto. È la prima volta che Beatrice compare nel poema, non di persona, ma nel racconto che Virgilio fa della sua discesa nel Limbo, presso di lui, per mandarlo in soccorso a Dante, smarrito nella selva del peccato. È Virgilio a riferirne a Dante le parole – parole che culminano in quel verso sublime: amor mi mosse, che mi fa parlare.

 

“O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ’l mondo lontana,

 

l’amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

 

e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

 

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,

l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

 

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare”.

(Inf. II, 58-72)

 Non stiamo a sottilizzare, a precisare sadicamente con i commentatori: «Amore inteso come carità» (Pasquini-Quaglio) o come Dio (Sapegno). Leggiamo questi versi con il cuore di un poeta, come fa Borges. È evidente che qui Dante autore si è ‘fatto dire’ da Beatrice-personaggio quello che nella realtà non aveva mai sentito, cioè una dichiarazione d’amore. Lo scrittore ha realizzato il desiderio dell’uomo, giocando con la magnifica ambiguità, con la preziosa polisemia della parola AMORE… In questo modo, all’inizio della Commedia, Dante esprime tutta la sua fiducia nella letteratura e nella sua possibilità di offrire ‘risarcimento’ e ‘consolazione’ per il negativo, le frustrazioni del vivere: perché la grande letteratura, come la musica, sa raggiungere le più segrete vie del nostro cuore e misteriosamente lenirne la sofferenza.