L’inutile strage

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Monumento ai Caduti (Mondovì)

ATTILIO IANNIELLO
La Prima Guerra Mondiale, definita dal papa Benedetto XV nell’esortazione apostolica Dès le début del 1° agosto 1917 «l’inutile strage», iniziò il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra alla Serbia da parte dell’Austria e in pochi mesi coinvolse Germania, Russia e Francia per poi allargarsi anche ad altri Paesi.
A Mondovì, nell’estate del 1914 di fronte a quanto accadeva in Europa, i giornali e la maggioranza della popolazione di ispirazione sia cattolica sia socialista che giolittiana speravano che l’Italia rimanesse fuori da quella “guerra terribile e sanguinosa”. Così infatti la definì nel corso del Consiglio comunale di Mondovì del 10 agosto 1914 il socialista Giovanni Antonio Gallizio, proponendo un ordine del giorno
«in cui fa voti che l’Italia mantenga nella presente grave conflagrazione europea la sua neutralità»[1].
L’ordine del giorno del consigliere socialista fu votato all’unanimità dal Consiglio comunale. Questo desiderio di mantenersi fuori dalle vicende belliche europee e di appoggiare la politica di neutralità fin allora mantenuta dal governo centrale veniva ribadito da un editoriale della “Gazzetta di Mondovì” del 12 agosto 1914 firmato “Il Moro”:
«non si può essere oggi a fianco delle nazioni che stanno per rinnovare i fasti barbarici degli antenati, a detrimento di altre nazioni e del mondo intero; non si può mettere né un soldato, né un marinaio al servizio della forza bruta, conculcatrice della pace delle genti, spavaldamente desiderosa di un bagno di sangue, con cui affogare le altre razze. Il popolo, così pensando e palpitando, dimentica le divisioni di parte e si stringe tutto intorno al Governo che, con mente così illuminata e con fermezza così precisa, veglia a che l’Italia, restando nella neutralità, non partecipi menomamente alla impresa disumana».

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Monumento ai Caduti (particolare)

Ancora nella primavera del 1915 il sentimento di ostilità alla guerra era forte nella città di Mondovì. Una dimostrazione di ciò si ebbe il 14 maggio di quell’anno quando da Mondovì Piazza scese a Mondovì Breo un corteo di studenti interventisti, i quali, gridando slogan favorevoli all’ingresso dell’Italia in guerra, sfilarono in corso Statuto.
«Lungo il percorso i giovanotti interventisti furono fatti segno a grida ostili e a fischi. Presso il caffè San Carlo, fra gli interventisti ed un gruppo di richiamati corsero parole, minacce ed anche dei fatti. Un buon servizio di P.S. diretto dal capitano Basso poté trattenere i protestanti ed impedì che potessero seguire il corteo. Intanto l’assembramento si è fatto più numeroso e le grida di “abbasso la guerra” furono poderose… La dimostrazione ha per altro avuto un risultato tangibile: quello di dimostrare che Mondovì è in grandissima maggioranza neutralista. Ne prendiamo atto»[2].
Di questo comune sentire si fece interprete la sera del sabato 15 maggio il movimento socialista monregalese, che indisse a Mondovì Breo una manifestazione neutralista:
«La sera di sabato, provocata dalla dimostrazione interventista… ebbe luogo a Mondovì una dimostrazione di neutralisti. Non si ebbero a lamentare inconvenienti di sorta. Dopo aver percorso le vie della sezione di Breo, i partecipanti si radunarono in piazza San Carlo [attuale piazza Cesare Battisti], dove, dopo brevi parole del propagandista socialista sig. [Stefano] Paolino, la dimostrazione ebbe termine»[3].
Ormai però la situazione a livello nazionale stava scivolando verso lo schierarsi del nostro Paese a fianco di Francia, Regno Unito e Russia.
Il 24 maggio l’Italia dichiarava guerra all’Austria. Sui muri di Mondovì il sindaco Giovanni Battista Bertone fece affiggere un manifesto che invitava tutti i cittadini all’unità nazionale:
«Cittadini. Il Governo del Re, acclamato dai due Parlamenti, ha troncato la lunga ora di angoscia che travagliava l’Italia.
Ieri le discussioni appassionate, libere, segno di alta maturità civile e politica; oggi un palpito solo di tutte le anime fuse in una, eterna, indistruttibile: l’anima nazionale.
Ai nuovi destini d’Italia, fatti di speranze e di sacrifici; alla Patria, alla gran Madre nostra, che conobbe tutte le gioie e tutte le pene, e che oggi fieramente s’appresta, per volontà di Re, di Governanti, di Popolo, per forza ineluttabile di eventi, a diventare più bella e più grande, a riavere, chiudendo lo spasimo oltre centenario, i figli avulsi dal suo seno; al Re Vittorio Emanuele III, primo fra i cittadini d’Italia, che assomma nella Sua augusta Persona, e nelle tradizioni invitte di Sua stirpe i ricordi e le speranze tutte d’Italia, diamo da oggi, o cittadini, rinnovata ed intera la nostra fede. E sia fede viva, ardente come fiamma. E più non si estingua fino al giorno che i nuovi destini siano compiuti.
Dio accompagni e protegga l’Italia. Viva l’Italia; Viva il Re»[4].
Il sindaco Bertone mentre invitava con una certa retorica i monregalesi ad unirsi e a tralasciare dispute ideologiche di fronte ad una scelta governativa ormai compiuta, conscio che la mobilitazione militare avrebbe avuto serie conseguenze per le famiglie meno abbienti, subito indisse una raccolta fondi finalizzati a sussidi per le famiglie dei richiamati. La “Gazzetta di Mondovì” del 26 maggio 1915 riportava con enfasi la lettera di un semplice operaio, Stefano Prato, che offriva al sindaco la somma di 100 lire “a pro delle famiglie povere dei richiamati alle armi”.
Era, tra la retorica irredentista, l’emergere della consapevolezza che la guerra avrebbe portato ulteriori sofferenze ai ceti meno abbienti della società.

