Cambiano i mulini ma i venti sono sempre gli stessi

Alla volta di Leucade

Intervista a Nazario Pardini

(LILIANA PORRO ANDRIUOLI, a cura)

1 Hai alle spalle un lungo iter poetico, che ha dato luogo a più di venti libri di poesia; qual è la linea che ti ha sorretto e che hai seguita negli anni?

Posso parlare di evoluzione della mia linea, ma non certo di stravolgimento. Di sicuro, misurando la cifra poetica dei primi volumi – Foglie di campo. Aghi di pino. Scaglie di mare, L’ultimo respiro dei gerani, Il fatto di esistere, Elegia per Lidia, Gli spazi ristretti del soggiorno, La cenere calda dei falò, Suoni di luci ed ombre,… – con le ultime produzioni, penso che da un verso libero, pur tendente sempre alla musicalità (uno dei principi cardini della mia poetica), mi sia sempre più orientato verso una struttura classica, in cui il mito, fortemente umanizzato ed attualizzato, ha sempre giocato un ruolo determinante nel processo ispirativo che mi riguarda. Il mito come simbologia degli intrighi delle vicissitudini umane. Mito come ipostasi della vita. Anche se la ricerca di un equilibrio classico fra figurazioni significanti e abbrivi emotivi è sempre stata nelle mie corde; magari su un tessuto più narratologico con impiego di endecasillabi spezzati a centro verso e inanellati da ripetuti enjambements a evitare il rischio di una lettura cantilenante a cui si va incontro con quel metro. I contenuti sono sempre stati più o meno gli stessi: meditazione, memoriale, panismo simbolico, input emotivo-esistenziali sui perché dell’essere e dell’esistere, coscienza della caducità del luogo e del tempo, immaginazione, azzardi iperbolici oltre il limen in cui siamo racchiusi, eros e thanatos, inquietudine e saudade, realismo lirico. Sì, il rapporto con la morte mi ha sempre coinvolto in maniera misterica e inquietante. Ma su tutto una grande simbiotica fusione con la natura, quella dei miei posti, quella che contiene tutte le mie primavere, vista come decantazione e concretizzazione dei miei stati d’animo. Sentimento, però, traslato in oggettivanti motivazioni. Penso che quest’ultimo sia il filo conduttore che determina, in qualche maniera, l’organicità delle mie opere con una evidente icastica presenza. Una cosa è sicura. Ho sempre creduto nel sentimento e in una poesia nata da forti subbugli emotivi, controllati però da argini ben solidi di ricerca verbale e stilistica. Non credo ad una poesia intoccabile, ma in un lavoro continuo di limatura della parola e dei suoi nessi. E che alla base del canto ci siano proprio le emozioni, senza ordine, libere, sbrigliate così come nascono, senza bisogno né di limiti né di restrizioni. Semmai è la ragione agli antipodi della poesia. È essa che toglie spazio all’immaginazione e che cerca di limitare e frenare le cospirazioni di un cuore e di un’anima vòlti oltre gli spazi delle ristrettezze umane.

2 Fai parte di numerose giurie di premi letterari qualificati: cosa puoi dirci di questa tua esperienza ? La ritieni ancora oggi utile per le sorti della poesia?

Ci sono valanghe di premi, ed ogni giorno ne nascono di nuovi. Quello che hanno di positivo è che invogliano i poeti a scrivere, a misurarsi, a lavorare, a studiare, anche la metrica, a leggere, e a conoscere per un continuo viaggio odisseico. Bisogna però che alla base del tutto ci sia il rispetto per questi scrittori; lo chiedono con la loro partecipazione; i componenti di giurie devono mettersi nel capo di leggere seriamente i lavori, di valutarne con competenza il valore semantico-allusivo e compositivo. In questo sta il rispetto. Sotto questo punto di vista è una esperienza utile anche per gli stessi giurati, sia umana che socio-culturale. Hanno la possibilità di venire a contatto con le più svariate forme di scrittura e leggendo le molteplici espressioni, dalle più semplici alle più complesse, ne ricevono importanti contaminazioni, motivo di ulteriori riflessioni e approfondimenti stilistici e innovativi. La poesia non può restare isolata, chiusa in un mondo a parte. I premi dànno luogo ad incontri, a confronti, e credo che tutto ciò significhi crescita, soprattutto parènesi ad approfondire e studiare. Solo conoscendo le regole si è in grado di destrutturarle. Anche se la scintilla iniziale del poièin è un misterioso dilemma. La dobbiamo avere innata in noi, forse; poi, certamente, la si deve affinare con tanto lavoro.

