Dal diario di un filosofo

mare  20-4-2014EMILIA DEARGON.

Riuscite a immaginare cosa vuol dire nascere in un paese che si chiama ABRAMI? Sì: Abrami, come il plurale di Abramo, quello che è partito da Ur dei Caldei per dare origine alla stirpe di Israele e al mito della Terra Promessa… Un Abramo non bastava certo, per il mio paese: per questo hanno fatto il plurale.

Già chiamarlo paese è troppo: una manciata di case abbarbicate su uno dei primi gropponi dell’Appenino Ligure, appena a est del Colle di Cadibona, che nemmeno guardano il mare. Oh no, il mare è musica e notte, culla del vento e del cielo: il mare è troppo bello, per Abrami – qui regnano squallore, desolazione e abbandono. Anche a primavera, l’unica fioritura è quella dell’erica arborea, con il suo bianco-verde polveroso, sporco, tristissimo: non vi dico nelle altre stagioni… Tutto sommato, il periodo migliore per Abrami è l’autunno-inverno, quando la nebbia grigia che sale dal mare si unisce alle nuvole basse, altrettanto grigie, e nasconde tutto.

Perché il meglio che si possa fare ad Abrami è nasconderlo, o andarsene, non importa dove. Non a cercare una terra promessa, che – si sa – non esiste da nessuna parte, per nessuno, no, checché ne sognasse Abramo. Via di qui: questa è la mia meta. Via, via, via di qui. E non per poco tempo. Per sempre.

Ovviamente non è ad Abrami che ho studiato: i miei mi portavano a Savona già alle elementari, poi alle medie e al liceo. Ma alla sera, e nelle vacanze, era ad Abrami che tornavo. Anche quando ho frequentato l’università a Genova, per laurearmi in Filosofia, facevo il pendolare. Del resto, non mi sarebbe piaciuto abitare a Genova: la trovavo una città asfittica, prigioniera di se stessa, nei caruggi mi mancava l’aria. Non capivo come avesse potuto, in passato, chiamarsi “La Superba”: superba di che? C’è il mare con la sua luce in tumulto, questo sì, ma non basta… Il Palazzo Ducale, la cattedrale di San Lorenzo, gli altri edifici sontuosi costruiti dagli uomini del passato hanno una loro bellezza, sì, ma sono anch’essi soffocati dalla proliferazione tentacolare delle brutte case d’abitazione di epoche più recenti: il passato va protetto, va difeso, e noi italiani non ne siamo capaci, almeno per quanto ho potuto vedere io – forse, ce ne sentiamo schiacciati, e cerchiamo di “rimuoverlo”,  di occultarlo, per riuscire a coabitare con esso. Almeno, ad Abrami questo problema non esiste, architetture di pregio non ce ne sono, non c’è nemmeno una chiesa, niente di niente.

Non è stato facile crescere ad Abrami: della mia infanzia, scialba e incolore, ricordo solo la solitudine. E la noia. I libri erano il mio unico rifugio, i libri mi hanno insegnato a parlare e a pensare. Forse è per questo che sono diventato filosofo, e ad Abrami non voglio più tornarci.

Dite che il tempo e il luogo dove si nasce sono frutto del Caso? Che ciascuno è artefice del suo destino e ha tutto il mondo a sua disposizione per cercare la propria felicità? Sì, certo. E allora perché ve la prendete tanto con quelli che dall’altra sponda del Mediterraneo arrivano qui, “a casa vostra”? Non è nel loro diritto, cercare una vita migliore in un altro paese del mondo? Non è un puro caso, se sono nati nel posto ‘sbagliato’? Comunque, se non sopportate gli stranieri, potete sempre trasferirvi ad Abrami: insignificante e insulso com’è, non ne attira nessuno…

Parto con un assegno di ricerca presso l’Università di Amsterdam, ma non credo che mi fermerò lì: il mondo è troppo grande, e l’Olanda un paese troppo piccolo per restarci. Il mondo non lo puoi conoscere facendo il turista: devi abitarlo, un continente dopo l’altro.

Mi aspetto a questo punto il discorso delle “radici”: diventerei un nomade, senza legami affettivi profondi, uno sradicato appunto. Ma la difesa delle radici oggi è troppo spesso un fatto identitario, di miope grettezza: io mi sento, e voglio essere, un “cittadino del mondo”, voglio sentirmi “a casa mia” ovunque. La mia patria sono i libri. E il mare.

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