Forme, Colori, Estri

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ORENZO BARBERIS.

Si è recentemente inaugurata, nell’Antico Palazzo di Città, una triplice mostra di grande interesse, inaugurata addirittura dai due onorevoli di riferimento del territorio (insieme, è ovvio, alle altre autorità, tra cui l’assessore alla cultura Mariangela Schellino), il deputato Mino Taricco e il senatore Michele Davico.

I due parlamentari erano in Mondovì per l’occasione istituzionale del conferimento di onorificenze a cittadini benemeriti del monregalese per il loro impegno sociale e culturale, tra cui, in ambito specificamente culturale, a Romolo Garavagno, infaticabile organizzatore, tra le altre cose, di innumerevoli occasioni d’arte di svariato tipo, attualmente soprattutto patron della associazione G. Cordero Lanza di Montezemolo, che è il motore della riuscita kermesse.

I due rappresentanti istituzionali hanno colto l’occasione per co-presentare la mostra con osservazioni piuttosto consonanti fra loro, e condivisibili, sulla necessità di creare, a partire dalla cultura e dall’arte, occasioni per rinsaldare la comunità cittadina.

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Ci fa particolare piacere rimarcare che uno degli artisti presenti è il “noster” Gianni Bava, che di Margutte è socio fondatore e “memoria storica”, con Attilio Ianniello, delle esperienze dei ’70 monregalesi da cui Margutte nasce.


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Gianni qui porta intanto i suoi consueti lavori, poesie (alcune anche di Ianniello, appunto) e brani letterari interpretati in chiave grafica, tra cui non manca un rimando a me sempre caro ai Miti di Chtulu di lovecraftiana memoria.

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Molto belli anche i contributi di una ricerca antecedente, quella più vicina al segno di Keith Haring e del graffitismo pop (anche se la sintesi di Bava è, come si vede, personale).

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Notevolissimi in particolare gli Stendardi, di grande impatto visivo, che sviluppano l’affastellarsi di segni astratti in una vertiginosa dimensione verticale.

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Pregevoli anche le immagini di Ornella Pozzetti, autrice doglianese per la prima volta a Mondovì, che si muove su immagini parimenti sviluppate con una preferenza per un elongato formato verticale, sempre nei dintorni di un’astrazione stavolta informale, ma giocata su tonalità non dissimili da quelle di Bava, che comunque bene si armonizzano con esse.

Ernesto Billò, nel catalogo della mostra, cita in modo anonimo un recensore che ha parlato di “finestre sugli enigmi e misteri dell’esistenza… irraggiungibili porte tra il sogno e la fantasia”. Espressione che anch’io trovo felice, per quel non so ché di “soglia” che tali opere paiono trasmettere, come alcune di Bava. Là ieroglifici per qualche misteriosa evocazione, qui portali per l’apparizione di qualche Antico di Providence.

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Di grandissimo interesse poi la terza parte della mostra, che ha ospitato le foto di Lorenzo Botto sulla base delle ricerche storiche di Tonino Rizzi, il sacrestano della cattedrale, che conosce nei minimi dettagli la “ragnatela che interessa molte vie” (dal catalogo della mostra), un dedalo di percorsi oggi quasi totalmente perduti, “vie di fuga dalle mura verso l’interno più sicuro”, “rete di passaggi eliminati nel corso dei secoli” che avvolge Piazza in un fitto intrico di connessioni.

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Stando al Michelotti, questi dedali ebbero il loro massimo uso durante le frequenti “guerre civili” tra la nobiltà monregalese, massime nel ’600 prima dell’arrivo del sottile governatore fossanese Carlo Operti, dove non era prudente girar per strada per non prendere una schioppettata alle spalle. E i vicoli (da vedere assolutamente nelle foto originali, se non meglio ancora dal vivo) in effetti suggeriscono complotti e trame esoteriche tra i veleni (non solo figurati) della Mondovì del Rinascimento, che compensava con questo reticolo sotterraneo l’assenza di quelle “cento torri” che caratterizzano invece la rissosità libero-comunale di Alba.

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Contrariamente a quanto vuole la retorica di queste riscoperte fotografiche, gli autori dichiarano di non volere un recupero pubblico di questa texture (benché altre, pur più blasonate, città abbiano su questo costruito una potente parte della propria immagine turistica, come Nizza ed altre città francesi d’impianto medievale).

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Forse anche questa riottosità al recupero, del resto, contribuisce a un certo gusto iniziatico dell’esposizione, guida ad inesauste esplorazioni, fisiche o mentali, della inesauribile Mondovì segreta.

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(Le foto dei vicoli sono state gentilmente messe a disposizione dall’Autore per l’articolo. Un’intervista a Lorenzo Botto si trova qui).