3 La tua è una poesia di stampo classico, dai ritmi ampi e distesi: quale importanza attribuisci al rapporto col passato e in particolare con quello greco-romano?

Senza passato non c’è futuro. Non si deve escludere niente, ma bisogna dare continuità e consistenza al nostro bagaglio culturale. Dacché sarà quel bagaglio con il suo peso etimo-fonico e memonico a costituire la plurivocità del canto, il nerbo sostanziale del dire artistico. La Poesia con la “P” maiuscola non ha tempo, un canto di Saffo è tanto Bello quanto un idillio del Leopardi, o una poesia di Montale. E credo che la lirica dei poeti prepericlei sia alla base di tutta la cultura estetica occidentale. Dico di un Alceo, di un Anacreonte, di un Alcmane, di uno Stesìcoro, di un Ibico, Saffo… Senza dimenticare, naturalmente, la grande schiera di poeti, oratori, e storici della letteratura greco-latina, come Eschilo, Sofocle, Euripide, Esiodo, Catullo, Cicerone,Virgilio, Tibullo, Orazio. Apprezzarne le odi, le elegie, i poemi, le orazioni, i drammi o altro; leggerli e rileggerli, meditare e riflettere sulla forma e i contenuti, significa vedervi quella modernità che, poi, si ripete nel tempo: si tratta sempre del rapporto dell’uomo con la morte, con l’amore, con la vita. Del rapporto dell’uomo con se stesso e con il mondo che lo circonda. Cambiano i mulini ma i venti sono sempre gli stessi. Dum loquimur fugerit invida aetas: l’uomo ha sempre sofferto della sua posizione scomoda di fronte all’infinito e proprio nel tentativo di elevarsi alle vette che più si avvicinano all’inarrivabile sta il nocciolo della vera poesia. Si sente se in un canto c’è la misura e la cognizione della parola; si percepisce da subito se questa assolve alla funzione di abbracciare le motivazioni dell’anima; quel bagaglio creativo che ti prende per mano fino ad affiancare il tuo sentire. La missione della parola è difficile e cosa dura. Ci possono essere grandi emozioni, ma se il dizionario è scalzo, se lo studio deficitario, si il n’y a pas de connaissance, per dirla alla francese, viene meno quello che è il nerbo del “poema”: quell’equilibrio desanctisiano fra dire e sentire, indispensabile paradigma di ogni attività estetica.

4 La musica del verso è propria della tua poesia: quale rapporto c’è a tuo parere fra poesia e musica che sono arti sorelle?

I principi basilari di una buona resa poetica sono la musicalità, il sentimento, l’immaginazione, il memoriale, e il panismo simbolico, che dà corpo agli input emotivi. Non c’è poesia in un verso che stride all’orecchio e all’anima. La musica è nata con l’uomo che, fin dagli albori, ha mosso i primi passi ad un ritmo in lui innato. L’ha fatto inventando strumenti primordiali, battendo ossa di animali su pietre o legni essiccati; è stata quella sonorità, quell’armonia di cui ebbe ed avrà sempre bisogno a farlo umano. Chi tradisce questa sinfonia tradisce ogni forma di attività artistica. Il verso non si può permettere di andare a capo a piacimento. O di copiare la realtà così com’è. La creatività sta tutta nella rivisitazione che la traduce in immagine.