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Monumento ai Caduti (particolare)

Infatti il conflitto già nel ’14 aveva causato problemi economico-sociali all’Italia con il rincaro dei prezzi dei generi alimentari e il rimpatrio degli italiani che lavoravano nei Paesi belligeranti:
«Nel circondario di Mondovì rimpatriarono 863 uomini e 414 donne, di cui non trovarono lavoro 128 uomini e 142 donne»[5].
Fin dai primi combattimenti al fronte si intuirono le gravi perdite di vite umane che “l’inutile strage” comportava.
Molti paesi e borghi rurali videro decimata sul Carso la loro gioventù. Furono ben 12.250 i militari cuneesi deceduti sul fronte, un numero alto se si pensa che la popolazione della provincia al 1915 era di 650mila abitanti. [6]
Mondovì pagava un tributo di morte di 359 soldati, i cui nomi rigorosamente in ordine alfabetico venivano scolpiti nel retro del Monumento ai Caduti, realizzato dallo scultore Mario Malfatti e inaugurato l’11 settembre 1927.
La Prima Guerra Mondiale lasciava al suo finire un Paese lacerato e affamato tanto che dalla sola provincia di Cuneo nei due anni successivi al termine del conflitto (1919-20) 13.869 persone lasciarono le loro terre per cercare fortuna in altri Paesi europei e 1.354 salparono per le Americhe.[7]
Tra queste ultime anche le figure parentali del poeta monregalese Silvio Rinaudo, il quale ha trasformato in versi il ricordo di tutto lo strazio dell’emigrazione in quel periodo:
«LA MERICA 1919
Da l’at dël bastiment
la gru a dëscaria miseria, valis e fagòt:
un os dëstaca e o cala dësfandse
ënt l’eva verda e spòrca dël pòrt.
Tut ëntorn o-i fiorissa un mantì bianch,
na vesta grisa, un corpèt, dij fassolèt.
Na fomna dësperà con un morfel ën brass
a cora longh la banchin-a.
Mia mare a varda muta,
a pensa al soe ròbe pëndùe lassù
ëmbrincà ënt ël grinfie dël farchèt d’assel
e a prega Sant’Ana e la Madòna
ch’is salvo ënsem a tute l’atre.
Peu a ricòrda ij so pòst tant divers da cost,
ël verd dij so bòsch,
ël vos ëd tanta gent ormai lontan-a.
E a malrdissa la Merica apen-a rivà.
Me pare, l’ dacant, o sta’n silensi»[8].

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Note
[1] Cfr. Consiglio Comunale, in “Gazzetta di Mondovì” del 12 agosto 1914.
[2] Cfr. Una dimostrazione interventista, in “Gazzetta di Mondovì” del 15 maggio 1915.
[3] Cfr. Una dimostrazione neutralista, in “Gazzetta di Mondovì” del 19 maggio 1915.
[4] Cfr. La mobilitazione, in “Gazzetta di Mondovì” del 26 maggio 1915.
[5] Cfr. Rimpatri e disoccupazione, in “L’Unione Popolare-Risveglio Cattolico” del 23 dicembre 1914.
[6] Cfr. Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Cuneo, 1862 – 1962. Un secolo di vita economica, Vol. I, Farigliano, 1963, pag. 72.
[7] Cfr. Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Cuneo, 1862 – 1962. Un secolo di vita economica, Vol. I, Farigliano, 1963, pag. 69.
[8] Cfr. Rinaudo Silvio, Ricòrd e silensi, Edizioni “Gli Spigolatori”, Mondovì, 2010, pag. 22. «La Merica
1919. Dall’alto della nave/ la gru cala miseria, valigie e fagotti:/ uno si stacca e precipita disfatto/ nell’acqua verde e sporca del porto./ Tutt’intorno fiorisce una tovaglia bianca,/ una veste grigia, un gilé, dei fazzoletti./ Una donna disperata con un bambino tra le braccia/ corre lungo la banchina./ Mia madre guarda muta,/ pensa alle sue cose ancora appese lassù/ strette nelle grinfie del falco d’acciaio/ e prega Sant’Anna e la Madonna/ che si salvino con tutte le altre./ Poi ricorda il suo paese così diverso da questo,/ il verde dei suoi boschi,/ le voci di tanta gente ormai lontana./ E maledice la Merica appena arrivata./ Mio padre, lì accanto, sta in silenzio».