5 Come giudichi la “rivoluzione novecentesca” nel campo della poesia? Cosa pensi che essa ci abbia dato di valido?

Nel contesto antecedente la Grande Guerra l’arte in generale viene vissuta come elemento di svago e gli artisti perdono il ruolo che avevano nel secolo precedente. A questa svalutazione reagiscono Baudelaire e les poètes maudits (Verlaine, Rimbaud, Mallarmé), ma anche quelli, tipo D’Annunzio, che fanno della vita un’opera d’arte. Situazione confermata anche negli scritti di autori europei come O. Wilde.

Il poeta così da vate si fa interprete di una natura sempre più vicina. Di una natura che gli serve per scavare nella psiche fino ad approdare ad una inquietudine esistenziale che si attorciglia su se stessa allontanandolo dalla realtà. E nasce così quel malum vitae e quello spleen che saranno gli elementi portanti di una letteratura poetica che reagisce ad un mondo meccanizzato e spersonalizzato, naufragando spesso in solitudine esistenziale. Secondo Gozzano, la poesia può solo parlare delle piccole cose, essendo scomparsi i valori di una società non più presente.

È a seguito delle grandi dittature che il poeta sente di nuovo la necessità di impadronirsi di una funzione sociale: nascono così le numerose riviste fiorentine che segneranno, coi confronti dei diversi intellettuali, le inquietudini del tempo. È il momento delle rivoluzioni linguistiche e contenutistiche con le “Avanguardie” che nella loro diversità si caratterizzano per la contrapposizione al passato. Come l’Espressionismo che disegna una società sperduta nelle città caos, industrializzate. Il Futurismo che, al contrario, esalta la velocità e il progresso a scapito di biblioteche e musei. E lo fa con parole in confusione senza rispetto alcuno della morfosintassi. Il Surrealismo, di grande influenza freudiana, secondo cui la poesia deve esprimere l’inconscio al di fuori dei tempi, mescolando presente passato e futuro. Ma è l’Ermetismo che deve essere veduto, nella sua totalità, come uno dei momenti più interessanti e innovativi del panorama letterario novecentesco: Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Sinisgalli, Cardarelli, Luzi e il primo Montale. Fino ad una esasperazione fuorviante, ad un parossistico intendimento di stesure liriche come escrescenza della corrente. Questi in sintesi i punti cardinali: rinnovare l’endecasillabo, fare della esperienza bellica un “Allegria”, ricercare l’essenzialità della parola. Il suo verseggiare è stato paragonato al gorgoglio affannato di un liquido che esce da una fiasca rovesciata: una poesia intricata e poco comprensibile, per questo trae il nome da Ermeste Trismegisto, personaggio leggendario dell’Ellade, le cui opere erano famose per la loro densità concettuale.

È Saba che fa dell’eros e del quotidiano la musicalità di un Canzoniere.

Altro apporto innovativo di cui tener conto è costituito dalla concezione eliotiana de Il correlativo oggettivo, che avrà una certa influenza sulla poetica dei postmoderni. Vale a dire la spersonalizzazione del messaggio; non far sentire la presenza del soggetto nella confessione sentimentale; distacco dal sentire, con allegorie e metafore di un diverso campo semantico. Influenza Montale degli Ossi di seppia.

Cercando di avvicinarsi il più possibile a noi scopriamo che il post-moderno incarna la crisi culturale della globalizzazione. La rivista Officina di Pasolini si oppone al Novecentismo e propone nuovi linguismi sperimentali. Ma il fatto sta che la poesia non viene letta e forse lo dobbiamo, anche, ai linguaggi confusi e complicati di cui ci siamo abbondantemente serviti con azzardi immotivati che hanno oscurato il più delle volte il Bello, il canto inteso come puro lirismo, quello che con la sua musicalità riporta a memoria romanze tipo il coro muto della Butterfly di Puccini. Ed io credo che la poesia non debba ricorrere all’abuso di campi figurati che ne complicano la comprensione; ma debba avere come fine quello di trasmettere con immediatezza il messaggio; e che lo debba fare con l’intenzione di rivolgersi ad una platea varia e articolata, che chiede di capire. Insomma il novecento è stato un secolo di grandi tragedie che hanno costituito un immenso e doloroso patrimonio per la poesia. Le grandi avventure belliche, le lotte sociali, i terrorismi: materiale importante per la narrativa cinematografica del neorealismo… Ma la vera rivoluzione consiste proprio nel trasferimento dell’anima poetica dal malum vitae e dallo spleen ad una finestra aperta sul mondo; anche la forma poetica ha cercato di svincolarsi da schemi fissi per seguire con la massima libertà semantica queste ipotetiche visioni di realtà migliori. Certamente l’ha fatto a volte con interventi parossistici in cui la parola ha preso il sopravvento sui contenuti e tutto si è trasformato in una sonorità vuota e sgangherata, o intricata, tipo quella della voce di un Sanguineti del “Gruppo 63”, per fare un nome. Ma in generale la rivoluzione del novecento è quella di aver capito che la vera poesia è più legata alla tradizione che alle finalità che aveva sperimentate. Il poeta, gira gira, ha ripescato, dopo sperdimenti di carattere parainnovativo, la normalità, il vero valore del canto; quell’equilibrio di cui abbiamo parlato, alla base del quale c’è tutta l’urgenza schietta e sincera di un aveu con cui ogni autore sente il bisogno di liberare la sua intima vicissitudine. Per cui non vedo grandi rivoluzioni nel secolo in oggetto, sennonché quella di ricredersi.

6 Qual è secondo te il rapporto tra arte e sentimento, tra ragione e emozione?

L’arte vive di sentimento, di impulsi emotivi, di voli oltre gli orizzonti che ci limitano. È umano, fortemente umano ambire all’eccelso, e non lo si può fare certamente con la ragione, dato che la razionalità frena questi azzardi emozionali. Si può dire che la ragione ha il potere di aiutare a far confluire questa interiorità entro canali dagli argini ben robusti a che non cada in sentimentalismo eccessivo, che creerebbe squilibrio nella produzione artistica.

7 Qual valore ha per te il “correlativo oggettivo” di stampo eliotiano? Ritieni che esso trovi posto nella tua poesia?

Credo di avere già risposto a sufficienza a questa domanda. Comunque non sono del tutto d’accordo con la teoria estetica eliotiana. Le figure retoriche servono per creare certe punte creative, certi slanci poetici, certi azzardi iperbolici, ma non devono arrivare alla totale spersonalizzazione dell’autore. Condanno questo trasferimento dell’ego in un oggettivismo neutro. A volte sentiamo il bisogno di scrivere in prima persona e di farlo quando, nei momenti di intenso lirismo, ci sentiamo presi in modo strettamente personale e autobiografico. Il tutto, poi, sta nell’essere semplici. Nel raggiungere il maggior grado possibile di semplicità nell’esporre la complessità del nostro sentire.

8 Quali sono i poeti italiani che preferisci? E quali gli stranieri?

Naturalmente Dante e Leopardi. Quindi Umberto Saba, Dino Campana, Vincenzo Cardarelli, Leonardo Sinisgalli, Guido Gozzano. Fra gli stranieri Baudelaire, i poeti maledetti, John Keats, Philip Larkin, Thomas Gray, Pablo Neruda, Ezra Pound, Paul Valéry, André Gide.

9 Dove va secondo te la poesia?

Per quanto mi riguarda non esiterei a sottoscrivere la poetica di un manifesto che rifiuti, con tutto il suo potere critico, il materialismo, il consumismo, la globalizzazione, l’industrializzazione, il condizionamento ad un comportamento omologante, il telecomandismo. Tutto a favore di un tipo di convivenza drogata di shopping e infarcita di disvalori a cui si contrappone un postmodernismo con una visione completamente opposta a quella conservatrice. Opposta ad un mondo in cui l’industrializzazione e l’omologazione al consumismo hanno creato una società piatta, condizionata e senza spinte creative che affonda le radici nell’Illuminismo; in tutta la cultura ottocentesca del pensiero modernista che riconosce un’importanza suprema a ideali come la razionalità, l’oggettività, il positivismo ed il realismo. Ora ci si interroga sulla veridicità di tali ideali.

D’altro lato non sottoscriverei di sicuro una poetica che volesse ingabbiare la poesia nella rete di un mero realismo spersonalizzato e senza anima; nell’oggettivismo più crudo, vòlto solo ai problemi della questione sociale. Si tratterebbe di una poesia condizionata, a senso unico. Di una poesia che si fa ancella di una questione, pur giusta, limitante, restrittiva per la resa creativa. La poesia richiede libertà, pluralità, totalità; ed ogni argomento è adatto a nutrirla, purché filtrato da un sentire che possa essere trasferito in arte. E credo che vadano evitati gli eccessi sia da parte di chi vuole rinnovare che di chi vuole conservare. Però una cosa è certa: il futuro ha sempre avuto bisogno della storia per crescere. Come è certo che in gran parte di ogni produzione artistica, quello che conta è la generosità emotiva del singolo. La sua energia immaginifico-intellettiva. Si può fare poesia ispirandoci all’ambiente in cui viviamo; digerendone le contaminazioni; traducendole in esperienze personali che si possono trasformare agevolmente in memoriale-serbatoio per il nostro dire. E credo che il verso debba essere movimentato da quel senso di musicalità baudelairana che ha influenzato gran parte della poesia contemporanea. Musicalità che chiede e detta; e che non permette al verso di andare a capo a piacimento. D’altronde col tardomodernismo c’è il pericolo di cadere in un oggettivismo invasivo che rischia di riprodurre le stesse limitazioni estetiche della società dei consumi. Senza contare che taluni sostengono che la stessa postmodernità sia già finita, dacché definiscono l’attuale periodo come post-postmoderno (Alan Kirby, nel saggio The Death of Postmodernism, and Beyond, definisce la cultura odierna “pseudo-modernismo”).

Quindi dove andrà questa benedetta antica arte? La poesia è immortale, o perlomeno durerà quanto l’uomo. I poeti non fanno niente e non servono a niente, ma la loro poesia, pur non essendo utile, è un mezzo tramite il quale possono staccarsi da terra e respirare uno sprazzo di cielo. Di quel cielo o di quell’azzurro di cui sentono un forte bisogno senza spiegarsi il perché. E prende sempre più corpo quanto più l’uomo si divide dallo spirito. Perché è lei a richiamarlo alla funzione di anima eletta.

10 Hai in cantiere nuovi libri? Quali progetti hai per il futuro?

Ho una silloge che penso di pubblicare il prossimo anno. Contiene una ventina di poemetti in endecasillabi; endecasillabi sperimentali, di ampio respiro narrativo. Il titolo: “Poemetti onirici”.

11 Si delinea qualcosa di nuovo, a tuo parere, nella poesia del terzo millennio?

Credo che la poesia seguirà immancabilmente le vicende che sempre ha vissuto: vale a dire le contrapposizioni fra schieramenti: minimalismo, esistenzialismo, poesia civile, materialismo naturalistico, misticismo spiritualistico, classicismo, post-post-modernismo, e chi più ne ha più ne metta. Ma sono convinto, anche, che, dalla dialettica dei contrapposti, sortirà come vincitrice della contesa, e me lo auguro, la Poesia.

12 Pensi che la misura del poemetto andrà affermandosi su quella del frammento, che è stato tipico della poesia novecentesca?

In verità penso che il poemetto prenderà sempre più piede. Dacché offre maggiore possibilità di narrare, di raccontare, di trasferire sul foglio l’anima a tutto tondo. È meno criptico è più espanso, più disponibile ad accogliere una narrazione poetica. Visto il bisogno che l’uomo sente sempre più impellente di raccontarsi. Perlomeno è quello che io sto provando con le mie ultime esperienze.

Margutte ha pubblicato le poesie di Nazario Pardini qui

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